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Caos calmo
Caos calmodi Antonello Grimaldi
con Nanni Moretti, Isabella Ferrari, Alessandro Gassman, Valeria Golino, Silvio Orlando
(Italia-Francia, 2007)
 
Avanti, 24 febbraio 2008
La catarsi di Moretti

"Caos calmo", l'ultimo film di Antonello Grimaldi, spopola di curiosità nelle sale gremite di gente abilmente attirata dalla scena "osé" tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari. Alcuni critici hanno citato il mitico "Eyes wide shut" dell'ultimo geniale Kubrik, ma non scherziamo neppure su paragoni irriverenti e quanto mai inappropriati, come su Moretti-Cassavetes nella souplesse di passare dietro o davanti alla macchina da presa; anche in questo caso i miti non si toccano. E proprio la ginnica agilità morettiana colpisce della scena "osé", un Moretti-Paladini finalmente liberato da tic e ossessioni che si gode a cinquant'anni, era ora, un sesso liberatorio e di rivalsa sulle ingiustizie della vita (la morte della moglie mentre lui salvava la Simoncini-Ferrari). La sceneggiatura non rimarca alcun rapporto fra i due, si sono appena conosciuti, pertanto quasi gratuito il loro amplesso che risulta anche un po' agghiacciante nella foga virile. Ma la sodomia non era di destra? Il libro di Veronesi esce nobilitato dal film anche se la storia pareva già destinata ad un film con Nanni Moretti. Il lutto rimanda subito alla "Stanza del figlio" e Grimaldi gira alcune sequenze con morbosa tecnica morettiana, (come la soggettiva di Pietro Paladini sulle fette di melone sparse per terra attorno al corpo della moglie morta); anche nella "Stanza del figlio" si indugiava con la macchina da presa sulle viti della bara che veniva chiusa dai becchini indifferenti. Tutto si svolge nel quartiere Aventino di Roma, straniato dalla neve artificiale e tanto caro a Carmelo Bene che vi ha abitato molti anni e di cui Veronesi si sente erede, come ha dichiarato in una recente conferenza stampa. I personaggi raccontano le proprie difficoltà, turbe, inadeguatezze, paure, per i cambi al vertice di un'importante azienda che sta per fondersi con una multinazionale. Un cast interessante, comunque: Valeria Golino, abilmente nevrotica; un forzato Alessandro Gassman nel ruolo di Carlo, il fratello designer; Silvio Orlando, che sembra reciti sempre la stessa parte; Kasia Smutniak, che non si capisce bene se è lei che porta il cane o il cane che porta lei. Jean Claude Hippolyte, bravo ed efficace, nel ruolo del manager rampante che poi molla tutto; la bambina, Blu Yoshimi, che toglie tutti dalla piazzetta alla fine del film con la lucidità tipica dei bambini e il sano realismo che hanno rispetto agli adulti. Il cameo di Polansky è, forse, l'unica vera trovata del film che non basta, però, a sprovincializzare una pellicola fortemente marcata dalla presenza di Moretti che, anche quando piange sulle note di "Pyramid Song" dei Radiohead, ci strappa un sorrisetto stanco. Comunque, se questo film è l'inizio di un nuovo percorso catartico dell'attore-regista, aspettiamo il prossimo con divertita curiosità. Intanto il battage pubblicitario ed il botteghino premiano la produzione e per il cinema italiano è buon segno, anche se il Festival di Berlino ha accolto tiepidamente questo film che era più adatto a Cannes e che, per ovvie ragioni di incompatibilità e di evidente non internazionalità, si è "fermato" a Berlino.

Marianna Ventre

 
L'Unità, 7 febbraio 2008
Il vedovo Moretti: lutto, sesso e una panchina zen

Tolto il velo ad una scena di sesso di cui si è vociferato parecchio (con YouTube che anticipava alcune immagini rubate sul set), scongiurato un improbabile divieto della censura (annullata l'anteprima milanese per i ritardi sul visto), arriva nei cinema Caos calmo di Antonello Grimaldi, che il 13 febbraio passa in concorso al Berlino Film Fest. Presentazione affollata al cinema Nuovo Sacher di Roma. Ma tutto questo clamore, per un'opera diligente che non sovvertirà certo i valori del nostro cinema, sa va sans dire, ha un motivo. Si chiama Nanni Moretti.

Che insieme a Francesco Piccolo e Laura Paolucci ha sceneggiato il romanzo "Premio Strega" di Sandro Veronesi. E poi ha vestito i panni (o meglio, ha vestito "dei suoi panni") Pietro Paladino, protagonista di una rinascita dopo un lutto. Quello della moglie, morta accidentalmente nella loro villa mentre lui e il fratello, in una giornata di mare agitato, stavano salvando due donne che rischiavano di annegare. Una delle due, Eleonora (Isabella Ferrari), sarà il punto di svolta della sua nuova vita: sesso taumaturgico per rimetterlo con i piedi per terra.

Ma il percorso che sembrerà avviarlo alla "guarigione" Pietro lo affronterà seduto su una panchina, in attesa davanti alla scuola della piccola figlia (Blu Yoshimi). Tutto il tempo a non fare nulla, in un luogo che giocoforza si trasformerà nel suo ufficio volante, nel salotto dove ricevere i conoscenti, in un luogo di socializzazione. In attesa che il dolore emerga, che il caos interiore trovi una via di sbocco.

Necessaria al suo percorso una galassia di personaggi: il fratello Carlo (un tonico Alessandro Gassman), uomo di spettacolo vitale e concreto, Marta, la cognata (Valeria Golino), che lo investe di parole e paranoie tirando fuori il "non detto" e gli imbarazzi che Pietro rifugge, Samuele (Silvio Orlando), un collega di lavoro in vena di scelte drastiche, persino i pezzi grossi della società per cui ricopre un ruolo prestigioso (Denis Podalydes, Hippolyt Girardot, Charles Berling) fino al presidente (un cammeo del regista Roman Polanski). Una sfilata d'auto di lusso che movimenta la piccola piazza Albini, nel quartiere Esquilino a Roma, abituata a facce più familiari come Jolanda (Kasia Smutniak), che porta a spasso il suo cane e un ragazzino down che fa la sua passeggiata giornaliera.

Fagocitato da un attore ingombrante – per qualcuno carismatico, per altri incapace di piegare la sua recitazione alle esigenze della storia - Caos calmo inizia zoppicando con la scena del salvataggio e carbura man mano che Moretti prende possesso della zona intorno alla sua panchina. E si spende molto, come nella scena di pianto. Precisa la prova degli attori, anche delle seconde file (come la segretaria Alba Rohrwacher e la scontrosa Manuela Morabito). Grimaldi lavora per sottrazione, semplifica i movimenti di macchina fino quasi a scomparire, così come invisibile è la fotografia di Alessandro Pesci mentre le scelte musicali del regista (colonna sonora di Paolo Buonvino, brani di Radiohead, Rufus Wainwright, Stars e un inedito di Ivano Fossati) decorano la scena senza debordare.

Quanto a Moretti, inutile sperare che qualche tic personale non cadesse di sana pianta nella storia, che per il resto è abbastanza fedele alle pagine di Veronesi. Secondo film da protagonista sull'elaborazione di un lutto familiare dopo La stanza del figlio, l'attore romano è alla seconda performance anche in fatto di scene di sesso e droga. Perchè alla prova un po' raffazzonata con Laura Morante contrappone questa, più carica e convinta con Isabella Ferrari. E dalla famosa canna fumata in Aprile, tanto per farsi del male il giorno della vittoria di Berlusconi nel '94, passa alla pipetta d'oppio che gli offre il fratello. Forse giocando in anticipo, visti i tempi bui che si prospettano.

Pasquale Colizzi

 
Il Manifesto, 8 febbraio 2008
Se Nanni Moretti regredisce il mondo ruota intorno a lui

Pietro (Nanni Moretti), manager televisivo romano di qualche anno fa, un tipetto che non te ne fa passare neanche una liscia, perfino giocando a pelota sulla spiaggia, in vista della tempesta aziendale principe, una fusione (Telepiù-News corp?), preferisce operare seguendo la mossa del cavallo. O, come Maspes, attua la tattica del «fermo in moto», del surplace, per far partire prima gli altri e superarli poi in velocità all'ultima curva.
Scompare per un po'. Lascia che i colleghi giochino per primi le loro carte, che si azzannino da soli. Si rende prezioso, come consigliava Jerry Lewis in L'idolo delle donne. «Vi sono distante», colleghi. Applica la stessa tattica spiazzante, rovesciata, dell'attacco indiretto, della fuga alla Oriazi e Curiazi, con la figlia piccola, che potrebbe essere rimasta traumatizzata dalla improvvisa morte, per incidente domestico, della madre. Invece di fare finta di nulla, affinché dimentichi e nonostante il fastidio che ogni bambina ha per l'eccessiva appiccicosità dei genitori, compie un altro gesto spiazzante. Si piazza di fronte alla scuola di Claudia, che fa la quinta elementare, su una panchina, e aspetta la sua uscita. Ogni giorno. «Ti sono molto vicino», figlia mia. Che mi importa del mondo? Invece. Il mondo a questo punto si mette a ruotare proprio intorno a Pietro, gli casca letteralmente addosso. Diventato un personaggio di costume, che fa commuovere nei salotti, riesce perfino a convincere la bambina a salutarlo dall'aula (figurarsi lo scherno dei compagni di classe) e a guardarlo in faccia prima di compiere, a ginnastica, la difficilissima capriola sull'asse. Che sia lui il vero traumatizzato dalla situazione diventa però a poco a poco altamente probabile. Fa cose che non ha mai fatto. Ritrova il contatto umano. Gioca con un disabile, si fa due spaghetti con un dirimpettaio di panchina, viene attratto da una ragazza misteriosa che passeggia con un grosso cane, anzi glielo recupera quando lui fugge, ritrova il rapporto, con il fratello (Alessando Gassman), lo zio prediletto di Claudia, che prima era più celebre di lui per via della pubblicità, certo, complice qualche tiratina d'oppio (che non sembra, dal film, far gli effetti di una volta). E una quasi incestuosa storia passata, riemerge... Poi tutto ricomincia a ruotare per il meglio. Al lavoro vanno a fargli l'offerta a cui «non si può dire di no», una donna (Isabella Ferrari) che lui ha salvato da sicuro annegamento il giorno fatale in cui restò vedovo, non solo si offre di ricompensarlo per il meglio, aizzandolo alla performance più audace (quasi da Tinto Brass), ma si rivelerà poi l'asso della manica di tutta la sua strategia professionale... La fortuna, insomma, aiuta chi, invece di pensare machiavellico, tende a regredire all'infanzia, all'incoscienza, alla forma embrione. Processo antidarwinista sul quale Walter Benjamin meditò in un suo scritto. L'embrione è più lontano dalla scimmia dell'uomo adulto e formato. Sa di sinistro il contenuto profondo del film, no? Moretti nudo e hard. Con questa immagine «forte» per i cinefili, capace di catturare anche quella fetta di pubblico che è sorda invece a ogni richiamo letterario (l'omonimo romanzo quasi autobiografico di Sandro Veronesi fu premio Strega 2006), è stato lanciato «Caos calmo» di Antonello Grimaldi, che rappresenta l'Italia alla Berlinale 2008, ma esce nel nostro paese oggi, prima della sua consacrazione internazionale.
Fandango lo ha prodotto lasciando a Nanni Moretti il compito rilavorare i propri dialoghi e di spostare un personaggio, realmente vissuto.

Roberto Silvestri

 
Il Tempo, 10 febbraio 2008

«Caos calmo» di Sandro Veronesi era un romanzo faticoso da leggersi, affollato a dismisura di personaggi secondari però incentrato su un protagonista, anche voce narrante, che morta all'improvviso sua moglie, temendo conseguenze negative di quella perdita sulla figlia decenne, lasciava un alto incarico in un'impresa di prestigio e se ne stava sulla sua auto tutto il giorno di fronte alla scuola della bambina, intento solo a quello; mentre attorno amici, parenti, colleghi gli si alternavano quasi tutti con un problema da risolvere o con una crisi personale, nella vita privata e sul lavoro.
Antonello Grimaldi, dopo alcuni film modesti e molta televisione popolare, affronta adesso quel romanzo, sintetizzando al massimo i personaggi, anche come numero, e apportando, alla trama, alcune precise varianti. Intanto il luogo dell'azione: non più a Milano ma Roma (nonostante un finale con neve fitta). Poi quell'auto su cui il protagonista si era isolato. C'è ancora, ma di sfondo, sostituita in prevalenza da una panchina nei giardinetti prospicienti la scuola. Possono accertarsi, meno facile consentire sempre sulle sintesi operate nella descrizione di tutti quei personaggi che si fanno via via incontro al protagonista, quasi sempre infastidendolo, sia che vogliono coinvolgerlo in trame al livello del suo lavoro (nell'impresa di cui fa parte si stanno minacciando manovre di vario tipo), sia che vengano a discutere questioni familiari, non ultimo quel suo lutto da cui, forse, intende estraniarsi.
I caratteri sono indicati spesso in superficie, limitandoli solo a delle facce e anche la tanto chiacchierata scena di sesso, nel libro minutamente motivata, finisce per risultare così improvvisa da rischiare quasi il gratuito.
Il film, tuttavia, pur con questi scompensi soprattutto a livello di racconto e di psicologie, un suo peso finisce per averlo. Per merito, soprattutto, della presenza di Nanni Moretti nelle vesti del protagonista. Forse non è il personaggio sbandato, sospeso, irritabile pensato da Veronesi, ma è, con molta più logica, uno dei quei personaggi fra nevrosi e vero dolore che tanta parte hanno avuto nel cinema di Moretti: crucciato, in equilibrio fra dubbi e tormenti, con una mimica che dice di più, sulle contraddizioni e le ansie, di quanto non dicano le battute di dialogo che gli si ascoltano attorno.
Lo coadiuva egregiamente un Alessandro Gassman rinnovato, grintoso, incisivo. Cui si accompagnano Isabella Ferrari (nella pagina erotica) e Valeria Golino, una cognata confusa.

Gianl Luigi Rondi

 
Corriere della Sera, 8 febbraio 2008
Moretti ascolta (e non è erotico)

Il nucleo del bel libro di Sandro Veronesi (Bompiani) è una inedita rimozione del lutto che porta il protagonista neo vedovo a regredire nei rapporti sociali, allacciando il proprio tempo a quello della sua bambina, attendendola su una panchina davanti a scuola. Sempre. Il vero problema per il regista Antonello Grimaldi, che firma il suo film migliore, era quello di staccare tutto ciò dallo stereotipo Moretti; e per gran parte ci riesce, eccetto quando la sceneggiatura infierisce con una battuta sul cinema italiano (ma si parla di manager dell'audiovisivo, i riferimenti non sono casuali) o nella scena con lo zio (un bravissimo Alessandro Gassman). Non credete al marketing, la scena di sesso con Isabella Ferrari è breve, non hot, indolore, senza emozioni, a Nanni erotico non si crede. La vicenda scorre come metafora di chi vuole guarire la propria anima ed è costretto a sentire le lagne altrui, dai capricci di Golino al vip Polanski.

VOTO: 7,5

Maurizio Porro

 
L'Espresso, 7 febbraio 2008
Effetto Moretti

"Caos calmo", tratto dal romanzo di Sandro Veronesi, è la storia della semplice elaborazione di un lutto terribile. Il protagonista, Nanni Moretti, dà al film quella forza che forse il libro non ha

Al mare, Nanni Moretti e suo fratello Alessandro Gassman salvano la vita a due donne in pericolo. A casa, la moglie di Moretti improvvisamente muore. Lui ha momenti di tristezza, ma è sempre controllato. Non prova dolore. Non soffre. Forse condiziona la sua bambina di dieci anni, che pure lei non soffre abbastanza. Lui, imperturbabile, si concentra sulla figlia: ogni mattina l'accompagna a scuola, l'aspetta sino alla fine delle lezioni, seduto su una panchina in un giardinetto davanti all'edificio. Lì vanno a trovarlo amici, colleghi, una molesta cognata: apparentemente per salutarlo o tenergli compagnia, in realtà per confidargli i propri dispiaceri, i guai di una fusione aziendale ("Della fusione non me ne frega niente"), la propria incertezza.

Un giorno, in auto, Moretti scoppia a piangere e grida. Un altro giorno fa l'amore, goffamente e violentemente, con la donna che ha salvato in mare. Sono segni di umanità, un addio a quel dolore sino allora affrontato impassibilmente, con indifferenza e freddezza. La sofferenza è attutita, se non finita, e la figlia gli chiede di non accompagnarla più a scuola.

Chi ha letto il romanzo di Sandro Veronesi (Bompiani, Premio Strega 2006) da cui il film è tratto, capisce facilmente quanto sia poco adatto al cinema: se non ci fosse Moretti, se la storia non fosse totalmente concentrata intorno alla sua bravura e alla sua persona, 'Caos calmo', storia interiore, visione dell'indifferente dolore contemporaneo della gente giovane e ricca, elaborazione semplice di un lutto terribile, sarebbe molto noioso. Però Moretti c'è, per fortuna e chissà perché: e la sua qualità, quella indifferenza alla Michele Apicella, quella sua simpatia affettuosa, danno al film la forza che forse il romanzo non aveva.

Lietta Tornabuoni

 
Il Messaggero, 8 febbraio 2008
Nel trambusto
di una vita in pausa

E allora, seggio o panchina? Impegno nel mondo o scavo interiore? La crisi di governo e la storia di Nanni Moretti rischiano di sbilanciare in senso politico la metafora potente e leggera architettata da Sandro Veronesi nel suo romanzo. Sarebbe un peccato perché dietro questa fiaba furente, che sullo schermo acquista invece echi quasi zen, sta una meditazione sul dolore, sul tempo, sulla responsabilità individuale, che il film di Antonello Grimaldi condensa e semplifica, senza impoverirla, in un film diseguale ma emozionante. In fondo è un caso di "serendipity", che è l'arte di trovare una cosa cercandone un'altra. Colpito dalla morte improvvisa della moglie, un uomo esce dalla propria vita e se ne sta tutto il giorno davanti alla scuola della figlia per esser pronto ad aiutarla. Così invece del dolore della bambina trova il suo, che non aveva saputo o voluto vedere. Ma trova anche quello di tutti gli altri, come se quella panchina fosse anche lettino, cenacolo, microscopio. Altro che tv, la tv di cui Pietro/Moretti è dirigente, presa nel travaglio di una fusione aziendale. Forse per tornare a vedere (e a toccare, in tutti i sensi) cose e persone bisogna fermarsi. Difatti intorno a Pietro/Moretti ruota uno dei cast più corali e felici degli ultimi anni. Col governo non è andata proprio così. Per fortuna c'è il cinema.

Fabio Ferzetti

 
La Repubblica, 8 febbraio 2008
Moretti, fa bene stare in panchina per un po'

C'è un sentimento dentro al romanzo "Caos calmo" di Sandro Veronesi, e lo si trova forse solo dopo aver scavato un po' (quello che ha fatto Nanni Moretti per fare suo il personaggio di Paladini?). Oltre a spiegare la suggestione e la tentazione esercitate su chi ha rischiosamente (un uomo, una panchina, una piazzetta davanti a una scuola) ambìto a concretizzarlo in cinema, suona anche come un'indicazione generale. E' il sentimento, o la condizione della pausa.

La storia di Paladini contiene l'invito a fermarsi, a guardarsi, dentro di sé e ciascuno in faccia all'altro. Che cosa fa, per molte e molte pagine nel romanzo e in tutto il film, il suo protagonista rimasto improvvisamente e precocemente vedovo, decidendo di piantare (o di mettere in pausa) la sua brillante carriera manageriale e di piantarsi tutto il giorno davanti alla scuola della figlia di dieci anni, se non fermarsi, prendere una pausa, ascoltarsi e ascoltare? Dedicare tempo e attenzione a cose, pensieri e persone che la corsa a realizzarsi e produrre gli avevano fatto trascurare, sacrificare? Chi dicesse "che banalità!" sbaglia. Si parla della libertà, della libera scelta, dell'ascoltarsi e dell'ascoltare, del non isolarsi nel privilegio.

Nel film sobriamente ma fermamente governato dalla regia di Antonello Grimaldi, Nanni Moretti dà la sua prima prova di totale uscita allo scoperto. Ha fatto e fa tante cose, ma sempre adattandole a sé. Qui, sebbene il personaggio sia stato relativamente morettizzato - ma diciamo che Moretti non si è avvicinato a Paladini più di quanto non sia avvenuto il contrario: si sono incontrati a mezza strada - è la prima volta che Moretti esce dal proprio terreno, e si espone del tutto.

Al di là del suo uso promozionale (voluto dagli aventi interesse) la scena d'amore, anzi di sesso, tra Paladini ed Eleonora Simoncini (Isabella Ferrari) che nella sua crudezza (maggiore nel libro) ha sulla pagina come sullo schermo una ragione catartica, assume un valore esemplare e simbolico di questa svolta morettiana. Fuori dalla protezione e dalla riconoscibilità del suo universo. Un po' come l'uscita di piazza Navona sei anni fa.

Moretti si dimostra attore a tutto tondo. Viene voglia di pensare che gli piaccia l'idea di somigliare a quei registi che hanno alternato le due posizioni, al di qua e al di là della cinepresa. Come John Cassavetes, faro di quel cinema innovativo che irruppe sulla scena dei primi anni 60 - caro alle radici morettiane - ma anche interprete indimenticabile di opere a lui estranee, da Quella sporca dozzina a Rosemary's Baby. O come Roman Polanski, che fa qui capolino in una brevissima apparizione. Il cast è tutto ben scelto e ben assortito, funzionale ai rispettivi ruoli anche se piccoli. Alessandro Gassman come fratello forma con Moretti una felice strana coppia, Valeria Golino dà l'impressione che non potesse essere che lei a dare corpo alla cognata di Paladini, scombinata, emotiva, spiazzante. Quello che, molto semplicemente, si dice un bel film.

Paolo D'Agostini

 
Il Mattino, 9 febbraio 2008
Nanni, il mondo in panchina

Moretti sa interpretare (molto bene) solo se stesso. Ma il protagonista di «Caos calmo» coincide in partenza con l'intenso e invadente personaggio: basta scorrere, alla fine del romanzo di Sandro Veronesi da cui è tratto, l'elenco dei ringraziamenti dove il suo nome svetta tra gli amici-testimonial dello scrittore fiorentino. Il fatto che il congegno del romanzo e della sceneggiatura paghi sin dalla prima inquadratura il dazio ai caratteri del mattatore potrebbe, dunque, segnare un punto a favore del film. Il quale, nel novero del nostro cinema «di lotta e di governo» (cioé da grandi incassi e da pubblico con pretese), si conquista una sua patinata dignità, gioca diligentemente le sue carte, ammorbidisce con una serie di gag l'aspetto funereo della storia e tampona per quanto può gli inevitabili dettagli superflui di minimalismo all'italiana. L'impressione è che il regista Antonello Grimaldi, con i suoi accorti rimaneggiamenti, abbia volto a favore del film i vezzi, i tic e i bluff politically correct di cui è intriso lo studiatissimo bestseller. Il problema più arduo era lasciare tutto lo spazio possibile al monologo interiore del Pietro/Moretti che occupa il centro della storia, dando nel contempo consistenza al coro di coloro che lo circondano e in qualche modo lo «interrogano». Si racconta, infatti, di un manager tv a cui muore drammaticamente la compagna proprio mentre sta salvando insieme al fratello due donne in procinto di annegare. Schiacciato dal sordo dolore che gli pulsa dentro, l'uomo si consacra alla figlia decenne decidendo di aspettarla tutte le mattine davanti alla scuola: il suo ufficio diventa la panchina dei giardinetti e chiunque voglia incontrarlo, dissuaderlo, capirlo o coinvolgerlo si scontra con la sua lucida dissociazione dal mondo. Viene fuori così il leitmotiv veronesiano, lo spunto vincente (ancorché banale) dello scambio di coscienze: convenuti per ricevere qualcosa, i «normali» finiscono per vomitare addosso al «diverso» le proprie petulanti ed egocentriche miserie. Facendo sì, in pratica, che la colpa di una pena rimossa possa trasformarsi nel merito di un rifiuto della società del carrierismo e del denaro. Se, insomma, Veronesi all'abile scrittura non è secondo noi in grado d'abbinare il gusto introspettivo estremo di uno Ian McEwan (a cui vorrebbe assomigliare), il film di Grimaldi porta a casa il risultato minimo grazie all'immedesimazione morettiana - c'è persino una battuta sarcastica sullo stato del cinema italiano, ma anche una bella scena di pianto solitario -, alla migliore interpretazione da sempre di Alessandro Gassman (il fratello Carlo), alla bimba Blu (!) Yoshimi che recita come un libro stampato, alla muta presenza angelica di Kasia Smutniak e al colpo a sorpresa che valorizza il cammeo di Polanski. Molto meno significativi i ruoli affidati a Valeria Golino e soprattutto Isabella Ferrari, con la quale il protagonista vive la decantata quanto deludente scena erotica che dovrebbe farlo metaforicamente rinascere in sottofinale. Tra le smodate qualità di SuperNanni non c'è, ahimé, quella del carisma sessuale.

Valerio Caprara

 
La Stampa, 8 febbraio 2008
Com'è freddo il sesso nel "Caos"

L'unica scena di sesso è goffa: Nanni Moretti tocca un capezzolo di Isabella Ferrari come se premesse il campanello dell'interno sei; lo sforzo maggiore di tutti è di non lasciar vedere neppure mezza natica, il che toglie all'insieme slancio e necessità. Caos calmo di Antonello Grimaldi, tratto dal romanzo di Sandro Veronesi (Bompiani) comincia come un bel film, poi si perde un po': è il tentativo di raccontare il percorso di un dolore, dall'attimo in cui colpisce al momento in cui la sofferenza comincia ad attenuarsi.

Nanni Moretti torna a casa dal mare e trova la moglie improvvisamente morta. Nello smarrimento, applica quei comportamenti professionalmente suggeriti al manager che è: calma, imperturbabilità, efficienza pratica, una specie di autoanestesia che non lascia filtrare i sentimenti o li congela. Si concentra sulla sua bambina di dieci anni: ogni mattina la accompagna a scuola e l'aspetta sino alla fine delle lezioni, seduto su una panchina o dentro l'auto in un giardinetto davanti all'edificio. Lì vanno a trovarlo amici, parenti, colleghi: ambasciatori inviati dalla vita per richiamarlo a sé. Ma delle civetterie della molesta cognata né delle fusioni aziendali in atto a lui importa nulla. Un pianto in auto, una stretta passionale sono i segni di un'umanità ritrovata; la rinuncia ad accompagnare la figlia (è lei che glielo chiede) è il segno d'una normalità recuperata.

E' una vera sfida raccontare una vicenda del tutto interiore, che può esprimersi in film soltanto con battute o movimenti esteriori: se non ci fosse l'interpretazione di Nanni Moretti, qualcosa di superficiale sciuperebbe il film realizzato con attenzione e cura. Apparizione folgorante: Roman Polanski, figura carica di cinema e di Storia, nella particina d'un presidente con un bellissimo cappotto.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011