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Barbarossa
Barbarossadi Renzo Martinelli
con Rutger Hauer, Raz Degan
 
Corriere della Sera, 9 ottobre 2009

Alberto da Giussano, che noia

Mai sentiti tanti nitriti tutti in una volta, ma i cavalli sono i veri protagonisti del filmone commissionato a Renzo Martinelli dalla Lega, che lo considera il suo Eisenstein. Tutto noto, la storia del prurito regale di Federico I il Barbarossa che, sognando da Carlo Magno, vorrebbe comandare sui comuni lombardi, alcuni irrequieti come Milano, altri fedeli come Lodi e Como. Ma la partita del destino - si vede dall' incontro col piccino nel bosco nel 1158 - è con Alberto da Giussano che nel 1176 comanderà i lumbard e vincerà il tedesco invasore nella Battaglia di Legnano, cittadina dove peraltro oggi il film non è in programmazione. In mezzo, 139 minuti di proiezione in cui, come in un ex voto, si vedono i fatti e si ascoltano le parole di rito, come il veloce didascalico riassunto di una Storia da tramandare come Leggenda magari a un pubblico di ragazzi. Martinelli riprende da western en plen air, quella della Romania: premonizioni della veggente all' imperatore sul pericolo della falce (senza martello), reliquie dei Re Magi, l' amor puro di Alberto per Eleonora sopravvissuta al fulmine e perciò strega (ma alla fine bruciano un' altra al posto suo, così c' è l' happy end), la distruzione di Mailand come da cartina, il taglio delle orecchie veronesi, i non casuali incontri col potere spirituale, il tentativo di unire le forze lombarde per la libertà (vedi la voce «popolo della») mentre il corrotto Barozzi (attore multiuso Murray Abraham) squarcia il velo alle monache di clausura come oggi una legge impone per il burqa. Al costoso film, che ha facilonerie, tempi, salti logici e narrativi, insomma ha l' impaginazione classica da tv, manca ciò che interessava forse di più a Bossi, unica comparsa italiana fra migliaia di rom (che scherzo!): sono assenti ingiustificati epopea, tensione e pathos, oltre a disamina politica. E' tutto annunciato e commesso, con qualche primo piano horror, ma il racconto non dà emozioni anche per la scarsissima presenza degli attori. Se Rutger Hauer vaga con l' occhio azzurro nel tempo e nello spazio ma, con buona volontà, si può credere che pensi al Barbarossa, Raz Degan è maschera priva di qualunque espressione e si capisce ora quale miracolo abbia fatto Olmi in Centochiodi. Relativa miglior figura per Katia Smutniak e la «pentita» m.me Cassel, Beatrice di Borgogna, tutto sommerso in un' orgia di facile retorica che naturalmente vorrebbe essere attual-leghista.

Maurizio Porro

 
Il Mattino, 10 ottobre 2009

Guarda alla tv il «Barbarossa» in salsa leghista

Alzi la mano chi sentendo parlare di Federico Barbarossa, di Alberto da Giussano, del giuramento di Pontida non è subito andato con la memoria a quei noiosi, nozionistici ripassi scolastici e non ha pensato che è materia ideale per un film fiume televisivo. È proprio da qui che è partito Renzo Martinelli, abile artigiano a suo agio con le megaproduzioni storiche, per questo «Barbarossa» costato 30 milioni con il coinvolgimento produttivo e distributivo della Rai e sponsorizzato dalla Lega che lo ha adottato quasi come un manifesto culturale, politico e ideologico delle origini della Padania e della propria vocazione autonomistica. Il kolossal epico ripercorre le tappe dell’arcinoto scontro medievale tra l’imperatore germanico Barbarossa e la Lega dei comuni lombardi che culminò nella battaglia di Legnano, con la tensione controinformativa, a tratti didascalica, che tende ad esaltare il ribellismo di stampo leghista per la conquista della libertà. E porta i segni della destinazione per il piccolo schermo (una versione più lunga) nei dialoghi, negli interni, in certi passaggi narrativi. Profezie, stragi, battaglie spettacolari, la distruzione di Milano del 1162 e una brava Kasia Smutniak che s’impone tra gli irrilevanti Rutger Hauer e Raz Degan.

Alberto Castellano

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