Brosnan e Neeson duri nel West
Il peggiore dei mali, la
guerra civile, in un western dove si affrontano nel 1868
due reduci cinquantenni, non da ex nemici - ideologici,
politici e militari -, ma per vendetta: un atroce fatto
semiinvolontario ha elevato all'ennesima potenza il precedente
antagonismo pubblico. E la pace chiude le guerre, ma non
liquida gli odi. Ecco Caccia spietata (in originale Seraphim
Falls, letteralmente «Cascate
Serafino») di David von Ancken, che esce in sordina,
con due anni di ritardo, eppure è uno dei film più interessanti
americani del decennio, che reca il marchio Ikon, la compagnia
di Mel Gibson. A che cosa somiglia? A Corvo rosso, non
avrai il mio scalpo di Pollack per sfondo nevoso e boscoso;
a Duello nel Pacifico di Boorman per lo scontro fra (ex)
militari. La sceneggiatura, dello stesso regista e di Abby
Everett Jaques, evita di rappresentare due Rambo dove uno
insegue l'altro. Verosimilmente mostra il militare di carriera
(Pierce Brosnan) più abile del contadino che aveva
indossato l'uniforme (Liam Neeson). Entrambi vivono di
un orrore derivato da un errore e ne portano il fardello.
Non c'è un buono, non c'è un cattivo da scegliere
fra gli antagonisti. Sono entrambi vittime e carnefici,
circondati dalla teppa che esiste sempre e ovunque, ma
che, quando la società non ha ancora preso il posto
dello stato di natura, agisce liberamente. Caccia spietata
- dove Brosnan giganteggia come nel Sarto di Panama proprio
di Boorman e, come allora, in un ruolo di anti-Bond - resterà poco
in circolazione, salvo inattese affluenze: contribuite
a crearle. Il residuo di buon cinema si preserva andando
a vederlo, anche da soli se gli altri non capiscono.
Maurizio Cabona