Testata

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog


 

 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
  ricerca per titolo    
   
  A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z
             

Boubouroche
Scene di vita dei guitti
di Georges Courteline
La Notte, 18 maggio 1971

Dalle aspre vette di Brecht, alle apriche colline di Courteline. Dopo Puntila e il suo servo Matti, l’intrepido Tino Buazzelli torna a Milano, all’Odeon, a chiudere allegramente la stagione, acclamato interprete di Boubouroche e Scene di vita dei guitti. Per chi se ne fosse dimenticato, Georges Courteline (1858-1925) appartiene al gruppo dei maggiori tra i minori. Tutto considerato, calza ancora il giudizio che di lui dette Antoine, fondatore e animatore del “Théâtre libre” dove Courteline era di casa. “Egli ha notato i difetti e le bizzarrie dei nostri piccoli contemporanei, la loro meravigliosa incoscienza, il loro smodato egoismo, le loro puerilità feroci. Ha penetrato la vita degli umili, dei mediocri e dei rassegnati, e il suo riso si vela sempre di una ammirevole bontà. È ciò che dà al suo teatro una profondità che ci angoscia dopo averci divertito”. In questo senso, non è esagerato parlare di un Molière in sedicesimo.
Salvo Boubouroche (1893) il capolavoro, che è in due atti, il suo repertorio, numerosissimo, è composto di brevi e brevissimi atti unici, spesso non più di veri e propri sketch in buona parte ricavati da racconti precedenti stranamente affini a quelli di Cechov; e sono parodie impietose, satire scorticanti di soldati, di burocrati, di impiegatucci, di piccoli borghesi; una banale umanità fissata nelle sue manie, nei suoi manierismi, nelle sue eccentricità miserevoli ed esasperanti: piccole anime passate al microscopio di un pessimismo feroce, frutto della più amara concezione della vita. È una microfrenesia sarcastica, portata su quadri di famiglia, di caserma, d’ufficio, dell’amministrazione della giustizia; stipati di storie grottesche, di cornuti contenti, consapevoli e inconsapevoli; di mogli infedeli, di suocere terribili, di poveri fantaccini vittime della stupidità degli ordinamenti militari e dei loro superiori, nonché di se stessi: una società miserevole, in via di putrefarsi, manifestata in personaggi “spietati nella loro ingenuità, maligni nella loro cretineria, volgari nella loro infelicità”.
Eccone lì uno: “Boubouroche” il borghesuccio rimasto scapolo, ingenuo e credulo fino alla balordaggine, sfruttato, per bontà d’animo, dagli amici di caffè che, al momento di pagare la consumazione, si accorgono, immancabilmente, di non aver da cambiare. Ma lui è contento così, anzi arcicontento. Per esempio, non gli par nemmeno di essere degno di mantenere una vedova allegra da otto anni e che è tutto per lui: la più bella, la più generosa, la più buona, soprattutto la più onesta creatura di questa terra. Hai voglia! Una sera, per mera malignità, l’inquilino dello stesso piano di quella brava donna, lo affronta e gli dice: sono stanco di dover partecipare, attraverso la parete, alle calorose effusioni della sua svergognata Dulcinea che, quando lei non c’è, si comporta né più né meno che come una Messalina. Per l’infelice è il crollo del proprio universo. Si precipita dalla fedifraga e scopre un robusto giovanotto nascosto in un armadio. Dovrebbe essere la prova regina del tradimento: ma è tanto il bisogno che il meschino ha di quella perfida che, in quattro e quattr’otto, si lascia mettere nel sacco. Basta che lei gli dica che l’intruso è un “segreto di famiglia” ed egli non domanda di più. Ne è tanto convinto che si sfoga a bastonare il delatore. La parentela del povero becco turlupinato coi grandi cornuti molieriani è qualcosa di più di una semplice supposizione.
Per poco che conosciate il temperamento umoristico e i modi di Buazzelli potete figurarvi cosa diventi questo personaggio nella sua pelle: addirittura un’iperbole di dabbenaggine patetica. Non sono, viceversa, d’accordo con lui, o, per meglio dire, con la sua regia, che, anziché in una realtà concreta, trasforma la scoperta dell’infedele in un vero e proprio sogno, quasi a voler insinuare che, nel suo subcosciente, il personaggio “sa” senza volerlo ammettere. La commedia è troppo naturalisticamente dotata per sopportare sofisticazioni del genere.

Chiude la serata Scene di vita dei guitti, una farsa di alta classe, nella quale si assiste alle fantasticaggini barocche di un misero attore di quart’ordine che si “esibisce”, cercando di persuadere i clienti di un piccolo caffè, della sua grandezza di interprete. Qui Buazzelli – basterebbe la truccatura – dilaga dal palcoscenico in platea, travolgendo ogni resistenza dello spettatore. Ebbe applausi, e più di una volta, per dei semplici giochi mimici. Sia nell’una sia nell’altra commedia gli sono stati validissime “spalle” Angelo Botti e Leo Gavero, detentori di due diverse comicità egualmente efficaci. Sfacciatamente mendace Adriana Vianello; precisi e dai giusti ritmi Werner di Donato, Claudio Dani e Gino Bernard (non è quello dei trapianti). Pregevoli scene e costumi. Purtroppo, non vi so dire di chi perché non è stato distribuito il programma di sala.
   
© Sipario 2011