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Cani di bancata
testo, scene, costumi e regia di Emma
Dante
luci: Cristian Zucaro
intepreti: Manuela Lo Sicco, Antonio Puccia, Salvatore d’Onofrio, Sandro
Maria Campagna, Carmine Maringola, Sabino Civilleri, Michele Riondino, Alessio
Piazza, Fabrizio Lombardo, Ugo Giacomazzi e Stefano Miglio
Crt. Milano, teatro dell’Arte (prima nazionale).
Teatro Palladium, Roma dal 23 settembre al 5 ottobre 2008
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Il Messaggero, 27 settembre 2007
I "Cani" di Emma Dante
Il teatro ci sta abituando a nuove modalità per parlare di mafia. Ricordando fatti di cronaca (L'istruttoria), sviscerando le ragioni profonde che ne dimostrano l'immortalità (Gomorra), aggredendo fisicamente l'occhio dello spettatore attraverso scene che rimandano simbolicamente a scenari dell'immaginario collettivo. Quest'ultimo è il caso di Emma Dante, la drammaturga e regista siciliana che nel suo Cani di bancata (ospite del Romaeuropa edizione 2006, è tornato in questi giorni al Palladium di Roma Tre) svela attraverso un'ultima cena profana e sgangherata le dinamiche ineludibili imposte da una divinità terrena.
La Mammasantissima (Manuela Lo Sicco), versione femminile del Padrino, chiama a raccolta i suoi cani a grufolare tra le macerie di una piccola umanità. Distribuisce a loro, disposti a piramide intorno a un tavolo che incombe sulla platea in verticale, pane e vino, carne e sangue dei loro simili, compromessi e bassezze. Espressionista, dritta al punto, sguaiata come la deriva che rappresenta, questa femmina vorace vi farà tremare. Fino al 5 ottobre.
Paola Polidoro
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Sipario, 2007
Il capostazione Liborio Paglino (Stefano Miglio) ammazza accidentalmente un suo collega e nel cercare protezione dalla mafia
finisce col dover sottostare alle sue regole. Questo è il pretesto
narrativo.
La mafia è una cagna rabbiosa, ma è anche il Dio, che chiede ai suoi
figli una fedeltà assoluta, che si celebra nel sangue. Emma Dante, con
Cani di bancata, racconta, denuncia la natura pervasiva di una mafia
che si 'fotte l'Italia', una mafia che seduce a Destra come a
Sinistra, che sacrifica i propri figli per acquisire potere, che nel
sangue s'accresce e si rinvigorisce. Cani di bancata è tutto questo, è
un rito che ha la forza della metafora, è uno spettacolo che non può
lasciare indifferenti. La regista palermitana racconta la mafia usando
gli elementi che le sono cari: la sacralità, i riferimenti alla
religione, cultura che lega a sé affiliati, cultura mafiosa per
eccellenza, sembra suggerire la stessa regista. A incidere l'anima
dello spettatore sono le immagini che la regista riesce a costruire
per narrare il rito d'ingresso nella mafia, un potere che usa le
categorie di famiglia, religione, fedeltà, onore, giustizia non solo
per rendersi plausibile, ma per farsi mondo contrapposto a quello
civile, come neppure chi sta fuori riesce a percepire. La mafia è
mamma affettuosa e terribile, è donna che nutre i suoi figli, è Dio
femmina che chiede rispetto e distribuisce, con insondabile giustizia,
fortuna e sfortuna, è Dio che manda i suoi discepoli nel mondo perché
ne diffondano il messaggio. L'abbraccio della mafia si fa mortale ed è
strepitosa la scena finale in cui, di fronte ad un'Italia capovolta, i
picciotti nudi "si fanno" il Paese, rivolgendo le terga agli
spettatori, mostrando la scritta "Io ti affido l'Italia"…
Nel raccontare tutto ciò Emma Dante si serve unicamente di una serie
di sedie/scranni che, unite, ora partecipano a disegnare la sagoma di
una cattedrale, ora l'emiciclo di un parlamento mafioso, o ancora i
posti che stanno ai lati di una tavola imbandita. Strepitosa è
l'immagine dell'ultima cena in cui Dio-Mafia (grande, intensa, unica
Manuela Lo Sicco) distribuisce ai figli il pane, il suo corpo e
sangue. Quei figli sono un gruppo indistinto di uomini, desiderosi di
scalare gli scranni del potere e della considerazione di mamma mafia.
Laddove Emma Dante affida la sua riflessione alla potenza del gesto e
alla forza dell'immagine Cani di bancata stupisce ed è efficace. Meno
intenso appare il disegno drammaturgico, meglio sarebbe dire testuale,
per cui la lotta fra i figli della mafia appare a tratti macchinosa e
un po' confusa, così pure la gestione d'insieme di un gruppo di attori
in sintonia, ma differenti per potenzialità espressive.
L'impressione
assistendo a Cani di bancata è che Emma Dante col suo "j'accuse" alla
mafia e ai suoi riti abbia assolto ad un personale dovere etico e
morale nei confronti della sua terra. Ora ciò che attende Emma Dante è
il nuovo distacco dalla sua Sicilia, per un viaggio in un altrove che
metta al sicuro il suo teatro da un regionalismo e provincialismo
autoreferenziale… Emma Dante lo sa e si può supporre che abbia già
pronte le valige non per fuggire, ma per farsi regista di un orizzonte
più ampio.
Nicola Arrigoni
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