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Birdwatchers - La terra degli uomini rossi
Birdwatchers - La terra degli uomini rossidi Marco Bechis
con Claudio Santamaria, Chiara Caselli, Alicelia Batista Cabreira, Abrisio da Silva Pedro, Ambrosio Vilhalva
 
L'Unità, 11 settembre 2008

Venceremos adelante

Il diritto alla propria terra non i estingue nemmeno dopo 500 anni. Sono tante in Brasile le tribù indio come quella Guaranì-Kaiowà protagonista autentica del film che si sono accampate fuori o dentro i latifondi dei bianchi per reclamare la "tekohà", tomba degli avi e speranza per il futuro fuori dalle riserve-ghetto. Due suicidi di giovani indio – abituali ormai come l'alcolismo, sepoltura faccia a terra, oggetti da portare nell'aldilà scarpe da ginnastica e telefonino – convincono il capo tribù a muovere i suoi. Il vecchio sciamano dà lezione al successore sul ciglio della strada, in faccia la scia delle auto in corsa. Santamaria guardiano "cazzo profumato" gabbato dalla bella indio, profferte e omicidi e pesticidi spruzzati dall'alto, tutte le provano i fazenderos, nulla riuscirà a smuoverli. Fuori dalla finzione, la tribù starà ancora lì accampata finchè giustizia non sarà fatta. Non ci sono più i vecchi alberi ma coltivazioni transgeniche e campi per le mucche ("nemiche" della loro terra), loro ormai vestono all'occidentale (a parte gli spettacolini da "selvaggi" pagati dai tour operator) e hanno assoldato avvocati. À la guerre comme à la guerre.

Nel cartellone veneziano, disimpegnato oltre che poco interessante, Bechis da "vecchio compagno" svettava con la sua idea "progressista" del mezzo cinema che sarebbe piaciuta al Pontecorvo de La battaglia di Algeri. E' il filo rosso di un autore "nomade": Hijos e Garage Olimpo su deseparasidos e dittatura argentina, Alambrado contro le multinazionali costruttrici in Patagonia. Sebbene nel film si aprano un paio di questioni (il contatto tra il giovane indio e la figlia del bianco) lasciate scivolare via, si respira partecipazione e trasporto. Non epico terrore herzoghiano come in Fitzcarraldo. Autoctoni bravi e credibili nel ruolo i se stessi. E non era scontato. Bellissime le settecentesche composizioni barocche di Domenico Zipoli, gesuita volontario in America Latina che apprezzò il talento degli indios, facendoli suonare e cantare.

Pasquale Colizzi

© Sipario 2011