Castello in Svezia
di Francoise Sagan
Il Tempo, 14 aprile 1962
Eccone qui un’altra che vuol farci paura. E vuol farci paura scandalizzandoci. Figurarsi, oggi! Quasi che la vocazione allo scandalo si potesse improvvisare come un buon sentimento qualsiasi. Il cinismo e il libertinaggio sono cose serie. Non tollerano di venir sostituiti da surrogati. Sulla pagina, ancora ancora. Una situazioncella scabrosa, un particolare ardito, una crudeltà psicologica, soprattutto l’incremento del turismo erotico fra le lenzuola altrui e si può ancora barare al gioco di quell’immoralismo moralistico, o moralismo immoralistico che dir si voglia, che è uno dei vecchi vizi virtuosi della letteratura francese. Ma, alla ribalta, quel che si è si è. Il palcoscenico è spietato, denuncia subito il suono falso. È come farsi la radiografia e si scopre subito che le ossa della signora Françoise Sagan, da troppo tempo, ormai, bambina terribile della borghesia balneare, sono carine, eleganti e ben disposte ma non hanno, no, la fosforescenza dello zolfo.
Viene in mente, ascoltando i due tempi del Castello in Svezia una boutade di Rossini a proposito del melodramma di un collega: “C’è del bello e del buono, il guaio è che il bello non è nuovo e il nuovo non è bello” e tutto l’insieme, aggiungiamo noi, è noioso. Il nuovo poteva consistere, esempio, in quell’assoluta negligenza della più elementare tecnica drammatica grazie alla quale, per non dirne che una, i personaggi del copione vanno e vengono senza sosta, entrano ed escono, si incontrano e si scontrano, si interrogano e si rispondono senza riuscire una sola volta a fare un discorso filato; ma sarebbero state necessarie una fantasia ed una estrosità capaci di farla diventare vera e propria, voluta e calcolata originalità espressiva e non soltanto pigro e disincantato vagabondaggio, un continuo avanti e indietro come al gioco dell’oca, con soste più o meno piacevoli su qualche banale aforisma.
Il bello avrebbe potuto consistere in un’inesauribile accelerazione inventiva con continui cambiamenti a sorpresa delle situazioni, se, a forza di volubile spericolatezza, si fosse raggiunto il surrealismo favoloso del vaudeville classico; oppure nell’angoscia cerebrale, dedotta dalla perversità diabolica impegnata nel gioco del terrore, se la penna fosse stata capace dei velenosi capricci propri della miglior letteratura nera; o, anche, nel riso acre ed inquietante dell’umorismo macabro, qualora, invece di facezie epidermiche, il tessuto dialogico fosse risultato inciso di allarmi penetranti in profondità. Tutte cose che, entrate dilettantescamente per le orecchie della signora Sagan, hanno lasciato qualche vaga traccia nella sua materia grigia. Ma non basta imitarne malamente la firma per giustificare la scorrettezza di mettere in circolazione degli assegni a vuoto nel nome di Labiche, di Poe, di Anouilh, soprattutto di Anouilh, quando non si riuscirebbe ad evitare d’esser colti in castagna facendo, modestamente, la stessa cosa con Agatha Christie e con l’autore di Arsenico e vecchi merletti, tanto trascurabile da non ricordarci nemmeno chi sia.
Improntitudine, allora? No, nemmeno questo. Si sente che non l’ha fatto apposta. Soltanto superficialità e faciloneria. E, per questo, la commedia disarma senza irritare e, qua e là, si ascolta anche piacevolmente. Una mattina deve essersi alzata col pensiero: oggi faccio una commedia. Una bizzarra invenzione da copione giallo: quel castello in Isvezia, isolato dalla neve quattro mesi all’anno, dove l’eccentricità di una zitella obbliga tutti a vivere vestiti in costume del Settecento. (Che occasione mancata: sul ricordo della Répétition di Anouilh-Marivaux, rifare Les liaisons dangereuses della Sagan-Laclos!) e via, la penna sulla carta, senza sapere dove si sarebbe andati a finire. Un marito che per sposare un’altra donna ha fatto fare un finto funerale alla prima e la tiene nascosta obbligandola, per poterla chiamare Ofelia, a fare la pazza; un cognato ambiguo, una madre sorda, muta e paralitica che ha il solo risultato di aumentare di una voce il foglio paga degli attori e un cugino galante, ospite del castello, che ottiene le grazie della cedevole padrona di casa, del quale ci si libera terrorizzandolo come nelle farse di Dario Fo. Così, un ospite all’anno. Gente indifferente e crudele, priva di senso morale, che si diverte come può. Liberissimo, qualcuno, di individuare, in questi alienati che si annoiano e cercano di distrarsi con crimini, adulteri e incestuosità fraterne non consumate, un simbolo dell’umanità contemporanea. Noi non ci riusciamo.
La bella esecuzione, in una bellissima scena, è firmata dalla regia di Luciano Mondolfo alla quale obbedisce la giovanile bravura e simpatia di Ilaria Occhini, un cammeo; Gian Maria Volontè, Luca Ronconi, Maria Grazia Francia, Luigi Vannucchi nella parte aggiornata, ma non troppo, del vetusto “brillante”, e Nora Ricci. Una compagnia migliore del copione, degna di stare insieme e meritevole di migliori occasioni. |