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Breach - l'Infiltrato
di Billy Ray, con Chris Cooper, Ryan Phillippe, Laura Linney, Stati Uniti, 2006.
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La Stampa, 18 maggio 2007
Missione: incastrare
il traditore dell'Fbi
La storia vera di Robert Hanssen, funzionario del Fbi che per oltre
vent'anni aveva venduto documenti riservati all'Urss e poi alla Russia,
causando danni enormi e il peggior fallimento dell'organizzazione, condensa
non soltanto il rapporto tra due persone, ma anche il nuovo stile burocratico
dei thriller di spionaggio. Breach l'Infiltrato di Billy Ray è un
film molto interessante.
Il Fbi vuol incastrare il traditore, che ha 57 anni e andrà presto
in pensione obbligatoria. Cinquanta persone lavorano all'impresa, ma
l'incarico specifico viene affidato a un giovane che ha l'ambizione di
diventare agente. Posto a lavorare con il traditore, il giovane scopre
in lui un uomo pieno di arroganza amministrativa («Il tuo nome è:
impiegato. Il mio è signore»), ferventissimo cattolico («L'impero
sovietico è crollato per l'assenza di Dio»), profondamente
diffidente, molto dedito al lavoro e alla famiglia: e triste, tristissimo.
Il giovane investiga («Lei è quello che è. Il resto
non significa niente»), la spia colta sul fatto viene arrestata
e messa in cella d'isolamento in prigione.
Ci sono Messe domenicali, barbecue, confidenze reciproche, scrivanie,
ordini, ma nessuno scontro fisico, nessuna azione violenta: come in Zodiac
di David Fincher che esce oggi nelle sale italiane contemporaneamente
alla presentazione a Cannes (vedi le pagine dedicate al Festival) lo
spionaggio risulta un lavoro monotono e ripetitivo, non un'avventura
glamour alla James Bond e neppure una triste delusione alla Le Carrè.
L'inganno è più profondo ma anche meno divertente o meno
accorato; le contraddizioni del protagonista sono laceranti, eppure logiche.
La coppia di protagonisti è molto brava, e ragionevolmente antipatica.
Lietta Tornabuoni
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La Repubblica, 18 maggio 2007
Da una storia vera, un giallo accattivante in ambiente Fbi "Breach", il novizio e il veterano, chi sarà il doppiogiochista?
Con il recente "The Good Shepherd", Bob DeNiro ci ha mostrato la faccia grigia dei servizi segreti americani. Va un po' nella stessa direzione Breach. L'infiltrato, tratto da fatti autentici che il regista Billy Ray mette in scena senza enfasi drammatica, concentrando tutta l'attenzione sulle dinamiche psicologiche tra i due personaggi principali. Che sono Eric O'Neill, novizio agente dell'Fbi, e Robert Philip Hanssen, veterano prossimo alla pensione tutto famiglia, chiesa e siti pornografici.
Incaricato da una risoluta collega (la interpreta Laura Linney) di affiancare Hanssen per raccogliere su di lui tutte le informazioni possibili, il giovane non sa ancora che l'uomo è sospettato di alto tradimento, né che la scelta è caduta su di lui perché cattolico come l'agente più anziano. Ed è la comune fede religiosa, alla fine, il cavallo di Troia che gli permette di smascherare l'astuto doppiogiochista, sviandone sospetti e cautele fino a farlo cogliere con le mani nel sacco.
Ma chi è, in realtà, ad assumersi il ruolo di Giuda? Chi il traditore e chi il tradito? Fra toni di colore neutri e recitazione intonata all'"understatement", Ray costruisce un film di pura suspense psicologica, dove piccoli eventi (una cena con le rispettive mogli, un oggetto cambiato di posto) acquistano un rilievo decisivo. Risultato non banale. Anche se esci dal cinema con la voglia di saperne di più sul tipo di informazioni che Hanssen vendette per un quarto di secolo alla Russia, sovietica e post-comunista.
Roberto Nepoti
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Il Tempo, 16 maggio 2007
Quando lo spionaggio diventa psicologia
La "Breccia" del titolo è quella che è riuscito ad aprire per anni, nell’impenetrabile muro di segreti dell’FBI, un superagente in grado, per la sua posizione, di passare al KGB informazioni importantissime provocando perfino la morte di agenti russi in collegamento con gli americani. Niente di inventato, una storia vera che Billy Ray, il regista de "L’inventore di favole", anche quello ripreso dalle cronache, fa iniziare proprio con l’arresto del superagente, Robert Hanssen, oggi all’ergastolo, tornando però indietro per raccontarci i difficilissimi mesi impiegati dall’FBI per la sua cattura, con lo stratagemma, avendo cominciato a sospettarlo, di mettergli al fianco un giovane assistente incaricato di seguire da vicino ogni sua mossa. Certo, anche se la conclusione la si conosce dall’inizio, ci sono ansie e tensioni, non però alla maniera solita dei film sulle spie perché la vicenda procede soprattutto attraverso l’analisi dei caratteri principali e poi del rapporto sempre sospeso fra loro. Di Hanssen, dandoci un curioso ritratto di praticante bigotto, però anche dedito a deviazioni sessuali con connivenza della moglie, del suo assistente, Eric O’Neill, mettendo soprattutto in evidenza i suoi buoni costumi, le difficoltà con una brava mogliettina cui deve tener tutto nascosto e, alla fine, nonostante sia riuscito nel suo intento, il suo abbandono di una carriera pur promettente ma in cui, la sua sensibilità, l’aveva messo a contatto con eccessive brutture. Un confronto psicologico, perciò, che, a tratti, sembra perfino tentare le vie dell’intimismo, con la possibilità di evocarvi in mezzo due figure davvero costruite e analizzate a tutto tondo, anche se, al momento di concludere, trattandosi di personaggi che, nella realtà, sono anche persone con nomi e cognomi non taciuti, si è lasciati intenzionalmente all’oscuro dei veri moventi di Hanssen, pronto a passare da un rosario e una messa al tradimento, a tal segno pagato dal nemico da non aver più bisogno di soldi e troppo chiuso in sé stesso per svelarci se, ad agire, l’avesse spinto invece qualche ideale distorto. Il consenso a questo confronto, lasciato prevalere anche tra le pieghe di un’azione in più momenti necessariamente affannosa, lo si ottiene anche per merito dell’interpretazione, curata in ogni dettaglio fin nelle più riposte sfumature. Hanssen è Chris Cooper che si ricorderà ne "Il ladro di orchidee" di Spik Jonze: una grinta dura, con risvolti però sempre ambigui e quasi viscidi, in cifre abilmente contraddittorie. O’Neill, il suo antagonista, è Ryan Phillippe (apparso di recente in "Flags of Our Fathers"). Non ha nessun carisma, ma le sue crisi sa esprimerle.
Gian Luigi Rondi
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