Anna Christie
di Eugene O'Neill
Radiocorriere, settembre
1960
Qualcuno, a proposito di Eugene O’Neill ha usato la parola
kolossal. È, come sapete, il termine in cui si riconobbe la
Germania Guglielmina prima di dimostrare un’allarmante simpatia
per le camere a gas e i campi di sterminio. Ed è un termine
che serve assai bene a dare un’idea di tutto il “grosso” insito
nel “grande” drammaturgo americano.
Col salire e poi col declinare della sua attività e, diciamolo pure, della
sua fama, l’enorme, l’eccessivo, il massiccio, lo smisurato non han
fatto che gonfiare sempre più il suo discorso. Pazienza – anzi,
sotto un certo punto di vista merito; vengono in mente gli inesauribili drammaturghi
del Seicento spagnolo – se codesta ipertrofia, non sempre controllata,
si fosse esaurita nel puro e semplice computo quantitativo. Il guaio fu che essa
finì con l’investire anche qualitativamente ogni singola opera risparmiandone
assai poche. Tutto tende a diventare elefantiaco, indiscreto, magniloquente,
melodrammatico, barocco: il primitivo nucleo dell’ispirazione – sempre
sincero, occorre riconoscerlo, questo sì, come l’estensione della
scrittura, la psicologia dei personaggi come i loro conflitti drammatici, la
loro consistenza reale come le loro dilatazioni simboliche e metafisiche d’ogni
genere. Vittima di un formidabile, sarei per dire mostruoso, istinto del teatro – il
padre, si sa, era attore – quale nessun altro commediografo degli ultimi
quarant’anni, finì col manifestarsi esteriormente, senza troppo
badare se il materiale delle mastodontiche architetture che andava elevando fosse
pietra o cartapesta; simile in ciò al confusionario Andreiev col quale
ha più di un punto di contatto o, se si vuole, ad una sorta di Sardou
intellettualistico, riveduto ed aggiornato.
Verista, romantico, idealista, mistico, simbolista, espressionista sono, nel
suo caso tutte definizioni legittime e nessuna soddisfacente. Egli è,
volta per volta, ognuna di queste cose e tutte queste cose insieme. La sua opera?
un repertorio, per non dire un campionario, delle esperienze e delle mode messe
in circolazione dalla cultura europea del suo tempo, con particolare predilezione
per le posizioni d’avanguardia ottimisticamente assimilate da un pionieristico
spirito sperimentalista; un fiume limaccioso dove hanno gettato le loro acque
Kipling e Conrad, Melville e Synge, Strindberg e Wedekind, Nietzsche e i Greci,
Kaiser e Pirandello, Lenormand e Freud, e via discorrendo, tutti a orecchio,
come vien viene.
E tuttavia, al di sopra dei singoli drammi tanto danneggiati dal tempo, egli
rimane pur sempre la chiave di volta del teatro americano; colui che ne fissò certe
caratteristiche nazionali e ne impose l’autorità al mondo. Il sentimento
tragico della vita, il pessimismo umanitario, il velleitarismo evasivo, la polemica
antipuritana, la reazione antiottimistica, le aperture ideali, la problematica
morale centrata sulla condizione sociale; soprattutto il rivoltoso impianto dei
personaggi, la loro ossessione psicosessuale, il loro condizionamento freudiano,
l’impulso irresistibile alle confessioni spalancate, alla vocazione alla
lotta per la sconfitta; l’esiziale equivoco fra sperimentazione tecnica
ed espressione poetica, la truculenza realistica nutrita di ribellione romantica,
gli stessi fiumi d’alcol che scorrono tra le sponde dei copioni americani,
hanno un’origine ed un nome solo: O’Neill. Il contemporaneo teatro
americano è stato possibile per l’impostazione che egli dette alla
scena del suo paese i cui interessi e i cui risultati artistici erano stati,
fino allora, trascurabili, innestandola nel vivo di una società e di un
costume di cui, tra i primi, percepì e denunciò la crisi, e contribuendo,
bene o male, alla formazione di una inconfondibile civiltà teatrale, sia
pure mercé i detriti di un raffazzonato e indiscriminato quanto commovente
e rispettabile dilettantismo. Vogliamo dire un dilettantismo eroico? O’Neill
personaggio di O’Neill.
Forse – personalmente penso senz’altro – la nota più originale
e sincera dello sterminato repertorio è quella di un realismo schietto,
rozzo e violento, che coincide con la stagione degli inizi non ancora guastata
dalle sirene delle tante sovrastrutture intellettualistiche e il loro linguaggio
fiume, sempre sopra le righe, dove cento parole approssimative fanno le veci
dell’unica parola essenziale. Vero è che, quasi sempre, anche nei
copioni meno persuasivi, un’autentica e sofferta pena scaturita dall’intimo
e angosciata biografia dell’uomo, riesce, prima o dopo, a farsi strada
e, attraverso la propria convulsa eloquenza, giunge all’animo dello spettatore.
Ma dove essere vi arriva con semplicità, immediatezza ed intensità è nei
brevi “drammi marini” e nel lungo dramma marino che, in certo senso,
tutti li riassume: Anna Christie, in programma, questa settimana agli
studi televisivi di Milano, interpreti principali Anna Proclemer e Salvo Randone.
Storia semplice, quasi banale nella sua verità. Un dramma di sentimenti
elementari fra tre personaggi elementari. Fu osservato che Anna Christie è una
specie di signora dalle camelie degli angiporti, a lieto fine. Una signora dalle
camelie, semmai, a conflitto rovesciato. La figlia del vecchio nostromo – il
quale non cessa di maledire il mare come occulta potenza malefica responsabile
di tutti i suoi guai ma un giorno solo senza il mare e per il mare, come tutti
i suoi ascendenti, da generazioni e generazioni, non potrebbe vivere – non
viene per così dire redenta e purificata dall’amore, non è nell’amore
che trova la dignità e la pulizia perdute. Quando l’amore si presenta
nella persona del giovane, primitivo marinaio irlandese, essa è già “un’altra”.
Lo è diventata proprio dopo aver raggiunto il vecchio padre, mai prima
conosciuto, sul mare; e in quel silenzio arcano, in quelle nebbie ovattate, in
quella solitudine consolante è avvenuta la trasformazione. Glielo renderà noto
lei stessa per giustificare il rifiuto a sposarlo non sentendosene degna, ma
anche per metterlo alla prova e, soprattutto, per affermare la propria raggiunta
indipendenza interiore. E si arriverà alle nozze attraverso la crisi di
lui e soltanto di lui.
Suggestioni allusive e perfino simbolistiche non mancano, nel copione.
Non sono però mai tali da insidiare la verità umana e
la schiettezza sentimentale dei personaggi. Intorno ai quali, il clima
notturno d’acque sterminate e di squassanti tempeste, la fatalità dell’ambiente
naturale che si esplica nella violenza inevitabile di un vivere senza
finzioni, non è un elemento né esornativo né sovrapposto.
Esso non cessa mai, nemmeno per un momento, di condizionare i loro
pensieri, i loro impulsi, le loro reazioni, fuori da quell’elemento,
la loro storia non sarebbe nemmeno concepibile, la loro consistenza
psicologica si dissolverebbe. In quell’elemento, essi incontrano
la pienezza umana con i suoi valori morali, e toccano la poesia. (Quando
la toccano). |