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Angels in America
di Tony Kushner
traduzione: Mario Cervio Gualersi
regia: Ferdinando Bruni, Elio De
Capitani
con Elio De Capitani, Cristina
Crippa, Ida Marinelli, Elena Russo Arman, Cristian Maria Giammarini, Edoardo
Ribatto, Fabrizio Matteini, Umberto Petranca
Modena, Teatro delle Passioni, dal 2 al 13 mag 2007
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Corriere della sera, 13 maggio 2007
«Angels in America» messo in scena da Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani
Oltre la storia di quattro agonie
Perduto sulla via Emilia, lontano da Modena, rimedio un passaggio e, in lieve affanno, conseguo il Teatro delle Passioni. Non è lo stato d' animo migliore per assistere a una maratona di quasi quattro ore: Si avvicina il millennio, prima parte di Angels in America, messo in scena da Ferdinando Bruni e Elio De Capitani. Il testo di Tony Kushner è del 1990; ed è del 2004 il film di Mike Nichols con Al Pacino. Cito il film di Nichols perché dalla prima scena De Capitani, nella parte dell' avvocato Roy Cohn, colui che nel 1952 spedì sulla sedia elettrica i coniugi Rosenberg, si diverte a gareggiare con Al Pacino, subito ponendo un problema: non solo chi sia più bravo, più gigionesco, più cattivo; ma che cosa sia la cosiddetta copia rispetto all' originale; e che cosa sia il teatro che nasce come teatro, diventa cinema, e torna a essere teatro. È un problema non incidentale. Riguarda la performance di De Capitani e, con essa, l' intero spettacolo, che si vuole rigorosamente teatrale (si svolge in uno spazio vuoto) e, nell' uso di effetti speciali, vistosamente cinematografico. D' altra parte la commistione dei mezzi tecnici e degli stili - da quello della recitazione psicologico-naturalistica a quello barocco delle visioni, sogni nel caso degli uomini, tutti omosessuali; allucinazioni nel caso di Harper, l' eterna moglie americana, insoddisfatta e impasticcata - questa commistione è l' essenza sia formale che concettuale del dramma di Kushner. Nel senso della forma per Bruni-De Capitani è una pacchia, un vero tripudio: sono a casa loro, sembrano i committenti di un testo, spasmodico e appassionato, poi finito al cinema e in televisione. La faccenda è più complessa dal punto di vista tematico-ermeneutico. Il sottotitolo del dramma è «Fantasia gay su temi nazionali». Rimuginando su titolo e sottotitolo si potrebbe dire che ciò a cui ho assistito è la storia di quattro agonie. Nel flusso seriale di un testo per più versi simile a Strano interludio di O' Neill - ai pensieri dei personaggi, che corrono paralleli alle parole dette, qui subentrano le loro visioni - agisce sotterranea una doppia simmetria. Stanno morendo di Aids (siamo nel 1985) Prior, il buon Prior, e l' orrido Roy Cohn. Ma stanno morendo anche un tempo (un millennio) e un luogo (gli Stati Uniti). Ovviamente la dizione «temi nazionali» rimanda a Stati Uniti. Il termine «fantasie» illustra questa peculiare apocalisse, questa rivelazione: ho parlato in modo generico di barocco, ma meglio dice Prior nell' ultima sua battuta quando gli appare l' angelo ed esclama che è «molto Steven Spielberg». A tanto si è ridotto l' angelo di Giacobbe, l' unico che sia nominato nel testo! Con quest' angelo, cioè con la malattia, se la vede un Giacobbe involontario, il seminato-inseminatore (di cattiva circolazione) Prior che, come ogni profeta, vive fuori del tempo (il vero Giacobbe è Joe, il marito di Harper in lotta con la sua omosessualità). Non con un angelo ma con un Convitato di pietra-Ethel Rosenberg se la vede Roy, il corruttore di anime e corpi per il quale non c' è altra identità che quella pubblica, vale a dire il potere che ciascuno di noi detiene. Resta la parola «gay», gaiezza. Quanta gaiezza ha dietro di sé lasciato Prior, che s' era aperto alla vita? E quanta ne ha seminata Roy, che da essa si è nascosto? Il frutto delle loro gaiezze era gaia scienza o volontà di potenza? Era l' entusiasmo di vivere di cui parla Kushner o era tristezza e violenza? Ogni atto d' amore (sessuale) è un atto violento. Nella sodomia, come vediamo in scena, ciò si rende esplicito. Entusiasmo e malattia vanno insieme. Gli straordinari attori sono Ida Marinelli, Elena Russo Arman, Cristina Crippa, Cristian Maria Giammarini, Edoardo Ribatto, Fabrizio Mattini e Umberto Petranca.
ANGELS IN AMERICA di Kushner/Bruni-De Capitani Teatro delle Passioni di Modena
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Sipario 2007
Angels in America di Tony Kushner è uno di quei testi
che ha la pretesa di raccontare un’epoca e un mondo. L’Ert
e Teatridithalia mettono in scena la prima parte: Si avvicina il
millennio di quello che è a tutti gli effetti una sorta di
affresco delle inquietudini americane fra gli anni Ottanta e Novanta.
Focus d’osservazione è la metà degli anni Ottanta
fra edonismo reaganiano e il terrore dell’Aids vissuto con toni
apocalittici e inconfessabile vergogna. Elio De Capitani e Ferdinando
Bruni mettono mano a questo testo fiume con stile kemp, con allegrezza,
costruendo una ‘fantasia gay’ vedibile e ampollosa, piena
di trucchi e veloce nei ritmi. Detta fuori dai denti le scene ben scandite,
i dialoghi di impatto immediato permettono allo spettatore di non annoiarsi,
anche se ciò che viene raccontato non stupisce ed è alla
lunga prevedibile.
Angels in America contrappone due coppie: l’una etero
e l’altra gay. Walter Prior (Edoardo Ribatto) scopre di avere
l’Aids, il calvario della malattia finisce col mettere in crisi
il rapporto con Luis (Umberto Petracca) che l’abbandonerà.
Joseph Porter (Cristian Maria Giammarini) è invece un giovane
avvocato mormone cui l’ambiguo e mefistofelico Roy (Elio De Capitani)
offre l’opportunità di far carriera. L’indecisione
di Porter e il rapporto con la moglie (Elena Russo Arman) sono i segni
di una crisi ben più profonda: la sua inconfessata omosessualità.
Stessa vocazione gay per Roy che dice d’essere eterosessuale
ma di andare a letto con gli uomini, Roy è emblema del potere,
anch’egli colpito dall’AIDS ma pronto a negare tutto, dalla
malattia alla sua omosessualità.
Angels in America. Si avvicina il millennio è uno spaccato
di un’umanità dolente e puerile, è l’immagine
di una disperazione che si camuffa di lustrini e benessere, che porta
a ‘divertirsi fino a morire’. Le tre ore abbondanti di
messinscena regalano allo spettatore soprattutto una grande prova d’attore
da parte di Elio De Capitani, strepitoso nella scena dei telefoni,
in grado di rendere il suo Roy con toni sarcastici e con la giusta
supponenza di chi è al potere e crede che tutto gli sia dovuto.
Nel cast d’attori in evidenza anche Ida Marinelli, nei panni
della rigida madre di Porter, Cristina Crippa ed Elena Russo Arman,
deliziosa mogliettina psicopatica con allucinazioni da troppo vallium. Angels
in America è un grosso spettacolo, un’operazione
nostalgica che i registi Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani portano
avanti con rigore ‘filologico’, recuperando stili e impressioni
degli anni dell’edonismo reaganiano, un salto nel passato recente
che vorrebbe – forse – essere d’ammonimento al nostro
oggi, ma che a conti dei fatti appare passato e basta….
Nicola Arrigoni
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Corriere della sera,
3 novembre 2007
«Angels in America» dramma visionario stupisce e commuove
Invisibili,
inquietanti cavalieri dell' Apocalisse incombono nel cielo di New York
nella lunga, bellissima pièce di Tony Kushner «Angels
in America» dal sottotitolo «Fantasia gay su temi nazionali» ambientata
negli Usa degli anni 80. Sono gli angeli dell' Aids dell' America reganiana,
come scrive l' autore, «vittima di un attacco reazionario contro
il progresso, più forte, compatto e riuscito di quello operato
da McCarthy negli anni Cinquanta». Intolleranza, razzismo, corruzione
politica, cinismo sono segni dello sfaldamento della società e
l' Aids diventa metafora di questo disfacimento che ha colpito non solo
oltre oceano. Tra visioni e allucinazioni, tra nudi muri su cui vengono
proiettati panorami, cieli tempestosi, fiamme, con pochi elementi a evocare
i molti ambienti in cui si sviluppa il dramma, Ferdinando Bruni e Elio
De Capitani hanno portato in scena in uno spettacolo emozionante fluido,
aspro e crudo, commovente, significante e inventivo, i primi tre atti
dell' epopea di Kushner, nella quale si incontrano e si scontrano religioni,
culture, etnie, uomini che faticano a trovare se stessi, affondati nello
sgomento. Prior colpito dall' Aids e abbandonato dal suo compagno Luis
per paura, Joe che combatte con la sua omosessualità e Harper
la moglie insoddisfatta e impasticcata, Roy il cinico uomo di potere
corrotto e corruttore per il quale esiste solo la vita pubblica e poi
una giostra di varia umanità interpretata dai bravi attori della
compagnia tra i quali uno strepitoso De Capitani, un Roy di grande impatto,
Elena Russo Arman, Ida Marinelli che ben gioca su ruoli maschili e femminili,
Cristina Crippa, Cristian Giammarini, Edoardo Ribatto. Gli incubi e le
allucinazioni di tutti culmineranno nella visione dell' angelo vendicatore
che forse riuscirà far cadere i muri dell' indifferenza, dell'
intolleranza, della volgarità, del cinismo. Elfo, fino al 18 novembre
Magda
Poli
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La Stampa, 6 maggio
2007
SCOPRIRSI GAY IN AMERICA NELL'ETA' DELL'AIDS
Commedia dl culto. Il Teatro dell'Elfo mette in scena per la prima volta
in Italia la celebre opera di Kushner
Angels in America; il titolo collettivo
di due lunghe commedie di Tony Kushner che debuttarono a New York rispettivamente
nel 1990 e nel 1992, furono riprese in molti altri luoghi e in un memorabile
adattamento televisivo, e diventarono oggetto di culto in quanto prima
elegia-riflessioneepopea sull'arrivo dell'epidemia dell'AIDS nella
non ancora liberata comunità gay
nordamericana.
Nel suo estroso trattamento il giovane Kushner mischiò ossessioni
private e denunce di carattere politico, seguendo le vicende di un gruppo
di personaggi i cui percorsi si incrociano. Si procede per brevi episodi
ambientati in luoghi diversi e anche in regioni della mente, prevedendo
quindi un palcoscenico disponibile a rapide metamorfosi mediante elementi
sintetici, ma anche a qualche momento spettacolare ("Molto Steven
Spielberg", commenta un personaggio davanti all'esplosione finale).
La prima commedia si intitola Si avvicina il millennio. Ferdinando Bruni
e Elio De Capitani ne hanno diretto ora il primo allestimento italiano,
nell'eccellente versione di Mario Cervio Gualersi. L'azione si svolge
nella seconda metà del 1985 e comincia col funerale ebraico, officiato
da un rabbino, di una vecchia immigrata nonna di Louis, impiegato alla
Corte d'Appello e convivente di Prior Walter, arredatore, che a differenza
di lui è un WASP purosangue con tanto di pedigree. Alla Corte
d'Appello Federale lavora anche, ma molto più in alto, Joe Pitt,
mormone come sua moglie Harper. Joe è un omosessuale non dichiarato,
pertanto responsabile delle frustrazioni di Harper, che si riempie di
Valium e ha delle allucinazioni mentre il marito è sempre più succube
del cinico avvocato Roy Cohn, omosessuale predatore ed ex aiutante del
senatore McCarthy, fiero di aver mandato sulla sedia elettrica Ethel
Rosenherg. All'inizio Prior Walter annuncia a Louis di avere l'AIDS,
e quanto avviene dopo è contrappuntato dall'evoluzione del suo
male, che cambia molte cose anche se non lui, incrollabilmente coraggioso
e ironico. Louis però alla lunga non sopporta le sofferenze del
partner, e dopo averlo tradito, lo abbandona. Intanto Roy Cohn, che si
scopre infettato e condannato a sua volta, tenta di convincere il mormone
Joe ad accettare un posto a Washington dove potrà imporgli traffici
illeciti, riuscendo a estraniarlo dalla sempre più smarrita moglie
Harper...
Ci sono altri personaggi, tra cui un travestito del Belize che fa l'infermiera,
e allargandosi la tela dà sempre più il senso di una comunità multietnica
priva di un vero centro. Le scene sono sempre incisive, i dialoghi, brillanti,
e lo spettacolo prodotto dall'Elfo rende loro giustizia, riuscendo a
far sembrare leggeri i tre atti di circa un'ora ciascuno. Ostentatamente
povero per la maggior parte del tempo (scene di Carlo Sala), l'allestimento
nel vasto spazio vuoto del Teatro delle Passioni non rinuncia a sorprendere
con qualche sporadico effetto speciale, vedi il portentoso arrivo dell'Angelo
annunciante il nuovo millennio. (...) Otto interpreti dànno vita
a molti caratteri; sono tutti validi, ma la migliore è la minuta,
energica Elena Russo Arman come Harper. Tra gli altri, De Capitani come
lo squalo Cohn, Cristian Maria Giammarini come Joe, e, particolarmente
notevole, Edoardo Ribatto come Prior Walter. Ottimo successo, anzi, addirittura
ovazioni; ancora qui fino al 13.
Masolino D'Amico
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La Repubblica, 7
maggio 2007
Commovente edizione di "Angels in America" di De Capitani
e Bruni
L'Aids e la fine del sogno negli Usa dell'era Reagan
E' con enorme emozione che si vede e si vive, tra il riso e il pianto,
la prima parte di Angels in America di Tony Kushner, denominata "Prima
del millennio" e ricreata in uno show di oltre tre ore dai Teatridithalia
con la regia di Elio De Capitani e Ferdinando Bruni, sedici anni dopo
il debutto Americano. Questa "fantasia gay su temi nazionali",
che è anche alla base di un celebrato adattamento televisivo,
ci racconta una storia epocale, in una America reaganiana carica di scandali
e intolleranze, squassata dall'avvento dell'Aids, sotto un volo protettivo
di angeli che si svilupperà nella seconda parte, programmata dalla
compagnia per l'ottobre 2008. A toccarci e scuoterci ora è la
frenesia di vita che si intreccia in questa anticamera della morte tra
confusioni di razze, di ideologie, di diverse fedi: assistiamo dunque
all'ansia di una coppia omosessuale divisa dalla malattia, ma anche a
quella di due sposi in crisi, tra esseri incerti a cui fanno da contrappeso
le certezze di un infermiere gay nero e di Roy M. Cohn, che come segretario
di McCarthy fece condannare i Rosenberg, e qui figura come uomo del potere
repubblicano, omofobo sconfessato dall'Aids, al quale De Capitani dà una
grinta viscida strabordante.
Si sovrappongono dunque le situazioni intime e i dialoghi, in uno spettacolo
ricco di fantasia e voglia espressiva che supera i vincoli ambientali,
importa fantastiche visioni registrate e ridondanti sonorità.
E per una volta si può contare su un'adesione interpretativa di
felice compattezza in cui spiccano le tormentate raffigurazioni di Cristian
Maria Giammarini e Elena Russo Arman, i trasformismi di Ida Marinelli,
l'introspezione di Umberto Petranca e Edoardo Ribatto, assieme al redivivo
Fabrizio Matteini.
Un teatro in cui succede qualcosa, dentro e fuori di noi; e anche gli
eccessi pagano.
Franco Quadri
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Il Manifesto, 10
giugno 2007
Bruni e De Capitani firmano l'adattamento italiano del dramma di Tony
Kushner
«ANGELS IN AMERICA», TORMENTO E APOCALISSE
Una Divina Commedia per un'età laica e tormentata. La felice
definizione di un giornalista inglese ha fatto presa su «Angels
in America», tanto da trasformarsi in una sorta di non più dubitabile
epigrafe esplicativa. Ma è davvero questo, l'importante dramma
di Tony Kushner? Certo sono forti le suggestioni di le suggestioni di
un inferno contemporaneo da attraversare, in questa «fantasia gay
su temi nazionali», come l'autore aveva voluto sottotitolare il
suo lavoro, con maggiore aderenza a contenuti e scelte espressive. Dove
il termine «nazionale» indica con nettezza i suoi confini
politici. Un'opera nata su commissione, sul finire degli anni '80, per
raccontare l'irrompere dell'Aids nell'ambiente gay nordamericano, quando
ancora la malattia poteva essere vissuta con l'angoscia di una maledizione.
Cresciuta a misura di un monumentale affresco di un'epoca, sette ore
di spettacolo in due parti, un sessantina di scene per più di
trenta personaggi. Sbarcata trionfalmente a Brodway e poi in Europa.
Tradotta anche in una fortunata serie televisiva con la regia prestigiosissima
di Mike Nichols e un cast stellare.
A voler trovare un riferimento letterario, si dovrebbe con più ragione
parlare di Apocalisse. Per l'intreccio di visioni, immagini simboli prodotto
dalla rivelazione della malattia. Così appare Angels in America,
ora che arriva a teatro anche in Italia per merito di Ferdinando Bruni
e Elio de Capitani: fin qui i tre atti della prima parte, Si avvicina
il millennio, la seconda è prevista per l'autunno del 2008. I
due artefici ne danno una letteura asciutta, quasi disseccata, per quanto
assolutamente aderente al testo di Kushner. Lontana da tentazioni sentimentali
quanto da sospetti di provocazione o di scandalo. Una scelta visibile
già a cominciare da una scena che si identifica con i muri nudi
del teatro delle Passioni. Pochi arredi introdotti a vista servono a
delineare gli ambienti delle diverse scene, spesso accostati in una sorta
di montaggio incrociato. Il tavolo di un ufficio, un letto domestico
e quello d'ospedale, un frigorifero che si illumina per fare uscire una
figura dell'incubo. Giacché non si perde ovviamente quell'apparato
visionario di angeli e apparizioni in cui si specchia la cruda realtà dei
personaggi.
L'Aids non è il tema di Angels in America, se mai è il
motore dei suoi temi nazionali, che sono poi il tema della colpa, il
tema dell'identità che attraversano razze e religioni, ebrei e
mormoni, omosessuali e no. Dove si incontrano anche personaggi storici
come Ethel Rosemberg, la simpatizzante comunista uccisa sulla sedia elettrica
dalla giustizia americana. O l'avvocato Roy Cohn, un tempo segretario
del senatore McCarthy, mandante di quel crimine, cui lo stesso De Capitani
dona una grinta feroce da caimano. Ed è lui infatti, che rifiuta
la diagnosi del medico, giacché «l'Aids ce l'hanno gli omosessuali,
io ho un cancro al fegato», lui che non cessa comunque di intrigare,
la figura di cerniera fra le due coppie dilaniate attorno a cui si sviluppa
una vicenda a più piani (sono Cristian Maria Giammarini e Elena
Russo Arman, Edoardo Ribatto e Umberto Petranca che con Ida Marinelli,
Cristina Crippa e Fabrizio Mattini si dividono anche gli altri ruoli).
Angels in America è un Apocalisse derisoria, senza facili consolazioni.
In un'epoca che ci sembra più confusa che tormentata, non è male
che qualche angelo continui a scendere rumorosamente quaggiù,
anche se fa molto Steven Spielberg.
Gianni Manzella
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L'Unità,
7 maggio 2007
Visionario e toccante l'allestimento del testo di Kushner: dove il male è sintomo
di ideali castrati da autoritarismi e affaristi
«ANGELS IN AMERICA» NELL'INFERNO DELL'AIDS
Sarebbe banale
oggi, a quasi sedici anni dalla sua andata in scena, considerare Angel
in America, straordinario testo del pluripremiato Tony Kushner, «semplicemente» come un dramma sull'Aids. Certo
le due parti della fluviale opera – Si avvicina il Millennio e
Perestoijka – sono un vero e proprio viaggio a stazioni vissuto
dall'interno dentro la peste della nostra epoca, una discesa agli inferi
nel dolore e nella sofferenza. Ma quello che ancora oggi rende così forte
e contemporaneo il suo messaggio non è solo il permanere dell'Aids
come malattia, quanto la malattia assunta a metafora della società,
sintomo di disgregazione, perdita di uno sguardo solidale sul mondo.
L'Aids, che allora sembrava riguardare solo omosessuali e tossicomani,
rappresentava per l'autore la putrefazione degli ideali liberatori della
vita americana castrati dall'autoritarismo di Regan e di Bush padre,
dell'affarismo più rampante e più squallido dove il rifiuto
della diversità intrecciava (succede ancora oggi) saldamente politica,
anatema religioso e affari di una società in ci solo i ricchi
avevano accesso alle cure che invece non toccavano agli ultimi, ai dannati
della terra.".
È questa attualità, oltre al fascino teatrale di un'opera
visionaria come Angels in America dove tutto viene mostrato senza falsi
pudori ma anche senza facili realismi, che ci cattura e ci fa riflettere,
ci commuove e ci inquieta. Proprio da qui, credo, sia partito il Teatro
dell'Elfo, che lo produce con Emilia-Romagna Teatro e che ha messo in
sena alle Passioni di Modena in un coinvolgente, spiazzante spettacolo,
la prima parte del testo di Kushner. Per lo storico gruppo milanese ancora
uno sguardo politico su realtà nascoste e fiammeggianti in un
approccio severo e forte, costruito con semplicità ma anche con
profondità nella casta scena di Carlo Sala. Un merito che tocca
in eguale misura agli interpreti e alla regia illuminista ma anche carica
di sentimento firmata a quattro mani da Ferdinando Bruni e da Elio De
Capitani che interpreta da par suo il ruolo di una carogna storico, l'avvocato
Roy Cohn, anche lui condannato a morte dall'Aids, responsabile, in un'epoca
buia come il maccartismo che dilaniò gli Stati Uniti, di infinite
nefandezze fra cui la morte sulla sedia elettrica dei coniugi Rosenberg
accusati di essere spie dell'Unione Sovietica, in realtà «colpevoli» solo
di essere comunisti.
Fra immagini di vita e di inaspettati big bang, proiettati sulle pareti
della scena che avvolgono i protagonisti nelle mitologie dell'America,
ma anche nella paura della morte e la difficile accettazione di una malattia
vissuta come estremo contagio, ci sono l'amore di Prior e di Louis (con
sensibilità e bravura Edoardo Ribatto e Umberto Petranca) che
vive il disfacimento del proprio sentimento insieme a quello del corpo,
le allucinazioni da Valium di Harper (un'incisiva Elena Russo Arman)
alla quale tocca anche la rivelazione dell'omosessualità del marito
di cui Cristian Maria Giammarini dà una caratterizzazione molto
convincente. Ma tutti, da Ida Marinelli a Cristina Crippa, ci mostrano
un mondo in cui le previsioni di Regan sembrano trovare la loro realizzazione
nell'America di oggi di Gorge W. Bush. Malgrado tutto ci conforta pensare
che l'angelo che appare alla fine e che abbatte i muri dell'ostracismo
non vola in un altrove ma vive nel cuore, nella coscienza di noi tutti,
cittadini di un millennio già cominciato.
Maria Grazia Gregori
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Il Mattino, 30 novembre 2007
Cronaca gay nell'era reaganiana
A proposito di «Angels in America» - di cui Teatridithalia ed Emilia Romagna Teatro presentano al Mercadante la prima parte, «Si avvicina il millennio» (la seconda, «Perestroika», è annunciata per il 2009) - occorre fare due ragionamenti, l'uno riguardante il testo e l'altro lo spettacolo. Ed occorre, soprattutto, tenerli ben distinti, evitando le solite miopi (e spesso interessate) confusioni. La pièce di Tony Kushner, pluripremiata e diventata un autentico «cult» della scena gay internazionale, risale al 1990 ed è ambientata nella New York del 1985, in piena era reaganiana. E dunque, risulta abbondantemente datata. I principali problemi che affronta - quelli relativi alla politica, alle confessioni religiose minoritarie e, in specie, all'Aids e all'omosessualità - si pongono oggi in maniera molto (e in qualche caso radicalmente) diversa da come si ponevano a Kushner ventidue anni fa. In particolare, non è pensabile che, dopo la faccenda delle Torri Gemelle, negli Stati Uniti siano in parecchi a considerarsi depositari della verità. Né, fortunatamente, si prova più vergogna o timore a pronunciare la parola «gay», come accade a Louis e a Joe nella sesta scena del primo atto. Altro, invece, è il discorso sull'allestimento di «Angels in America» per la regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani. I due hanno capito che, per neutralizzare la datazione delle parole e delle analisi di Kushner, bisognava puntare sull'aura mitico-simbolica e sull'impianto in qualche modo rituale che costituiscono i pregi maggiori del suo testo. E quando ci riescono, a ricreare quelle atmosfere e a riprodurre quelle cerimonie, arrivano i momenti alti e coinvolgenti dello spettacolo. Vedi la sequenza iniziale: a illuminare il discorso funebre del rabbino Chemelwitz son chiamate, secondo la tradizione ebraica, le fiammelle della menorah, ma il candelabro a sette bracci compare solo nel video proiettato sulle pareti. È un'immagine e, quindi, per l'appunto un simbolo. Quando, al contrario, ci si allontana dai territori dell'allusione per approdare sulle sponde del realismo, sempre prodighe di fallaci promesse, arrivano gli eccessi fastidiosi. Qui, in sostanza, si raccontano le crisi parallele (e speculari) di una coppia omosessuale e di una coppia etero: da un lato Louis e Prior, divisi dall'Aids che infetta il secondo, e dall'altro Joe e Harper, divisi dalla depressione di lei. E tanto le sofferenze e le paure di Prior quanto le sortite isteriche di Harper prendono, talvolta, la strada di un urlare scomposto che non è esattamente il mezzo più adatto per suscitare l'emozione. Nessun dubbio, comunque, sul livello tecnico complessivo dell'allestimento (belli ed efficaci, ripeto, sono i video, realizzati da Francesco Frongia) e sulla compattezza del cast, sia sotto il profilo dell'impegno che sul piano della versatilità espressiva. Spicca soprattutto Elio De Capitani nei panni di Roy M. Cohn, colui che, come segretario di McCarthy, fece condannare i Rosenberg. E al suo fianco non meno brava si dimostra la camaleontica Ida Marinelli (la madre di Joe, il rabbino e il medico di Roy). Fra gli altri citerei almeno Cristina Crippa, anche lei in più ruoli. Buon successo alla «prima», nononostante le tre ore e mezzo di spettacolo.
Enrico Fiore
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