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Alexandra
di
Aleksandr Sokurov
con Galina Vishnevskaya, Vasili Shevtsov (Russia 2006)
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Corriere della Sera, 30 maggio 2008
Russi in Cecenia con troppa retorica
Chissà se il grande regista russo Alexander Sokurov
ha voluto davvero, come dicono i maliziosi, offrire con
questo road movie in Cecenia un omaggio al regime Putin.
Certo la storia in cui la grande Galina Vishnevskaya, vedova
Rostropovich, va al fronte ucraino alla ricerca del suo
nipotino preferito, visitando le truppe come la nonna di
Marilyn, ha una dose di vistosa retorica incorporata che
non permette all'autore di capolavori storici (su Lenin,
Hitler, Stalin, Hirohito) di ritrovare quello stile silenzioso,
quasi metafisico in rotta di collisione col presente. Il
film gironzola tra i soldati russi quasi in vacanza, tipo
yankees, ed evita ogni querelle sulla responsabilità della
guerra, riassumendo tutto nel dramma sentimentale della
nonna in terza età, che forse non capisce. Devono
bastarci le occhiate e gli accenni, ciò che scappa
dal copione per merito di una grande attrice.
VOTO: 6,5
Maurizio Porro
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Il Tempo, 31 maggio 2008
Alekdandr Sokurov è di certo uno degli autori di
maggior prestigio del nuovo cinema russo.
Di recente si è imposto all'attenzione di molti,
in Russia e all'estero, con film in cui ricostruiva in
cifre intenzionalmente domestiche note personalità del
Novecento, da Lenin a Hitler a Stalin a Hirohito. Oggi
sembra tornare, invece, a quei suoi primi film, come "Madre
e figlio", in cui metteva l'accento solo su casi privati,
nell'ambito raccolto di famiglie.
Al centro di questo "Alexandra", infatti, ci
sono una nonna e un nipote. La novità, però, è che
la cornice non è rinchiusa tra le pareti domestiche
ma ci porta addirittura in una retrovia nel corso di una
guerra che, per pochi accenti, realizziamo presto essere
quella che i russi stanno combattendo contro i ceceni.
Non ci sono cannonate, però, né operazioni
militari. La nonna, Alexandra, appunto, si sottopone a
un viaggio faticoso per andare a trovare un nipote che è ufficiale
nell'esercito russo e che dal campo in cui l'accoglie parte
spesso per imprese belliche di cui non ci vien detto nulla.
Sokurov, infatti, ci dice solo di quella donna anziana
in ambienti per lei del tutto estranei, di quell'ufficiale
che nutre nei suoi confronti i sentimenti più teneri
e, con l'occasione - poiché la vicenda si colloca
in una parte della Cecenia occupata dai russi - senza mettere
troppi accenti ci dice anche dei ceceni attorno, alcuni,
specie i giovani, pronti a fare il viso alle armi agli
invasori, altri, specie donne pronte a manifestare solidarietà e
comprensione nei confronti di un'altra donna che, come
loro, preferirebbe che tutti, anziché combattersi
e opprimersi, vivessero in pace, rispettandosi.
Non è, se vogliamo, una polemica scoperta contro
la guerra, e nemmeno, naturalmente, contro la guerra russo-cecena,
ma è uno spunto per tracciare sentimenti privati
e pubblici insieme, stilisticamente all'insegna di un realismo
che sta ridiventando la cifra più felice del cinema
russo di oggi. Si vedano, per un esempio, quelle immagini
grigie, terrose, quasi nebbiose sempre intenzionalmente
prive di colore.
Nei panni della protagonista, il grande soprano Galina
Vishneskaya, vedova del celebre violoncellista Mstislav
Rostropovic. Chi ha visto tempo fa, qui da noi in TV, "Fuori
orario", l'ha già incontrata in un film, "Elegia
della vita", con cui Sokurov aveva celebrato le loro
nozze d'oro. Una figura carismatica.
Gian Luigi Rondi
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Il Messaggero, 30 maggio 2008
Quasi un'elegia la guerra di Sokurov
L'anziana signora
si arrampica sul carroarmato, entra a fatica nell'angusto
abitacolo, annusa il tanfo di ferro, cuoio, sudore, quindi
imbraccia il kalashnikov scarico portole dal soldato, prende
la mira, preme il grilletto. Mormorando tre parole, semplici
e terribili: "Come è facile"...
Solo Alexandr Sokurov poteva portare fino in Cecenia la
grande cantante lirica Galina Vishnevskaya per girare il
limpido ed emozionante Alexandra. È lei infatti
la nonna venuta a trovare il nipote militare dopo tanti
anni. Lei che si aggira in quel campo come una presenza
aliena e rivelatrice. Lei che dorme nella branda, sostiene
serena gli occhi indagatori dei soldati, li guarda curiosa
mentre oliano le armi, preparano il rancio, fanno gli sbruffoni.
Mentre noi, anche se non vediamo mai la guerra ma solo
qualche palazzo sventrato, anche se non sentiamo parlare
di torti e ragioni, di morti e vendette, di Putin e di
terrorismo, di colpo scopriamo una prospettiva nuova. È la
guerra vista da una donna, per giunta anziana, dunque inadatta
al mestiere delle armi. Ma capace di capire tutto guardando
i piedi piagati del nipote, o facendo la spesa al mercato
in città.
Naturalmente si può accusare Sokurov di opportunismo.
Si può dire, in parte è vero, che così il
regista de L'arca russa e di tanti film anche su Hitler,
su Lenin, su Hirohito, elude i problemi più scottanti
garantendosi l'appoggio dell'esercito e dei servizi segreti
russi. Resta il fatto che Sokurov, figlio di militari, è andato
davvero in Cecenia ("Per parlare con dignità di
ciò di cui volevamo parlare bisognava fare l'esperienza
del rischio") e che i volti e i paesaggi della Cecenia
portano nel film la forza dirompente della verità.
Una verità che non si ferma a quella regione, in
guerra con l'impero fin dal 1817, ma è quella di
tutte le guerre.
"Siete qui da troppo tempo, vi siete abituati, magari
vi piace", dice la nonna ai soldati tornando dal mercato,
dove invece si è scoperta incredibimente vicina
a una cecena. Anche se poi a parlare sarà di nuovo
il suo corpo di donna, nello struggente finale che dopo
un'aspra discussione la vede non solo riabbracciare il
nipote ma farsi fare le trecce da quel soldato tornato
di colpo vulnerabile. In un gesto di riconciliazione che
sembra annullare ogni differenza di sesso, di età,
di religione. E ci porta davvero lontano.
Fabio Ferzetti
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La Repubblica, 30 maggio 2008
"Alexandra", la guerra
vista dalle donne
Non bisogna filmare la guerra in modo "poetico":
l'orrore è inesprimibile". Lo dice il russo
Aleksandr Sokurov a proposito del suo Alexandra.
Un'anziana donna affronta un viaggio molto disagiato per
visitare il nipote Denis, capitano, e trascorrere due giorni
e tre notti nel suo accampamento. In Cecenia. Il fronte è vicino
ma non si vede. Il ragazzo mostra alla nonna l'interno
di un carroarmato, la pulizia dei kalashnikov. È tutto
quello che il film mostra di vita militare. Per il resto
la donna s'intrattiene pietosa e burbera con i soldati:
ragazzini che divorano le cose buone che la nonna regala
loro. Si allontana anche dal campo, va al mercato del paese.
C'è chi è diffidente, chi è ostile
e finge di non capire il russo, ma ci sono le donne, una
in particolare che la invita a casa sua a riposarsi, con
le quali si crea immediata intimità: la semplice
e universale comunicazione di tutte le madri, mogli, sorelle,
nonne, figlie.
Non un filo di giustificazionismo, niente propaganda.
Il grande ermetico della trilogia dei dittatori vira verso
una lingua accessibile ed emotiva. Lo ricorderemo accanto
ai grandi film contro la guerra di Kubrick, Renoir, Monicelli,
Rosi.
Paolo D'Agostini
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