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BLACK COMEDY
di Peter Shaffer
al Teatro dell’Arte
regia di Franco Zeffirelli
con Giancarlo Giannini, Anna Maria Guarnieri, Milena Vukotic, Carlo Croccolo, Luigi Pavese, Gianna Piaz
LA NOTTE 06/01/67

Da un’esagerazione all’altra? A forza di mantenerla sotto pressione, si sa, ogni caldaia scoppia… e viene il giorno in cui una farsa, non certo memorabile, diventa una bandiera, il vessillo di una rivolta, di un riscatto, di una restaurazione, senza guardar per il sottile e senza esclusione di colpi. Il teatro comico, il repertorio di evasione cacciato ad insulti dalla porta, onde Molière stesso rischiava di essere un autore sospetto, rientra a sberleffi dalla finestra. Quello che si sta vedendo al Teatro dell’Arte al Parco, dove si è insediata la compagnia tutta giovinezza, salute e simpatia dell’irrequieto, esplosivo ed imprudente Franco Zeffirelli, è la conseguenza vistosa, sfacciata, provocante, eccessiva, di quindici anni di terrorismo culturale, di intimidazione ideologica, di demagogia educativa, di imbottigliamento didascalico e di crociere di lusso nella valle dei grandi morti; per cui lo spettatore che rivendicasse il diritto di comprare un biglietto di teatro allo scopo di procurarsi il paio d’ore di svago e le quattro risate legittime al cinematografo, era considerato poco meno di un ritardato mentale, di un essere socialmente pericoloso da tener d’occhio e, nella migliore delle ipotesi, da mandare alle scuole serali per decreto ed a spese del Ministero dello spettacolo.
È inutile arricciare il naso a questa Black comedy, come lo è indignarsi alle riviste della compagnia dei legnanesi travestiti da donna, in nome di Shakespeare, di Cechov, di Brecht e magari – i visoni! – di Cesare Giulio Viola e Aldo De Benedetti: anche il disimpegno ha i suoi fasti e le sue vittime, è la legge del contrappasso. Sarebbe  grave errore misconoscere e sottovalutare l’adesione esultante di un migliaio di studenti, per la maggior parte universitari, l’altra sera, all’anteprima riservata ai giovani, non certo culturalmente sprovveduti, che erano accorsi a dar una mano al salvataggio delle pitture e dei libri di Firenze allagata. Essi sono il pubblico di domani se non sono già quello di oggi. Non prendiamo sottogamba la loro accoglienza facendola, al solito, rientrare in un’esplosione di esuberanza soltanto goliardica.
A guardar le cose appena un po’ superficialmente, essa potrebbe, essa può, indicare una tendenza: la manifestazione in via di chiarirsi e in attesa di controllarsi, anche da noi, di un gusto, che ha già fatto piazza pulita di molte cose; rivolto verso i modi e i toni, sia sul piano del linguaggio sia – anche questo importante – su quello della recitazione, di una comicità, antirealistica,, logica, dissacrante che ce la conta più lunga di quanto si crede sui disincanti e su parecchie altre cosette pratiche, morali, ideali e sessuali della presente generazione. Ma qui il discorso si farebbe lungo e sottile, ben più importante del copione che me lo suggerisce, e sarà per un’altra volta.
Certo, l’autore, uno degli inglesi del momento, il quarantenne Peter Shaffer, ha, come si dice, visto un bel mondo con questa sua lunga farsa in un atto, che, tirata un po’ per i capelli, ha generato i due tempi della rappresentazione di ieri sera. Vi dò parola che non ho bisogno di richiamare in servizio i miei studi di medicina per garantirvi che non ha corso pericolo di farsi venir la meningite nell’escogitare la trovata che sostiene da capo a fondo la sua commediola. E tuttavia, a rischio di far scandalo citando una fonte illustre irritante le Minerve di sentinella, personalmente la trovo stretta parente di una di quelle trovate meccaniche, tipiche dei vaudevilles di Labiche, proposte ed imposte fino in fondo, fino all’assurdo, con fanatico accanimento; che, prima di esaurire la loro carica, ce ne fanno vedere di tutti i colori. E poco importa che, là, fossero i colori di un puritanesimo rosa e celeste e, qua, sieno i colori di una spregiudicatezza verde e rossa. Alla resa dei conti, per quanto il tono della musica sia agli antipodi, questi sono innocenti quanto quelli: lasciatemi divertire e basta.
Si tratta, pensate un po’! di un corto circuito che toglie la luce e piomba nelle tenebre l’abitazione di un impecunioso scultore informale – ruote di bicicletta, coperchi di pentole, manichi d’ombrello e così via, come alla Biennale di Venezia – proprio la sera che deve ricevere il padre della sua fidanzata perché consenta alle nozze, e un eccentrico collezionista miliardario perché gli acquisti uno dei suoi allucinanti capolavori. E la trovata cos’è? Che quando il palcoscenico è all’oscuro vuol dire che fa chiaro  e quando è illuminato a giorno vuol dire che è buio pesto. Con tutti gli incidenti, le capocciate, gli equivoci, gli scherzi, le libertà, le birbanterie e le pomicionerie che si fanno all’oscuro e non si farebbero mai alla luce del dì.
Chi conosca Zeffirelli può farsi un’idea della voluttà, della prodigalità, dell’impeto e della frenesia con cui ci si è buttato dentro, strizzando come un limone tutte più una le possibilità che gli si offrivano senza badare ad altro, e a che avrebbe dovuto badare? Di solito, al buio, non fosse altro per non rompersi la testa, la gente resta immobile; qui si agitano, corrono, si incontrano e si scontrano come in una partita di rugby; con un’esagitazione mimico-motoria-acrobatica da togliere, in due ore, un chilo di peso a chi la compie  e da mozzare il fiato a chi la vede, giocando d’accordo, alla finzione di non vederla. E anche se, inevitabilmente, nell’ultimo quarto d’ora la impazzita macchinetta gira a vuoto dovendo concludersi senza concludere, quasi non ci se ne accorge.
In tale virtuosismo, che è meno e più della recitazione nel senso consueto, tutti gli attori sono stati di una precisione cronometrica e di una accelerazione inesauribile, dal frenetico Giancarlo Giannini alla sorniona Anna Maria Guarnieri, dall’esilarante Bonagura, un successo personale per l’umoristica misura posta a disegnare i patetici vapori di un campione del terzo sesso, alla svampita Vukotic, dal lepido Carlo Croccolo allo stupefatto Luigi Pavese, alla emozionata ed emozionante Gianna Piaz. Son curioso di vedere l’andamento delle repliche.

   
© Sipario 2011