I gemelli Auletta e i «Canti paralleli» di Napoli e della Spagna
Giuseppe e Giovanni Auletta sono due fratelli gemelli, l'uno cantante e attore, l'altro pianista elegante, garbato, e di ottima scuola. Al centro della Pietà de' Turchini danno vita ad una performance quanto meno singolare: la canzone napoletana a confronto con il melos colto e popolare spagnolo. «Canti paralleli», dunque, il titolo della serata, e la brochure di sala scomoda addirittura Plutarco. Il richiamo è ambizioso, forse troppo, ma in compenso la formula funziona, la platea della chiesa di Santa Caterina è piena. Il programma della serata, d'altra parte, è tagliato con cura ed astuzia: si comincia con «Maria, Marì» e «I' te vurria vasà», accostate alle «Sietes Canciones Espanolas» di Manuel De Falla. L'avvicinamento è ardito, quasi provocatorio, ma è riposto con gusto e rara eleganza. Si va avanti con «Lu guarracino» e l'inaspettato pendant di un interludio interamente strumentale. Alla base di tutto c'è l'abile lavoro di rielaborazione di un compositore di raro talento come Antonello Paliotti; per lui la brochure di sala parla di «scrittura protoimpressionista», ma talvolta pare di ascoltare Granados o Satie. Certo la sua mano è felice ed ammiccante. Basta sentire gli omaggi a Francesco Paolo Tosti: «A vucchella», «Marechiaro»; e a Mario Costa: «Catarì» e «Era de Maggio». Fanno capolino alcuni titoli della tradizione spagnola: una «Nana de Sevilla» di rara bellezza e un «Anda Jalco» con intriganti ritmi sincopati. L'operazione sembra un esempio di midcult, una maniera per proporre materiali della tradizione traducendoli in una lingua più sofisticata, per un pubblico un po' snob. Qualcuno storce il naso, ma la gran parte della platea è tutta con i due musicisti napoletani.
Alfredo Tarallo