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Ballare per un sogno
Ballare per un sognodi Darren Grant
con Mary Elizabeth Winstead, Tessa Thompson, Riley Smith
 
Il Giornale, 10 aprile 2009

La ragioniera diventa regina di danza

Un’altra commediola per ragazzine fanatiche del’hip hop, sollecitate da troppe trasmissioni tv. Protagonista di Ballare per un sogno è la graziosa contabile Lauryn (Mary Elizabeth Winstead) che lascia l’officina del fratello per correre a Chicago. Là si tengono le prove d’ammissione alla prestigiosa Scuola di musica e danza. Bocciata alla prima audizione, è assunta in prova come ragioniera al night più in, da dove spiccherà il grande salto sul palcoscenico. Seguirà un secondo trionfale provino oltre a un casto flirt. Sempre meglio degli insopportabili mostriciattoli di Maria De Filippi.
voto: 4
MB

 
Il Tempo, 5 aprile 2009

Ancora una variazione sul tema della danza e del ballo.

Si comincia in una cittadina dell'Indiana. Lauryn, rimasta orfana di padre e madre, coadiuva il fratello in un'officina ereditata dai genitori, ma il suo sogno è la danza, così parte per Chicago dove pensa di sostenere un esame per essere ammessa ad una scuola famosa. Respinta, è così avvilita che non dice la verità al fratello e finisce in un club dove, su un palcoscenico tutto lustrini, si balla il «burlesque» nella scia del hip-hop. Lei, però, nonostante la simpatia di Russ, il deejay, che la vorrebbe veder subito ballare, si vede attribuire soltanto un incarico di contabile. Ma ecco che, come facilmente prevedibile, una delle ballerine si assenta e Lauryn, con l'avallo di Russ, finisce per esibirsi con successo in palcoscenico. È chiaro che non si fermerà lì: la danza classica l'attende, supererà l'esame e tutti saranno contenti, anche Russ che, amante riamato, coronerà a sua volta il suo sogno di diventare compositore, anche il fratello che, arrivato inatteso dall'Indiana, farà in tempo a verificare le felici attitudini alla danza di Lauryn... Tutto già visto, e da anni. Con quel lieto fine che si aspetta subito anche lo spettatore meno provveduto, però bisogna dare atto al regista, Darren Grant, noto finora soprattutto per molti video musicali e per degli spot commerciali, di essere riuscito a muoversi in mezzo a situazioni così risapute con una certa scioltezza, accettando tutto così come gli era stato proposto dai produttori, ma ingegnandosi con qualche fortuna a farlo accogliere senza troppe difficoltà. Intanto il disegno dei personaggi principali. Non si sottrae ovviamente agli stereotipi cui si rifà, ma ha spesso colori e, addirittura, sfumature che possono convincere. Così come convincono i climi, pur consueti, che vediamo evocati in quei club dove il «burlesque» detta le sue leggi certamente frivole ma anche piacevoli, mentre il rapporto sentimentale che si instaura fra Lauryn e Russ, anche se atteso, ha quasi sempre un piglio fresco, coronato da battute di dialogo colorite e vivaci. Senza cedere alla maniera. Il merito, un po', va dato anche agli interpreti. Nelle vesti di Lauryn c'è un'attrice, Mary Elizabeth Winstead, solo intravista in qualche altro film (ad esempio «Grind House-A prova di morte» di Tarantino) con mimica e gesti plausibili. E così Riley Smith che le dà la replica come Russ. Può accettarsi.

Gian Luigi Rondi

 
Il Giornale, 3 aprile 2009

La solita solfa con la contabile che diventa regina di danza

Che barba con queste ragazzine fanatiche del ballo, che spuntano da ogni angolo di cinema e tv. Una saga infinita aperta nei primi anni Ottanta dai passabili Flashdance e Footloose e poi giunta, attraverso Dirty Dancing e Billy Elliot, ai recenti, micidiali Step Up e Step Up 2. Sempre la stessa solfa, se non proprio la medesima musica, con una lei, molto più raramente un lui, decisa a sfondare nell’hip hop o come diavolo si chiama. Di solito la fanciulla è cocciuta, povera o comunque disagiata, meglio se orfana e ovviamente graziosa. Vincendo difficoltà di ogni genere, terremoti e tsunami esclusi (ma potrebbe essere un’idea per il futuro), riesce a emergere tra cotenaee meno brave, meno belle e, a dirla tutta, anche meno invadenti.
Non si discosta di una virgola dall’immutabile cliché il prevedibile Ballare per un sogno diretto con limitata fantasia da un certo Darren Grant. Dunque, la diciottenne Lauryn Kirk (Mary Elizabeth Winstead) sgobba a Kenwood, Indiana, come contabile nell’officina che il fratello Joel ha ereditato da papà. Ucciso da un’infarto, dopo la morte di cancro della moglie (visto?). Di colpo la ragazza monta in auto e corre a Chicago, dove sono in calendario i corsi d’ammissione alla prestigiosa Scuola di musica e danza. Subito bocciata, trova conforto e ospitalità dalla camerierina di fast food Dana (Tessa Thompson), che arrotonda sgambettando nel night più in della città, il Ruby’s di Brenda.
Quasi inutile aggiungere che Lauryn, assunta in prova come ragioniera, presto spicca il salto, non solo virtuale, sul palcoscenico, scalzando la sensuale divetta Carmen. Volete scommettere che per lei ci sarà un secondo, trionfale provino? Senza scordare un casto flirt con il biondo dj Russ (Riley Smith). Se le teenager, meglio se sotto i quindici anni, si appassioneranno, gli altri troveranno i sorridenti protagonisti più simpatici, e meno maleducati, degli insopportabili mostriciattoli di Maria De Filippi.

Voto: 4

Massimo Bertarelli

 
Il Messaggero, 3 aprile 2009

Insieme ai piedi di Rosario Dawson era con le sue splendide gambe affusolate da majorette una delle parti anatomiche più perturbanti di Death Proof - A prova di morte di Quentin Tarantino. Torna Mary Elizabeth Winstead che non riuscendo ad essere la nuova Wonder Woman (ha perso il provino), si butta anima e corpo nella danza in Ballare per un sogno, in cui è una ragazzona dell'Indiana che arriva a Chicago per sfondare grazie a una scuola prestigiosa. Respinta al provino (pure lì), si ritroverà in un club per soli uomini. Ma non mollerà. Dalla penna ballerina di Duane Adler, sceneggiatore dei superiori Step Up e Save the Last Dance, ennesimo film del filone: "Balla che ti passa". Anche se questi 90 minuti passano a fatica. E la Winstead, senza Tarantino, è molto meno sexy. Ennesima prova che al cinema gli attori fanno del loro meglio. Ma i registi fanno sempre la differenza.

Francesco Alò

© Sipario 2011