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Baarìa
Baarìadi Giuseppe Tornatore
con Francesco Scianna, Margareth Madè, Angela Molina, Lina Sastri, Luigi Lo Cascio, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Nino Frassica (Italia, 2009)
 
L'Espresso, 10 settembre 2009

Piccola Sicilia

Silvio e Piersilvio Berlusconi, che hanno prodotto l'epico e costoso 'Baarìa' di Tornatore, dichiarano a una voce che si tratta di un capolavoro, ma come tante altre volte sbagliano. È un film classico, storia autobiografica dai '40 alla fine del Novecento di una famiglia della piccola città di Bagheria in provincia di Palermo, luogo natale del regista (e anche di Renato Guttuso). Ha momenti altamente epico-estetici: l'occupazione delle terre incolte da parte dei contadini; il corteo per i massacrati a Portella della Ginestra, una folla con il segno del lutto sul petto e bandiere rosse; alcuni bellissimi paesaggi di montagna. Ha pure molte macchiette o piccoli episodi minori: la gara tra mangiatori di spaghetti con le mani legate dietro la schiena e la faccia tuffata nella pasta al pomodoro; parenti e amici intorno al letto dell'agonizzante per affidargli messaggi indirizzati ai propri defunti; i balli tra coppie di uomini o coppie di donne; il folle, l'arrabbiato, la vecchia indovina, i fascisti cattivi e ridicoli, alla fine il giocattolo spezzato e abbandonato. Si sa che il regista è bravissimo alla macchina da presa e nella direzione degli attori che risultano infatti tutti ottimi. Gli manca invece una visione generale e una intelligenza delle cose. 'Baarìa' è un blockbuster lungo e largo, modello 'Via col vento'. Vi si parla molto dei comunisti: ma il protagonista comunista è soprattutto un onesto santino, una persona generosa e giusta, mentre non si capisce cosa facciano i comunisti col loro entusiasmo. A parte le manifestazioni, niente, sembra. I mafiosi sono pochissimi, con il mezzo sigaro e/o gli occhiali da sole, seduti al circolo dei maggiorenti paesani: pure loro sembrano fare molto poco. Il momento della fine della Seconda guerra mondiale festeggiata dagli affamati con il saccheggio dei negozi di alimentari è bello; la fine della monarchia o il separatismo non interessano, i sindacalisti uccisi in Sicilia vengono appena nominati. Naturalmente nessuno pretende tutto, neppure in un film che dura più di due ore e mezza: ma un migliore equilibrio, un minore narcisismo, sarebbe stato un vantaggio anche per gli spettatori. Pure una visione più originale e creativa: tentare nuovi mezzi dell'espressione è sempre un'impresa gloriosa.

Lietta Tornabuoni

 
La Stampa, 25 settembre 2009

Un capolavoro a metà

"Baarìa" è il nome antico di Bagheria, piccola città in provincia di Palermo, luogo natale del regista Giuseppe Tornatore (e anche del pittore Renato Guttuso), centro protagonista del film italiano storico-autobiografico, estetico-eroico, più ambizioso, impegnativo e costoso del 2009. Il racconto classico, romanzesco-ottocentesco, non è piaciuto alla giuria dell’ultima Mostra di Venezia, ma ha momenti cinematograficamente ed emotivamente grandi. L’occupazione delle terre siciliane incolte da parte dei contadini disarmati dopo la seconda guerra mondiale: con le bandiere rosse, l’empito di massa, una epicità della speranza che sembra rifarsi alla pittura di Guttuso, Zigaina, Turcato. Il corteo urbano per i massacrati a Portella della Ginestra il primo maggio 1947: con i manifestanti che ostentano il segno nero del lutto sul petto, l’indignazione rabbiosa e dolente sulle facce, le bandiere. Il ballo in cui, sfidando la tradizione contraria al mescolarsi in pubblico dei sessi, per la prima volta il protagonista invita a ballare la ragazza che sarà sua moglie e volteggia con lei, tra lo sconcerto e la felice sorpresa dei presenti. I due bambini di diverse generazioni la cui corsa a perdifiato s’incrocia sulla via principale della città, sempre presente nel film come un’arteria vitale. Baarìa racconta la storia della famiglia del regista dagli Anni Trenta agli Ottanta. L’ambizione dichiarata del regista è quella di narrare attraverso questo microcosmo pure la Storia siciliana e italiana: desiderio non realizzato. Tornatore è un regista molto bravo con la macchina da presa e anche un efficacissimo direttore degli attori (che sono infatti tutti ottimi): gli manca una visione generale, la forza evocativa dei simboli. L’affresco sembra in lui soprattutto volontaristico: i dettagli gli riescono meglio, persino quando sono troppi o acquistano nella ridondanza un tocco folcloristico (i bambini che rubano frutta sugli alberi; la veggente Lina Sastri in vagabondaggio con il figlio malato; la gara dei mangiatori di spaghetti al pomodoro). Ma, nel suo stile un poco convenzionale acceso ogni tanto da alte illuminazioni, anche se non è il capolavoro proclamato dai suoi produttori Silvio e Piersilvio Berlusconi, Baarìa bisogna proprio vederlo.

Lietta Tornabuoni

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