Viaggio tra le diverse anime della Turchia
Un film epico ha inaugurato il 13esimo "MedFilm Festival", la rassegna del cinema del Mediterraneo in corso a Roma nelle sale Savoy, Trevi e Europa fino al prossimo 18 novembre. Ad aprire la manifestazione è stata dunque l'ultima pellicola il film del regista turco Abdullah Oðuz, reduce in patria di un grande successo di pubblico, che si intitola "Bliss - Mutluluk". Il film comincia con una scena simile a quella de "La ragazza del lago" di Andrea Molaioli per spiccare poi subito il volo, usando la fortunata espressione di Ferruccio Parazzoli, "dai tetti in su", verso il mare e l'orizzonte della Turchia. L'eroina è Meryem, interpretata con perfezionismo e passione dalla bellissima Özgü Namal. Meryem è rea di non essere morta dopo essere stata stuprata, e a sua discolpa non fa neppure il nome dell'aguzzino, rimosso dalla sua memoria. La legge tribale del villaggio parla chiaro: Meryem deve morire. La ragazza rifiuta il suicidio d'onore, e il capo clan ordinerà al proprio figlio Cemal, militare dell'esercito turco, di condurla a Istanbul, formalmente per un matrimonio riparatore, in realtà per farla fuori in maniera pulita e anonima. Ma la mano di Cemal, già segnato dalla conoscenza sul campo della morte, è incerta, e l'uomo opta per la disobbedienza alla patria volontà fuggendo con la ragazza. Comincia il viaggio dei due giovani, innamorati ma divisi da pudore, principi e paura, il viaggio verso la città, nel confronto fra l'arcaismo dei villaggi e la Turchia tenacemente laica, il viaggio per lasciarsi alle spalle le origini, il viaggio come crocevia di caso e destino, che porta i due a incontrare Irfan Kurudal, un professore universitario ricco e colto che ha deciso di fuggire dall'aridità della vita di salotto, e forse da una malattia incurabile, girando il mondo su un veliero. Irfan imbarca i due sconosciuti e diventerà il loro Virgilio in un viaggio in cui la morte è il punto di partenza di tutti e tre, il porto nero da cui salpare e che, puntuale, minaccia di tornare ogni volta che la barca si ferma. L'acqua è un simbolo costante nel film: l'acqua purificatrice con cui la nonna di Meryem, l'unica a volerla salvare, lava la ragazza dopo la violenza, l'acqua del mare aperto e delle baie che nascondono Meryem ai nemici, l'acqua che la riporterà alla trasparenza del passato, al ricordo del nome del suo carnefice, nel colpo di scena finale del film. Indifferente ai luoghi comuni del "multiculturale" o del "confronto con l'Occidente", il regista è forte della storia, tratta dal famoso romanzo del musicista e scrittore Zülfü Livaneli (autore delle musiche del film) "Felicità", e trasforma una vicenda possibile in un'epopea umana senza mai cadere nel melodramma. Un punto in comune con il più metropolitano Fatih Akin, regista turco-tedesco de "La sposa turca", da pochi giorni nelle sale italiane con il suo nuovo "Ai confini del Paradiso", è forse quello di un cinema più di immagine che intimistico o psicologico. Le grandi inquadrature dall'individuo scivolano al paesaggio e fuggono all'orizzonte proiettando il personaggio nel mito: è la storia eterna di Ulisse, del viaggio nato dalla fuga, e della lotta fra destino e libertà.
Angela M. Piga