Mezz'ora di applausi per il concerto d'addio di Brendel, pianista sublime
Applaudire solo battendo le mani non pare sufficiente a dimostrare l'entusiasmo del pubblico. Alfred Brendel consuma il suo andirivieni sul palco della sala Santa Cecilia: il concerto vero e proprio è già finito da più di mezz'ora. La gente è tutta in piedi, ma nessuno si azzarda a lasciare la sala. Alla quindicesima o sedicesima chiamata, il pubblico comincia un'ovazione da stadio, che non ha più nulla dell'applauso riconoscente, ma paradossalmente potrebbe celare un coro di protesta, quasi ad esprimere il rammarico per la circostanza che, dopo questa splendida serata di pianoforte, Brendel non suonerà più. Almeno qui a Roma. Tutti i concerti che il pianista terrà d'ora in poi fino a quel 18 dicembre in cui, nella sua Vienna, si esibirà nel Concerto per pianoforte 'Jeunehomme' di Mozart, saranno tut- ti concerti dell'addio, che vivranno sì in un clima di festa, ma anche di piccolo, insopprimibile disappunto per una decisione che sembra ingiustificata, in quanto Brendel si esprime ancora, a 77 anni compiuti, con la stessa intatta magia con cui per sessant'anni esatti ha affascinato il pubblico di tutto il mondo.
Resterà, è vero, un autentico patrimonio discografico perché Brendel si è nel frattempo dedicato con impegno assoluto e autentico scrupolo alle registrazioni, ma la performance romana dell'altra sera dimostra quanto, in questo caso più che in altri, possa considerarsi privilegiato l'ascolto dal vivo. Il programma era una scala di impegno e di atmosfere: dalle Variazioni haydniane alla Sonata in fa maggior di Mozart, con gli esaltanti giochi contrappuntistici e con quell'Allegro in cui Brendel dimostra senza ostentazioni tutta la sua bravura. Un trionfo.
Virgilio Celletti