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Borat
di Larry Charles
con Sacha Baron Cohen, Ken Davitian, Lunell, Pamela Anderson, Usa 2006.
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La Stampa, 2 marzo 2007
Ebrei, donne, neri attenti al kazako
Sacha Baron Cohen capovolge ogni
principio democratico e civile. Sbeffeggia l'America e ha suscitato polemiche
a non finire, sdegni, processsi
«Borat. Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa
nazione del Kazakistan» di Larry Charles, film comico-demenziale,
ha suscitato (l'Italia è uno degli ultimi Paesi in cui arrivi)
polemiche, entusiasmi, sdegni, processi, successi, scandalo. Sacha Baron
Cohen, inglese, 36 anni, sceneggiatore e protagonista, capovolge ogni
attuale principio democratico e rispetto civile, beffeggia ebrei, donne,
neri, kazaki, americani raccontando di un reporter della tv del Kazakistan
incaricato di realizzare un documentario sui costumi degli Stati Uniti.
Nel suo paese kazako il reporter vive con la mamma (aspetto da centenaria,
43 anni), con la moglie obesa, con i compaesani che temono e odiano gli
ebrei, dedicano loro cortei ostili con mascheroni da Carnevale di Viareggio,
sono convinti che siano gli ebrei i responsabili del massacro delle Torri
Gemelle dell'11 settembre 2001 a New York. Giunto in America, Borat si
lava la faccia nel water («Bella acqua fresca!»), dà baci
e tocca i genitali ai nuovi conoscenti, fa tutto come era abituato a
fare in Kazakistan, fa la cacca al parco o, in una casa, la consegna
ordinatamente all'ospite in un sacchetto, partecipa con stupore a un
raduno gay dove diventa subito molto popolare, s'innamora sui giornali
di Pamela Anderson e va in California per raggiungerla, sposarla.
Canta a un rodeo un'edizione dell'inno americano in cui Bush beve il
sangue di donne e bambini, vuole un animale da guardia e gli rifilano
un orso bruno, si lascia strapazzare da fanatici a un raduno musicale
politico-religioso, apprende ridendo che alcuni proteggono gli animali.
Cerca di rapire Pamela Anderson ficcandola in un sacco; non riesce, torna
a casa. La scena più buffa è un corpo a corpo con l'amico
obeso, nudi, mentre un'etichetta nera censoria saltella per coprir loro
i genitali.
Borat è una produzione a infimo costo, realizzata arrangiandosi
come possono e con i contributi più eccentrici da Sacha Baron
Cohen e dai suoi amici: tutti quelli della troupe tecnica, tranne il
comico, potrebbero scambiarsi senza problemi i differenti ruoli. Il film
irride l'America quanto il Kazakistan: anzi, di più. Molti si
sono impermaliti e irritati vedendolo, ma davvero non vale la pena di
prenderlo sul serio, sarebbe anzi il dispetto più grave che si
potrebbe fare agli autori: è più intelligente e divertente
di Scuola di polizia, ma siamo lì.
Lietta Tornabuoni
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La Repubblica, 2 marzo 2007
Nella pellicola Sacha Baron Cohen mostra uno straordinario senso dei "tempi"
Non c'è limite a "Borat" primatista del cattivo
gusto
Il personaggio di Borat viene dalla tv, dove
compariva come ospite abituale del programma "Da Ali G Show" di
Sacha Baron Cohen, comico-camaleonte inglese di origine iraniana passato
al grande schermo sull'onda del successo mondiale. Nel film Borat,
presentatore della televisione del Kazakistan, parte alla volta degli
Stati Uniti per realizzarvi un reportage. Salvo che una sera s'imbatte
nelle forme catodiche di Pamela Anderson: innamorato al primo sguardo,
va in cerca della procacissima attrice per conquistarla e sposarla.
Lungo il viaggio, avrà occasione d'incontrare un'autentica nazione
di mostri.
Primatista mondiale del cattivo gusto, Cohen sta un po' al comico come
Michael Moore sta al cinema diretto. Anche lui, del resto, utilizza il
sistema delle interviste con la cinepresa nascosta, provocando l'interlocutore
per far uscire dalla sua bocca tutto il peggio possibile. Baffoni alla
Groucho Marx, Borat è ben lontano dal condividerne la sottigliezza;
ma è proprio grazie alla sua (simulata) idiozia che porta i propri
ospiti a ridicolizzarsi.
Razzista, misogino, antisemita (in realtà l'attore è ebreo),
giocando sullo scarto tra l'intervistatore kazako e gli americani Borat
osa tutto: fa emergere pregiudizi allucinanti, scoperchia gli aspetti
più terrificanti del paese, pone a bruciapelo domande (qual è l'arma
migliore per uccidere un ebreo?) inconcepibili. Prendendo di contropiede
gli intervistati con uno straordinario senso dei "tempi".
Roberto Nepoti
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Il Tempo, 8 marzo 2007
«Borat», film comico politicamente scorretto
Il
regista Larry Charles dirige Sacha Baron Cohen in una serie di esilaranti
gag
Il comico inglese Sacha Baron Cohen manda in pensione il personaggio
del rapper Ali G (da noi famoso soprattutto per un video con Madonna)
e si trasforma nel giornalista kazako Borat Sagdiyev. Baron Cohen è un
praticone di quella comicità solo apparentemente semplice che
miscela battutacce volgari, scene surreali e una profonda, inestinguibile,
tristezza. Forse non lo ammetterà mai, ma è un grande estimatore
prima di tutto dell’ultimo Fellini e probabilmente anche di Roberto
Benigni. E questo senza voler fare ingenerosi paragoni. Baron Cohen è anche
un personaggio soprattutto televisivo che tenta, con questa pellicola,
il salto verso il grande schermo. Il risultato è un film composito,
che si presta a innumerevoli chiavi di lettura. La scusa di tutto è il
viaggio di questo giornalista di una piccola nazione verso i mitici Stati
Uniti. La leva della comicità è quella classica del provinciale
che si avvicina alla grande metropoli: le luci lo abbagliano, i complessi
rapporti umani lo confondono, le sue abitudini lo rendono ridicolo e
lo emarginano. Ci sono situazioni e battute di sconcertante irriverenza,
soprattutto contro le comunità ebraiche, (Baron Cohen è ebreo,
altrimenti non se le potrebbe permettere), vengono presentate scene di
sfrenata volgarità, si materializzano gag contro le donne, la
loro emancipazione e indipendenza, che sembrano uscite da qualche b movie
(anche italiano) degli anni Settanta. A fare le spese delle frecciate,
anzi, dei colpi di maglio del comico non sono certo gli ebrei e nemmeno
i kazaki che, con il film, tutto sommato, hanno ben poco a che vedere,
e nemmeno le attiviste delle pari opportunità. A prendere le bordate è soprattutto
lo stile di vita occidentale, frenetico, incoerente, ipocrita, dove il
rispetto per le minoranze è solo di facciata, dove le persone
si dichiarano tutte indistintamente contro ogni tipo di intolleranza,
ma quando trovano qualcuno effettivamente estraneo ai loro modi e alle
loro abitudini si affrettano a chiudergli la porta in faccia. La pellicola,
vietata ai minori di 14 anni, giustamente, visto che per comprendere
certe forme di ironia occorre un po’ di maturità, è girata
come un film-verità (con inquadrature imprecise e immagini sfocate,
secondo la moda lanciata, ormai tredici anni fa, da «Clerks), e
non mancherà di piacere soprattutto ai giovani (dei quali Sacha
Baron Cohen è un idolo).
Antonio Angeli
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