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Ai confini del paradiso
di
Fatih Akin
con Baki Davrak, Nursel Kase, Hanna Schygulla, Tuncel Kurtiz,
Nurgül Yesilçay, Patrycia Ziolkowska
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Il Tempo, 12 novembre 2007
Con destini che s'incrociano.
Questi temi che svolge, in tre momenti diversi ma collegati, il regista tedesco di origine turca Fatih Akin, noto ai festival dove, di recente, a quello di Berlino, ha vinto un Orso d'oro con "La sposa turca".
Si comincia in Germania. Un anziano pensionato turco si mette in casa una prostituta per avere compagnia, ma, dopo un diverbio, finisce per provocarne la morte. Arrestato, viene rispedito al suo Paese. Suo figlio, che insegna all'università, sapendo di una figlia della prostituta rimasta in Turchia, Ayten, va a cercarla a Istambul ignorando che l'altra, legata a rivolte politiche, era fuggita clandestinamente in Germania dove, scoperta, aveva chiesto invano asilo politico. Aveva cercato di difenderla, con il dissenso della propria madre, una ragazza tedesca, Lotte, così accesa per lei da sentimenti anche amorosi da averla seguita in Turchia dove, vedendola finita in carcere, aveva tentato con ogni mezzo di farla rilasciare.
Le varie storie si fondono: Lotte è uccisa in strada, sua madre, venuta a Istambul, incontra prima l'insegnante turco-tedesco che all'inizio l'aveva accolta, poi la stessa Ayten rimessa in libertà, cui si lega maternamente nel ricordo della figlia. Anche l'insegnante, che dopo il suo arresto non aveva più voluto saper nulla del padre, saputo dove si è ritirato, lo andrà a cercare. Pacificato a sua volta.
Molti temi, appunto. I casi dei vari personaggi, pur intrecciati fra loro, finiscono spesso per isolarsi in un contesto narrativo che li tratta via via separandoli un po' troppo. Con passaggi comunque rapidi e con risvolti non di rado asciutti fino all'essenziale se non, addirittura ai limiti dell'implicito. Così, nonostante i passaggi bruschi e, qua e là, la sensazione di lacune, si può seguire, anche perché la regia di Akin riveste poi l'azione di un clima in cui, al di là della politica e della sociologia, finiscono per imporsi soprattutto i sentimenti. Specie quelli che, per un verso, uniscono, pur tra incomprensioni, Lotte e sua madre e, per un altro verso, quelli, più indiretti, di cui sono espressione l'insegnante e suo padre.
Alla madre di Lotte dà un volto ormai matronale la cara Hanna Schygulla, con l'intensità abituale.
L'altro genitore lo interpreta, con forti cipigli, un attore turco, Tuncel Kurtiz, noto anche da noi per la sua forte presenza in "A cavallo della tigre" di Carlo Mazzacurati.
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Il Mattino, 10 novembre 2007
Toni melò per un puzzle multietnico
Giustamente apprezzato per
l'aspro e ispirato «La sposa turca» (Orso
d'oro a Berlino), Fatih Akin conferma d'essere un regista di nerbo. In «Ai
confini del Paradiso», però, la sua propensione al puzzle
esistenziale procede un po' troppo a ruota libera e finisce col comunicare
sensazioni di compiacimento e di retorica. L'aspetto migliore del film
sta nel taglio melò - chiaramente debitore del grande Fassbinder
- con il quale è scandito un intreccio di destini sulla linea
Germania-Turchia: un giovane professore turco che torna in patria per
cercare una donna che non conosce, il suo vecchio e laido papà che
si porta a vivere in casa una prostituta e poi l'uccide, la figlia terrorista
di quest'ultima che fugge in Germania per non essere arrestata, una sua
coetanea tedesca che se ne innamora e per aiutarla finisce in seri guai...
Il film incrementa, così, il tourbillon di riflessioni sui sensi
di colpa multietnici, sull'odierno concetto di patria e sui rapporti
(forse) impossibili tra genitori e figli, mentre il regista non deflette
dall'impeto descrittivo, il trasporto simbolico e un'intima complicità con
tutti i personaggi, «buoni» o «cattivi» che siano.
Purtroppo tanta generosità ingarbuglia il ritmo e frena le emozioni,
che ovviamente aspirerebbero ad andare al di là dei dubbi sull'«ingresso
della Turchia in Europa» (come invoca a un certo punto il personaggio
interpretato dalla rediviva Hanna Schygulla).
v.ca.
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Corriere della Sera, 9 novembre 2007
Amori difficili e colpi bassi del destino
Dopo La sposa turca, un altro
bellissimo film (Ai confini del paradiso) di Fatih Akin che va alla ricerca
delle proprie radici in una storia intrecciata e multiculturale che confina
con le rabbie di Fassbinder e con uno sguardo sulla Istanbul di oggi
dove sventolano le bandiere, come nei libri di Pamuk. E come in Babel,
i percorsi sono paralleli: affetti che non si incrociano, amori difficili,
cortei pericolosi, rimorsi e rancori svenduti anche post mortem. Alla
base dell' aggiornato melò che viaggia sulla linea Amburgo-Istanbul,
un vecchio che sposa una prostituta e per sbaglio la uccide, mentre il
figlio di lui cerca invano la figlia della donna. Che intanto, attivista
politica, è scappata
in Germania dove ha conosciuto una ragazza di cui s' innamora e che
per lei lascia la casa, la madre (una ritrovata invecchiata ma grandiosa
Hanna Schygulla, che si prenderà sulle spalle ogni responsabilità)
e le sicurezze. Molti colpi bassi del destino sono ancora in serbo
in questo disperato gioco dell' oca in cui però ciascuno ha
una sua attrazione d' amore e illusione di vittoria, in una corsa ad
ostacoli in cui soprattutto le donne si passano il testimone della
difesa dei diritti contro pregiudizi e burocrazie, violenza e sospetti.
Macchinoso ma limpido, nel suo scorrere a ritroso e con un armonioso,
giusto finale in riva al mare, chiamato a far da mito fra i dannati
della terra, il film è un ragionamento su pubblico e privato,
s' interroga sui trabocchetti della vita con la lotta armata, gli amori
diversi, le radici e le integrazioni impossibili se non affidate ai
libri e alla cultura come accade per il giovane turco, un professore
di tedesco che rompe vecchi cliché dei tempi fassbinderiani.
Influenzato dai rapporti e fattori umani Akin, di formazione turco-tedesca,
svela il suo rapporto di amore-odio donandone un pezzo ad ogni personaggio
che si batte con passione per far quadrare i propri bilanci.
Maurizio Porro
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Il Manifesto, 9 novembre 2007
Quegli intrecci esistenziali in una Istanbul inquieta
L'Europa superba
dell'euro merita di entrare in Turchia (troppi genocidi noi, e non tutti
confessati; un genocidio rimosso, il loro)? E perché è solo
la Turchia conservatrice e paraislamista a volersi unire all'Europa neo-colonialista
e teocon in una mega Sarkozia? O siamo ancora allo scontro tra «paradiso
della democrazia» e «inferno del dispotismo asiatico»?
Racconta questo «conflitto d'interessi» o «attrazione
senz'anima», Fatih Akin (Orso d'oro a Berlino nel 2003 con un film
di spirito più tarantiniano, Collisione frontale) in Ai confini
del paradiso su Istanbul oggi vista dalla Rft: gli scontri dei sindacati
contro la polizia, il maschilismo ringalluzzito, le minoranze oppresse,
la libertà politica cancellata, gli sciuscià disperati
e l'educazione e la scuola solo per le classi ricche. Il puzzle intreccia,
fa sfiorare, ma mai incastra, varie storie parallele. Dall'est, d'altra
parte, arrivano, e fanno ancora strage, solo le nubi tossiche e cancerogene
di Cernobyl... Ayten (Norgul Yesilcay), una giovane combattente armata
per la libertà del popolo curdo (e turco, sull'argomento Akin
resta generico) è in clandestinità. Costretta a fuggire
in Germania, conosce la bionda Lotte(Patrycia Ziolkowska), studentessa
tedesca inquieta, se ne innamora, anche se usa t-shirt Usa, ma da lì la
rimandano a casa, rifiutandone lo status di profuga politica. Nel ridente
lager anatolico (14 donne in una cella sola, quasi tutte per aver ammazzato
il marito), pentita per aver causato la morte della sua amica e amante
tedesca, Lotte l'anticonformista che era arrivata lì per aiutarla,
Ayten la pasticciona tradisce le compagne del Pkk e il leader massimo
Ocalan, in cambio della libertà. Le sputano in faccia. Sua madre,
Yeter è stata nel frattempo assassinata per sbaglio, dopo una
lite domestica, dal pensionato turco emigrato Alì, che l'ha strappata
al quartiere a luci rosse per farla prostituire (cucina, scopate...)
a casa sua e tutta solo per sé. 300 euro al mese, la maggior parte
spediti a Ayten, perché studi. Il figlio di Alì, Nejat
(Baki Davrak), è un noioso professore universitario di letteratura
tedesca, fiero di essersi integrato e di spiegare i rapporti ostili tra
Goethe e la rivoluzione mentre tutti in aula russano, che rompe con il
padre assassino, troppo rozzo per un adoratore, come lui, di Vargas Llosa,
e se ne torna a Istanbul a rilevare una libreria (tedesca, ovviamente)
e a cercare inutilmente Ayten, per pagarle gli studi, unico risarcimento
possibile per l'orrendo delitto del padre (strafatto di raki, e con altre
attenuanti generiche). Il quale nel frattempo, espulso, rientra in Turchia,
a pescare, dove torna pure Susanne (Hanna Schygulla), la mamma di Lotte,
ormai reazionaria (dopo l'89?), che troverà una stanza da Nejat,
e proprio in quella, affittata da Lotte prima di farsi sparare da un
borseggiatore di 10 anni, Lotte le darà l'ultimo fantasmatico
saluto... Eliminati i due personaggi più sovversivi e eretici,
Yeter e Lotte, gli zombie euro-turchi sopravvissuti, anche se un po'
scossi nei loro pregiudizi, adesso potranno andare a banchetto insieme
(in fondo una parvenza di Kurdistan proprio gli americani l'hanno ritagliata)...
Il copione, che non ha unità di tempo, ma salta avanti e indietro, è un
po' aggiustato con lo scotch. E il film mette davvero troppa carne al
fuoco, difetto esiziale quando un progetto è co-prodotto anche
da una tv e da vari fondi regionali e federali tedeschi.
Nella realtà sono i poliziotti inglesi che sparano freddamente
ai brasiliani innocenti nella metropolitana, qui solo i turchi uccidono,
mentre le prigioni tedesche espellono i condannati per omicidio (pure
se colposo) anche senza indulto, le pistole sono maneggiate solo dagli
extracomunitari di ogni età e sesso e il trattamento dei prigionieri è da
hotel a 5 stelle....orrori, sverginamenti impacciati, dolcezze e voyeurismi.
Roberto Silvestri
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L'Unità, 8 novembre 2007
Seduti tra la sponda del Bosforo e quella del Reno
La pretesa di non essere troppo "autoriale" nonostante molti
lo indichino come un talento ormai affermato potrebbe paradossalmente
nuocere al trentenne Fatih Akin, il regista turco-tedesco che era venuto
fuori nel 2004 come un pugno nello stomaco con La sposa turca. Perchè adesso
che è al secondo pezzo di quella che vuole trilogia, Ai confini
del paradiso, qualcuno non gli concede più come sufficiente quella
lineare, cristallina bravura nel raccontare intrecci di destini a cavallo
tra due culture. Subito scatta l'attesa del colpo ad effetto o un po'
di maledettismo fassbinderiano, visto che a 25 anni dalla sua scomparsa,
non solo in Germania si inizia a sentirne la mancanza. Invece ci pare
che Akin non si è spostato poi di tanto. Anzi in un certo senso
ripercorre i sentieri del primo successo. Ben inteso, con l'arma di una
limpida capacità di scrittura che gli ha assicurato il premio
per la sceneggiatura a Cannes.
Tre storie di padri e figli, intrecciate tra la Germania e la Turchia.
Ali, vedovo dalla corteccia bukowskiana, è un turco che vive ad
Amburgo e crede di sfuggire alla solitudine della vecchiaia portandosi
a casa una prostituta compaesana. Il figlio Nejat, professore universitario
dai modi discreti, la giudica una trovata da vecchio malinconico. Accade
la tragedia e cambia idea: si interessa della sorte di Ayten, la figlia
che la prostituta ha cresciuto in Turchia mandando soldi per farla studiare.
Adesso la ragazza è nei guai per una organizzazione di combattenti
di sinistra. E mentre lui va a Istanbul per cercarla lei arriva in Germania
a cercare la madre. Incontra per caso Lotte, una bionda ragazza tedesca
che si appassiona alla sua storia (e a lei) e la sostiene. Anche contro
il parere della madre Susanne, pacata signora che una volta però viaggiava
in autostop e credeva ai sogni di redenzione.
Incrocio mirabolante (quasi
incredibile) di traiettorie esistenziali, il film è composto a piani temporali sfalzati, in un gioco di
inseguimenti che finisce per comporre coppie di genitori e figli diverse
dalle originali. Potenza degli incontri, della casualità sartriana
che ti cambia l'esistenza. Akin continua a dire: le radici sono mobili,
bisogna cercarle dove uno ha bisogno. La Turchia però, con la
sua libertà e la violenza improvvisa, con la ricchezza culturale
e le tare ideologiche, rappresenta ancora il porto sicuro. Attrae vecchi
e nuovi figli, è il luogo della fuga perfetta dove un turco-tedesco
può riconquistare l'anonimato come uno straniero. A proposito
di Fassbinder, malinconica madre dalla sguardo profondo nel film appare
Hanna Schygulla, 84enne ancora una volta in pista, insieme ad un cast
nel complesso azzeccato. Poco invasivo l'utilizzo della musica, forse
per non sovraccaricare il fluire di una trama molto densa. Il risultato è più meditativo,
meno irruento e impattante. La sposa turca invece era stata un'opera
prima drammatica e sfacciata che mischiava canti tradizionali con la
new wave della sua adolescenza. Il regista ha avuto un figlio da poco
e magari ha messo da parte certi giovanilismi. Ma contiamo pur sempre
sull'effetto nostalgia.
Pasquale Colizzi
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Il Messaggero, 9 novembre 2007
Il Paradiso? È al confine
fra Germania e Turchia
Un padre e un figlio. Due madri e due figlie. Un
intreccio di destini che lega Germania e Turchia in un nodo inestricabile
e doloroso. Dopo il memorabile La sposa turca, Fatih Akin torna alle
identità divise
e al gioco di specchi fra immigrati di prima e seconda generazione, ma
ribalta il problema.
Stavolta la dipendenza dalla cultura e dalle tradizioni turche non rovina
la vita a due giovani immigrati in Germania, ma coinvolge due ignare
tedesche, madre e figlia appunto. Come per dire che siamo tutti sulla
stessa barca ed è impossibile chiamarsi fuori (magari invocando "l'ingresso
della Turchia in Europa", come fa un po' ipocritamente Hanna Schygulla
nel film, prima di prendere coscienza).
Perché le scelte e magari gli errori di una studentessa di Istanbul
che milita in un movimento clandestino sono destinate a ripercuotersi
sulla vita ordinata, troppo ordinata, di una sua bionda coetanea di Brema,
che per aiutare quella bella ragazza bruna e piena di vita, a cui ha
votato un'amicizia che non esclude l'amore, finirà in guai molto
seri.
Così come un giovane professore turco, talmente ben integrato
che insegna letteratura tedesca all'Università di Brema, non deve
illudersi di aver chiuso i conti col passato e la tradizione. Basta che
il suo anziano padre, vedovo ma vitale, si porti a vivere in casa una
prostituta turca, per dare un colpo di acceleratore ai destini di tutti.
Anche perché quella matura prostituta dal seno florido e lo sguardo
grave è la madre della studentessa fuggita in Germania per evitare
la polizia turca, ma lei non lo sa, l'ha persa di vista da anni. E non
lo saprà mai nessuno.
Solo a noi infatti, in platea, è dato ricostruire questo puzzle
di esistenze che Akin smonta e rimonta in un gioco di flashback un poco
macchinoso che a tratti ricorda Kieslowski ma anche il (quasi) connazionale
Edgar Reitz. Come se con Ai confini del paradiso (ma il titolo originale
suona "Dall'altra parte", il regista turco-tedesco avesse voluto
fare una specie di Heimat per i senza-Heimat; parlare della patria di
chi non ha patria, oppure ne ha due, che per certi versi è quasi
peggio, confrontando opzioni e culture, sentimenti e risentimenti.
Con un gioco fin troppo scoperto però, che non coglie fino in
fondo le promesse della prima parte, di gran lunga la migliore, quella
dedicata ai rapporti fra il padre puttaniere e il figlio intellettuale
e irrequieto. Per concentrarsi sul mondo femminile, che Akin tratteggia
con generosità ma senza evitare un certo schematismo. Come sempre
accade quando anziché vivere i personaggi sono chiamati a dimostrare
qualcosa.
Così alla fine l'immagine che resta sono quelle due bare che passano
dalla Germania alla Turchia, e poi dalla Turchia alla Germania. Un monito.
E un invito a capire.
Fabio Ferzetti
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