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Carnera
Carnera
di Renzo Martinell
con Andrea Iaia, Anna Valle, Burt Young, Paul Sorvino, F. Murray Abraham (Italia, 2007)
 
Il Mattino, 10 maggio 2008

Carnera, un mito in un pugno

L'ammirevole tema del film è senz'altro la sfida: quella pura e dura della fiction che si consuma tra le quattro corde del ring e quella produttiva che vede il nostro cinema competere sul suo terreno col gigante Usa. «Carnera - The Walking Mountain» rievoca infatti con il piglio del kolossal la veritiera mitografia di un eroe sportivo della storia italiana, quel Primo Carnera che da patetica attrazione da circo riuscì a trasformarsi in campione mondiale dei pesi massimi. L'eclettico Renzo Martinelli ha il merito di non cincischiare con le pretensioni d'autore e di spingere a fondo il pedale sui meccanismi cari al grande pubblico: identificazioni scrupolose, rapsodie dei sentimenti, senso d'appartenza patriottica e uno schermo sempre teso a sembrare «più grande della vita». Non si può chiedere al film, va da sé, una particolare raffinatezza e la rinuncia ai cliché del filone sport & vita, ma il protagonista Andrea Iaia regge, i comprimari Burt Young e Murray Abraham bucano lo schermo, il ritmo incalza e la tecnica digitale (quasi due anni di lavoro al computer) ricostruisce a dovere gli orgasmi di folla che accompagnarono i momenti clou della scalata al successo del Gigante Buono anni Trenta. Prima di trionfare al Madison Square Garden, ci raccontano le turgide sequenze di Martinelli, Primo è un toso di Sequals che sovrasta i coetanei, ma è sempre generoso e giusto nel dispiegare l'immane forza dei muscoli. Avviato al triste destino di fenomeno da baraccone a causa dei suoi due metri d'altezza per cento chili di peso, Carnera viene notato dal manager Lee e può iniziare la folgorante carriera di pugile mastodontico eppure leale, diventando in breve tempo un'icona tricolore (forse) usata dalla mafia e (sicuramente) strumentalizzata dal fascismo. L'aspetto alquanto melenso - irreperibile, per esempio, nei modelli del calibro di «Toro scatenato» - è incarnato dai quadretti familiari sul leitmotiv della «vita all'insegna del sacrificio» e dall'insistenza compiaciuta con cui si svelano le ruberie e gli intrighi dei procuratori senza scrupoli che gettano ancora oggi, tra l'altro, qualche ombra di combine dietro le quinte dei suoi match più celebri. In questo senso è fatale che il vero cuore drammaturgico del racconto si ritrovi nello scontro selvaggio con Max Baer (che lo spedì undici volte al tappeto prima di strappargli la corona) anziché nei momenti di gloria... In fondo l'umanità, la forza d'animo e il coraggio sono il sale dell'epica del perdente.

Valerio Caprara

 
Il Tempo, 12 maggio 2008

Di Primo Carnera, finora, si era occupato soprattutto il cinema americano, direttamente o indirettamente, con un film interpretato da Humprey Bogart nel '56, «Il colosso d'argilla», e con un altro nel '62, «Una faccia piena di pugni», interpretato da Anthony Quinn. Adesso è la volta del cinema italiano, un occhio alla televisione perché, del film di oggi, realizzato da Renzo Martinelli, si prevede anche una versione in due parti che si vedrà su Canale 5. Una biografia in ordine cronologico, soprattutto intenta a rievocarci fin dagli inizi la straordinaria carriera di pugile di un giovane emigrante friulano alto due metri, peso 120 chili, che dopo essersi esibito in un circo equestre, date le sue proporzioni, riesce a farsi strada nel pugilato passando presto, da fortunati combattimenti in cittadine francesi di provincia, ad altri, a Parigi e via via in varie capitali europee, con il sostegno di un allenatore che ha presto creduto in lui sia come pugile, sia nel proprio esclusivo interesse, come fonte sempre più solida di guadagni. Fino al grande balzo negli Stati Uniti dove non tarderà ad arrivare la vittoria come campione del mondo dei pesi massimi, tra l'entusiasmo sempre crescente delle folle.
In mezzo, qualche avventura sentimentale, l'incontro con la iugoslava che diventerà sua moglie e madre dei suoi figli, in contrasto con il primo allenatore e poi con un secondo che entrambi, con furti e dubbie speculazioni, lo ridurranno quasi sul lastrico. Fino a un ultimo match, con una durissima sconfitta, e il conseguente ritiro a vita privata, lasciando ad alcune didascalie finali di citare il resto, compresa la sorte dei due figli oggi in posizioni di rilievo negli Stati Uniti.
Martinelli ha scandito con diligenza questo itinerario, dando ovviamente lo spazio di maggior rilievo ai numerosi combattimenti che via via si susseguono sul quadrato: privilegiando il bianco e nero sul colore quando intende quasi citare documenti d'epoca e, naturalmente, costruendo le molteplici fasi di quei combattimenti, tutti, salvo l'ultimo, vittoriosi, facendone scaturire le necessarie tensioni, con buoni ritmi. Meno efficace, forse, si è rivelato nella rievocazione delle vicende private del protagonista. Gli è quasi sempre riuscito, comunque, di ambientarle in una verosimile cornice anni Trenta, spesso con il gusto del costume.
Nei panni di Carnera un esordiente per il cinema, Andrea Iaia, con alle spalle, però, un po' di teatro. La moglie è Anna Valle, vista spesso in TV, agli allenatori danno volto due noti attori di Hollywood, F. Murray Abraham e Burt Young.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011