Efferati gangster in salsa cinese
DALL’INVIATO Venezia.
A Marco Müller si può perdonare tutto: tanto più se la sua ormai leggendaria «cinesitudine» serve in coda ai premi un dessert innocuo e piacevole come «Blood Brothers» («Tiantang kou»). Nell’ultimissimo titolo passato fuori concorso si nota subito, infatti, lo zampino di John Woo: l’opera prima dell’ex fotografo e regista di videoclip Alexi Tan pesca, infatti, nello straripante deposito accumulato dal maggiore specialista del poliziottesco all’orientale. Ci ritroviamo nei «favolosi anni Trenta» di Shanghai, quando le irresistibili ascese sociali prosperano all’ombra dei maneggi di ogni sorta di ricchi imprenditori, politici spregiudicati e gangster efferati. I protagonisti sono, per l’ennesima volta, due ingenui e volenterosi fratelli provinciali che, in compagnia di un devotissimo compare, utilizzano gli scenari della Los Angeles del Duemila per tradurre i propri sogni in una perfetta carriera criminale. Il tourbillon di violenze assortite, eroismi a fondo perduto, sfrenati amori e incontri che cambiano (non sempre in meglio) la vita, benché racchiuso nella canonica ora e mezza, sembra interminabile perché, come si è detto, aggregabile a un centinaio di prodotti similari. Il dato empirico, peraltro, non inficia il franco divertimento procurato allo spettatore dalla fatidica marcia dei «fratelli di sangue» verso un destino che li porterà fatalmente a dilaniarsi. La caccia alle influenze, cara agli avamposti dei superstiti cultori, potrebbe poi scovare ghiotti riferimenti alla retrospettiva (anch’essa vidimata dall’empirismo del Grande Timoniere Direttore) degli spaghetti western e ai relativi eccessi di caos morale, ribalde decadenze e nutrite sparatorie: pur scontando la difficoltà tutta occidentale nel censire le differenze somatiche tra i vari personaggi, è indubbio che il ritmo non lasci tregua, l’ambientazione risulti suggestiva e il trapianto possa elettrizzare i patiti dell’action-movie.