Sipario

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog



 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
cinema
 
 
 
ricerca per titolo
A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9
   
* Per leggere la trama clicca sulla Locandina
Breakfast on Pluto
Breakfast on Plutodi Neil Jordan, con Cillian Murphy, Liam Nesson, Ruth Negga, Gran Bretagna-Iralanda, 2006
 
L'Unità, 24 maggio 2007

Negli anni sessanta prorompeva in Italia, tra le altre cose, la teoria di Mario Mieli sul transessualismo come riconquista necessaria, consapevole e rivoluzionaria della "fluidità di genere" dell'infanzia. Il mondo era in subbuglio, la moda hippie e il glam rock avevano scardinato le regole del vestire maschile/femminile. Tutto era politico, e una frangia politica si preparava a scatenare la guerra al potere costituito, dal Giappone alla Spagna franchista. Nell'Irlanda cattolica e nell'odiata Inghilterra intanto scorreva sangue tra opposte fazioni, i repubblicani rivoluzionari dell'IRA contro i protestanti fedeli a Sua Maestà. Di tutto, insomma. Anche lotte fratricide, come ha raccontato l'ultimo Ken Loach. Eppure si può essere un corpo realmente rivoluzionario e fuori dagli schemi restando impermeabili a suggestioni politiche, condurre privatamente la propria battaglia "di confine". Patrick "Gattina" Brady (Cilliam Murphy, che era anche nel film di Loach) viene al mondo in un piccolo villaggio irlandese nel '60 e subito abbandonato dalla madre che lo aveva avuto con il prete (Liam Neeson) di cui era la governante. Breakfast on Pluto, opera "biografica" lisergica e visivamente estrosa di Neil Jordan ha un incipit favolistico - passerotti si scambiano opinioni davanti al fagottino abbandonato - à la Velvet Goldmine di Todd Haynes. Che mostrava il neonato Brian Slade/David Bowie lasciato sulle scale di casa da una mano misteriosa e un gioiello, prova che lui era la reincarnazione del dandy Oscar Wilde.
Patrick da subito sogna di essere Kitten (non una rock star, né un combattente), affascinato dalla figura di una madre "Lady Fantasma" che immagina sessualmente voluttuosa come Mitzi Gaynor. E la prende stilisticamente ad esempio, agli antipodi dalla madre adottiva rozza e sboccata. Restando sempre un piccolo bambino "sprovveduto" che mormora invece di parlare, la sua "diversità" lo induce naturalmente verso le strade più anomale. Non a caso amici d'infanzia sono un ragazzino Down, una tosta afro-irlandese (Ruth Negga) e il compagno che gioca alla rivoluzione armata (Laurence Kinnlan). Non è per scelta anticonformista, forse solo per un'intima fiducia nelle persone. Le delusioni arrivano così una dopo l'altra. Come la storia rovinosa con il leader di una band irlandese-hapache (Gavin Friday), che la colloca in un nido segreto come il rifugio dei cowboys di Ang Lee. E poi la fuga a Londra dove incontra uomini affascinanti che diventano violenti (Bryan Ferry), poliziotti prima violenti poi insolitamente comprensivi. Lei non si scompone: in mezzo alla morte e distruzione per un attentato terroristico in un club, sanguinante, si preoccupa delle calze "sbrindellate". Durante la ricerca continua della madre "nella città che non dorme mai" passa dalle panchine a "parchi incantati" e finisce nello spettacolo di un insolito mago (Stephen Rea). Sempre con l'aria innocente e "voltairianamente" candida, linguaggio sognante e immaginazione a briglie sciolte per proteggersi dalle brutture.
Adattando per lo schermo il romanzo omonimo di Patrick McCabe, Neil Jordan rimescola una serie di suggestioni dal suo teso La moglie del soldato confettandone la drammaticità, solo per ribadire che chiunque non sia pacificato porta avanti una legittima lotta "continua" con i propri mezzi. E quelli sanguinari stavolta non fanno una bella figura. Regia aerea e fluttuante come i passeri che aprono la vicenda, Jordan sceglie il grottesco per raccontare cosa "veramente" accada in una piccola comunità moralista, dove curiosamente è l'ingessata istituzione ecclesiastica a dimostrarsi umana e caritatevole. L'aspetto più favolistico, glitter, voluttuoso ma teneramente rispettoso è riservato a Patrick, uno straordinario Cillian Murphy. Allo stesso tempo misurato e sopra le righe. Curiose alcune citazioni, forse involontarie, che fanno pensare subito alle ovvie evoluzioni "familiari" di Almodovar. E quella del dialogo riparatore al peep-show, con i protagonisti nascosti dal vetro a specchio come in Paris, Texas di Wenders. Ma almeno stavolta succede qualcosa.

Pasquale Colizzi

 
Il Tempo, 27 maggio 2007
Ambiguità e bombe negli anni ’70

Un paesino irlandese nei Settanta. Patrick, figlio di un prete e della sua cameriera, per evitare lo scandalo è allevato in una famiglia molto cattolica, subito perplessa, appena è un po’ cresciuto, nel vedergli assumere atteggiamenti femminili, arrivando a volersi far chiamare Patricia e, dai più intimi, addirittura "gattina". Finendo per cedere apertamente a delle inclinazioni omosessuali che non tarderanno a indurlo a lasciare il paesino per trasferirsi a Londra dove, fra l’altro, ha il desiderio vivissimo di incontrare la sua vera madre. Gliene accadranno di tutti i colori, non solo su quel versante sessuale che lo vedrà perfino dedito alla prostituzione, ormai vestito sempre da donna, ma su un versante politico perché, attorno, c’è la guerra dell’IRA cui dovrà, dopo un attentato sanguinoso, di finire in prigione con l’accusa di connivenza con il terrorismo. Farà fronte anche a questa disavventura ed essendo finalmente riuscito ad aver l’indirizzo della madre (glielo darà il padre prete dopo essere andato a cercarlo in un peep-show), pur essendo riuscito ad incontrarla, sposata e con figli, non le si rivelerà. La sua amica più cara sta per avere un bambino e Partick-Patricia sublimerà in quella maternità altrui tutte le proprie aspirazioni. Alla base, un romanzo piuttosto disordinato e spesso perfino contraddittorio di Patrick McCabe, in cui il travestitismo e il terrorismo dell’IRA procedevano affiancati a molti altri elementi di contorno, psicologici e sociologici. Neil Jordan, riducendolo per lo per lo schermo, non è riuscito a dominare i molti scompensi e pur dando un certo rilievo alle gesta dell’IRA, a differenza dei risultati che, con temi analoghi, aveva ottenuto ne "La moglie del soldato", ha finito soprattutto per occuparsi del carattere del suo protagonista seguendone le vicissitudini in cifre che, pur sempre nell’ambito delle sue inclinazioni sessuali, tendono a farne una sorta di Candido moderno, ingenuo, sprovveduto, persino incapace di rendersi conto della realtà che lo circonda. Non è facile apprezzarlo narrativamente, ma bisogna tuttavia riconoscere a Jordan di esser riuscito a rappresentarne le gesta con modi molto vitali, come ritmi, come climi. Pur non raggiungendo mai le tensioni e il vigore di altri suoi film, come "Michael Collins" in Europa e "Intervista col vampiro" a Hollywood. Nei travestimenti di Patrick "gattina" c’è un attore fino a ieri "cattivo", Cilliam Murphy ("Batman Begins"), qui, come donna, molto verosimile. Anche se la mascheratura finisce nel fastidio.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011