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Bouvard e Pécuchet
di Gustave Flaubert
La Notte, 30 settembre 1969

A conti fatti, nel quadro della crisi, ahimè apparentemente irreversibile che ha investito i Teatri Stabili, quello che si difende meglio – diciamo: con una caduta frenata – nel generale scivioone sul piano inclinato al quale sembrano di nonpoter ormai più sfuggire, è ancora lo Stabile di Genova. Certo, anche per esso, gli anni del Diavolo e il buon Dio, di Uomo e superuomo, dei Due gemelli veneziani, di Troilo e Cressida vanno diventando un ricordo; il tempo irreversibile della giovinezza ardita e onnivittoriosa. Tuttavia, i suoi spettacoli permangono ad un livello che, se non è più quello delle passate glorie, non fa, per così dire, torto alla famiglia, come testimoniano i due allestimenti, pur così deivversi l’unio dall’altro, e benché sotto certi aspetti discutibili, come prudenti escursioni nel passato, portati a Milano quest’anno.
Lo si è potuto constatare anche iersera, al Manzoni, assistendo alla riduzione a quattro mani di Tullio Kezich e luigi Squarzina del Bouvard e Pécuchet di Gustave Flaubert, col quale le mani fanno sei. Riuzine che ouò lasciare, per più veris, perplessi e impersuasi, ma che è il massimo risultato ottenibile nel trasferimento di un romanzo dalle pagine alle ribalte. E di un romanzo, per giunta, che nno è nemmeno un romanzo; che è rimasto incompiuto perché il suo autore stesso, dopo averci pensato e lavorato per decenni, dopo essersi documentato con la lettura di più di 1500 volumi e aver accatastato chilogrammi e chilogrammi di schede e di annotazioni, non seppe tirar fuori i piedi dal labirinto nel quale era andato a cacciarsi – non divero, in ciò, dai suoi due rabelaisiani eroi – e che fu pubblicato postumo (1881) dando il via a un adiatriba mai pacificata fra chi la ritiene un’opea mancata e chi lo giudica un capolavoro precursorio e avveniristico. In Francia, esempio, Borbey o Durevilli: è il “canto del cigmo diventato uno strillo di oca”. In Italia, Emilio Cecchi: “una pretesa Divina Commedia alla rovescia: la epopea dell’intelletto che is riassorbe nella bestialità”.
Che cos’è dunque questo pezzo di romanzo che sono è un romanzo? Domandiamoci, piuttosto, che cosa avrebbe voluto essere nelle intenzioni del suo autore:…Penso che niuno abbia ancora tentato il comico di idee… E’ possibile divertire con le idee tanto quanto coi fatti… (E, tra parentesi, Shaw ce lo avrebbe insegnato”)…Una sorte di incicolpedia voltatri in farsa… Il grottesco triste ha, per me, un fascino inaudito;risponde all’esigenza interiore della mia natura buffonescamente amara… voglio produrre una tale impresisone di fiacca e di noia che, leggendo il libro, lo si possa sospettare scritto da un cretino… Maupassant il quale frequentava intimamente Flaubett fino a far sospettare che fosse un suo figlio naturale, e che, quindi, doveva saperne qualcosa, lasciò detto: “…E’ la torre di Babele della scienza, dove tutte le dottrine differenti, contrarie, assolute, esprimentesi ciascuna nel linguaggio suo proprio, mostrano l’inanità dello sforzo,la varietà dell’asserzione e la perenne meschinità di tutto”. È, mi pare, la definizione pèiù azzeccata.
Che fanno, infatti, e dove approdano, se non a questo, i due solitari scrivani Bouvard e Pécuchet, incontratisi per caso e legatisi, subito, da una patetica amicizia che fa da colla al loro successivo comportamento e costituisce l’ineffabile benché umoristico tema lirico delle loro inesauste quanto aride sperimentazioni scientifiche, sentimentali, morali e materiali, subentrate a getto continu?
Come sapete e, sennò, son qua io, quando Bouvard ricevuta l’insospettata eredità di uno “zio” morto, che in realtà era suo padre, si stabilisce, con amico, in una fattoria diu campagna; dove stimolati da un’indigestione di libri d’ogni materia e d’ogni seguito, danno sfogo alla giostra dello scibile in ogni sua forma, cominciando immancabilmente entusiasti e finendo, altrettanto immancabilmente, delusi, fino a pensare al suicidio. Agricoltura, chimica, medicina, geologia, archeologia, storia, letteratura, teatro, filosofia, rapporti sociali, magnetismo, spiritismo(lasciati fuori dalla riduzione teatrale), religione, educazione dei trovatelli, amore con le donne, sono altrettanti esiti disastrosi pe ri visionari autodidatti, così candidamente fiduciosi nel Progresso.
Alla fine i due riduttori hanno immaginato – come del resto sembrava dover essere la conclusione del romanzo – che i delusi, tornati cppisti, si mettono a ricopiare, automaticamente e tosto, tutto lo scemenzaio del sapere al quale vollero dar fondo, vale a dire un’altra opera di Flaubert stesso: il Dizionario dei luoghi comuni. Kezich e Squarzina, ricorrendo anche a qualcosa tolto dall “Educazione sentimentale”, hanno cercato di rimediare per quanto era possibile, e non lo era molto, all’episodica monotonia di decine e decine di situazioni che , alla resa dei conti, son sempre la stessa, prevista e prevedibile, ripetuta all’infinito; inconveniente, pernso, che bloccala prosecuzione del romanzo e figurarsi una opera di teatro! Dalla “farsa  filoosofica”, dove Flaubert effonde il suo mortale odio contro lo spirito borghese, è caduta la celata e profonda amarezza; così ome l’originario sarcasmo ha virato verso una colloorita, accelerata, variante e precipitosa feerie (prezioso, in ciò l’apporto festosamente caricaturale della multiforme e multimobile scenografia del Pizzi) che imita, che mima, ma solo in superficie, una sostanza ideologicamente immobile e drammaticamente inerte. ,o spettacolloo, nella regia, per così dire da padre a figlio, figurarsi quanto attenta e accurata di Luigi Squarzina, è godibile da cima a fondo, anche se si tratta di una festosità esteriore tutta di palcoscenico.

Fortuna che, filosofici clowns, ad incornare i due enormi, classici tipi, complementari e bisticcianti, talvolta, ma mai – questo è il guaio – in reale contrasto dialettico, ci sopno Tino BBuazzelle e Glauco Mauri, straordinari, non esagero: clamorosamente estroverso, il primo; nevrastenicamnete introverso, il secondo, fatti segno a festeggiamnetoi innumerevoli. Gli altri, una volonterosa trentina, tra i quali citerò il Giangrande, la Di LLernia, l’Ardizzone, la Dauro, la Braschi, il De Luca, il Dalbuonoi, sono semplice coro, parodistico assembramento di macchiette che fa quadro, ma non esprime una società.
   
© Sipario 2011