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Bolschoi
Il Balletto del Bolschoi agli Arcimboldi
con Svetlana Zakharova, Maria Alexandrova, Svetlana Lunkina, Ekaterina Shipulina, Anastasia Yatsenko, Natalia Osipova, Nina Kaptsova, Nikolai Tsiskaridze, Sergey Filin, Yuri Klevtsov, Andrey Merkuriev, Yan Godovsky
La fille du Pharaon
balletto in tre atti
libretto di Jules-Henry Vernoy de Saint-Georges e Marius Petipa,
ripreso da Pierre Lacotte
da Le Roman de la Momie di Theophile Gautier
regia e coreografia: Pierre Lacotte
sul modello dell'omonimo balletto di Marius Petipa (1862)
scene e costumi: Pierre Lacotte
musica: Cesare Pugni
supervisione e revisione musicale a cura di Yuri Poteenko
con la partecipazione degli allievi della Scuola di Ballo dell'Accademia
del Teatro alla Scala
Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttore Igor Dronov
Milano, Teatro degli Arcimboldi, 8, 9, 10 maggio 2007
Il limpido ruscello
Balletto comico in due atti
Libretto di Adrian Pëtrovskij e Fëdor Lopuchov
Coreografia di Aleksej Ratmanskij
Scene e costumi Boris Messerer
Musica di Dmitrij Sostakovic
Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttore Pavel Klinichev
Milano, Teatro degli Arcimboldi, 11 e 13 maggio 2007
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Avvenire, 10 maggio 2007
Il Bolscioi risveglia anche le mummie
Dopo oltre trent'anni la compagnia russa torna a Milano. E svetta con «Limpido
ruscello» e «La figlia del faraone», ambientata in
Egitto e di cui si era persa la coreografia originale
Ritorna a Milano, dopo un'assenza che pare un secolo, il Bolscioi. Il
mitico Bolscioi, fucina di grandi danzatori forgiati alla più pura
tecnica accademica. Bravure e virtuosismi a ripetizione sulla vasta ribalta
degli Arcimboldi che lo ospita e dove sono applausi continui e incontenibili
per le due étoiles, la superlativa Svetlana Zakharova e il fuoriclasse
Nikolai Tsiskaridze che guidano l'imponente corpo di ballo e il valoroso
drappello di giovani solisti.
Ritorna la famosa compagnia moscovita e che ti porta? Non i grandi titoli
classici. Mette in vetrina, assieme a Limpido ruscello, balletto di Sciostakovic
degli anni Trenta proibitissimo da Stalin perché non allineato
alle ferree regole del regime sovietico, quello che è da vedere
come il top dei balletti tardo-romantici, La Fille
du Pharaon di Petipa.
Ballettone che più ballettone non può essere. Da sempre
però, (e dunque l'occasione è ghiotta), come la famosa
figurina del «feroce Saladino», introvabile sulle nostre
ribalte, et pour cause. Perché se era rimasta l'enfatica, languorosa
partitura di Drigo, della originale coreografia di Petipa (1862) si era
persa la traccia. E qui allora a provvedere l'esperto francese Pierre
Lacotte che, sulla scorta di materiale d'epoca (polverosa scenografia
compresa) ha cercato di «ricostruire», anche se è impossibile
dire quanto attendibilmente.
Documento dunque questa Figlia del Faraone, del gusto del tempo. Tre
faraonici (si passi il termine) atti con tanto di prologo ed epilogo
dove può succedere di tutto. Dove l'esotismo è sovrano.
Balletto che nel soggetto (tratto ma poi alquanto modificato da un romanzo
d'epoca di Théophile Gautier) e nello svolgimento sta a mezza
via tra Ballo Excelsior e Aida. Dove però qui la protagonista
(Aspicia) non è più una schiava bensì figlia di
un faraone. Che dal suo sonno di mummia secolare viene risvegliata (ma è solo
un sogno, effetto dell'oppio) da un giovane Lord inglese che subito s'invaghisce
di lei e muta nome, da Sir William a nascere Taor. E s'innamora. Amore
reciproco che conduce i due a prove terribili.
Tutto impossibile, tutto a rasentare il kitch, il fumettone. È però godibilissimo
se ci poniamo davanti a esso come se fossimo spettatori del buon tempo
lontano. Visto poi che tutto sarà sì vecchio e polveroso,
e magari troppo lenti i cambi di scena, ma è poderosa la macchina
del Bolscioi. E tutto è sempre un danzare con un'energia impressionante
e una tecnica infallibile. E la Zakharova, quasi sempre in scena, con
le sue punte e il suo aplomb formidabili, e il suo aitante partner sono
elettrizzanti. Non falliscono un colpo. Quanto all'Orchestra sinfonica
di Milano Giuseppe Verdi, fa di tutto per rendere perfino accettabile
la musica di Drigo.
Domenico Rigotti
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Il Manifesto, 13 maggio 2007
L'attuale direttore del Bolshoi, Alexei Ratmansky, ha riportato in vita il balletto censurato in era sovietica
Storia un po' grottesca de «Il limpido ruscello»
«Creare un balletto importante su un tema sovietico è un compito difficile e di grande responsabilità. Ma non ho mai avuto paura delle difficoltà. Attenersi ai percorsi consueti è più facile e più sicuro, ma anche noioso, poco interessante e inutile». Così scriveva nel 1935 sul programma di sala Dmitri Sostakovic, presentando la composizione musicale del suo terzo balletto, Il limpido ruscello. Uno spettacolo firmato dal coreografo Fëdor Lopokov, che fu al centro di una focosa polemica innescata dopo pochi giorni dalla andata in scena nel 1936 al Bolshoi di Mosca dall'articolo critico della Prava intitolato Un falso del balletto. L'accusa era di aver risolto un tema politicamente di rilievo come la vita di un «kolchoz» (fattoria collettiva) in «uno spettacolo di bambole», con «personaggi marionette» che poco avevano a che fare con i reali contadini.
Censurato, lo spettacolo sparì dal repertorio sovietico. Quattro anni fa l'attuale direttore del Bolshoi, Alexei Ratmansky, lo ha riportato in vita riscrivendone la coreografia perduta. Se ne parla perché, in via di uno scambio culturale tra la Scala e il teatro moscovita, il Bolshoi è tornato a Milano dopo 30 anni di assenza con due titoli tra cui Il limpido ruscello (spettacoli fino a stasera). L'effetto è questo: danzatori straordinari (Maria Alexandrova e Sergey Filin in testa) più interessanti del pezzo. Sono infatti le dichiarazioni scritte in russo sul sipario iniziale intorno al simbolo comunista di falce e martello a rappresentare il momento più politico del balletto che in realtà propone una trama molto esile, a tratti grottesca.
In scena agli Arcimboldi anche l'esotico e trionfalistico La Figlia del Faraone di Petipa, ideato nel 1862 a San Pietroburgo. La ricostruzione è firmata questa volta dal francese Pierre Lacotte che ne ha fatto un sunto di tutto quanto fa Ottocento, impastando Petipa con lo stile danese di Bournonville. Ma la compagnia moscovita è talmente sfavillante nel virtuosismo e nel nitore (questa volta la palma va a Svetlana Zakharova, in scena in questi giorni alla Scala cone le masse del teatro in Bella Addormentata) che fa dimenticare il pastiche stilistico della pur corposa coreografia.
Con il Bolshoi si chiude questa parte della stagione di danza degli Arcimboldi che ha messo in luce di quanto a Milano il pubblico per la danza sia numeroso. Lo si è visto anche in programmi ben più contemporanei, con Bill T. Jones, Trisha Brown, Russell Maliphant. E la città risponde anche in situazioni più di nicchia che si sono conquistate credito. Un festival concentrato con capacità sulla scena contemporanea come «Danae» lo ha appena dimostrato registrando al Litta una folta presenza di pubblico ed ugualmente è da salvaguardare l'esperienza del festival «Uovo» che presenta artisti contemporanei come Xavier Le Roy, allo Ied Moda Lab stasera. Di rilievo per la città è anche che l'8 luglio, per la Milanesiana, Saburo Teshigawara debutti alla Scala. Un entusiasmo per la danza non immune, però, da alcuni scivoloni: come Why di Daniel Ezralow allo Smeraldo, una pasticciata di video che scorrono, di danze non legate tra loro da un'idea forte, interpreti i ragazzi della trasmissione televisiva Amici.
Francesca Pedroni
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Corriere della Sera, 13 maggio 2007
Il balletto russo agli Arcimboldi con due titoli di media qualità
Bolscioi, si salvano solo le star
MILANO - Il ritorno del Balletto del Bolscioi di Mosca agli Arcimboldi ci riporta a eventi straordinari di 30 e 40 anni fa, ai tempi in cui la Scala aprì le porte agli scambi culturali con il gran teatro ufficiale dell' Urss; oggi, a frontiere aperte, il rapporto fra i due Enti riprende senza problemi. Sono arrivate le nuove stelle russe, eccezionali e contesissime come Svetlana Zakharova, tra prodezze accademiche e grandi passi a due. In Italia non ci sono più étoiles internazionali, l' arrivo dei formidabili russi è stimolo per le giovani leve. Ma se la Zakharova danza alla Scala La bella addormentata versione Nureyev, ci chiediamo perché il Bolscioi abbia portato a Milano due titoli di media qualità, La figlia del Faraone e Il limpido ruscello (in dicembre al Regio di Torino farà il Corsaro, Spartacus e Giselle). Il primo è un pasticcio nato nel 1862 sull' onda dell' egittomania scatenata dalle imprese di Napoleone Bonaparte fra le Piramidi, tra scene classiche di alto livello (coreografia di Petipa, restaurata da Lacotte con inutile fedeltà) e banalità sorpassate come leoni impagliati, un cavallo bianco con biga, una scimmia che caprioleggia, mentre un viaggiatore inglese entra per incantesimi in un paradiso superesotico. Allestimento senza prestigio, musica di Pugni di mediocre livello: La figlia del Faraone vale meno del nostro Excelsior di Manzotti e Marenco; così com' è non sarebbe accettata all' Arena di Verona (ma lo spettacolone pompier anticipa in qualche modo il cinema con archeologi e arche perdute). Il secondo spettacolo, Il limpido ruscello che il neodirettore artistico della compagnia, Ratmanskij, ha ricostruito sulle spesso geniali musiche di Sciostakovich, è un prodotto della scena sovietica 1935-36. Ambientato in un kolkhoz nel Kuban, in stile di commedia, fu stroncato dalla critica di regime e giudicato un falso estetico. Il Ruscello paga il prezzo di mille ambiguità, e non è sovietico e popolare, chiude il periodo delle avanguardie che hanno bruciato ingegni come quelli di Majakovskij e Esenin, apre al passato ciaikovskiano (e per fortuna tornò in scena Prokofiev con Romeo e Giulietta). Sarebbe stato bello riscoprire il balletto con le scene e i costumi originali di Bobysov (le attuali sono di Boris Messerer) e con i sipari molto bolscevichi della «prima», ma Ratmanskij ha preferito evitare confronti. Gli applausi, l' entusiasmo, sono stati tutti per gli interpreti meravigliosi, in testa Tsikaridze, la Lunkina, la Alexandrova, Filin, Klevtsov. L' Orchestra «Verdi» ha accompagnato benissimo gli spettacoli.
Mario Pasi
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