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Across the Universe
di Julie Taymor
con: Jim Sturgess, Evan Rachel Wood, Joe Anderson, Dana Fuchs, T.V. Carpio, Bono, Joe Cocker
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Corriere della Sera, 30 novembre 2007
Musical nostalgico con le hit dei Beatles
Un musical intriso di fantasy d'autore e con un Dna teatrale, esperimento originale, inventivo che fa di 33 mitiche canzoni dei Beatles il tessuto narrativo per la love story con cortei yippies da Hair. Un giovanotto di Liverpool nel '68 (non a caso Fragole e sangue…) s'imbarca per il Greenwich Village, incontra una ragazza e aderisce alla controcultura di protesta contro il Viet. E poiché i due si chiamano Jude e Lucy, scattano le note in un processo di rivisitazione non solo malinconica ma vitale con alcune magnifiche trovate pop-psichedeliche di Julie Taymor che passa con felicità dal Tito Andronico di Shakespeare al magico musical etnico Re Leone. Ci sono quegli anni, quella cultura, quei santoni (Timothy Leary), con divertenti camei (Bono e Joe Cocker): si utilizza da melò confidenziale la colonna sonora soft dei migliori anni della nostra vita: sperimentale e incantevole musical che tiene conto della vita e della memoria.
VOTO: 9
Maurizio Porro
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Il Mattino, 24 novembre 2007
Viaggio al termine del pop
Con «Across the Universe» la giovane e brillante Julie Taymor ha creato un'originale opera-rock nella quale trentatré canzoni dei Fab Four, selezionate tra le oltre 200 scritte dal gruppo, nonché reinterpretate quasi tutte dal vivo dai versatili interpreti e qualche ospite di lusso, danno vita a una minimalistica quanto deliziosa love story. La regista di «Titus» e «Frida», spalleggiata da sceneggiatori, musicisti e coreografi in stato di grazia, congegna così il migliore omaggio possibile al sound beatlesiano, forse l'unico in grado di schivare sia la patetica imitazione, sia l'offensiva manipolazione, sia lo sfruttamento dei brani come inserti o puntelli di un banale «come eravamo». Rovesciando le pigre consuetudini del revival, l'autrice fa in modo che il maestoso universo compositivo dei Beatles si trasformi in una sorta di canzoniere, libretto d'opera o album animato dal quale possano scaturire in perfetta naturalezza nomi, caratteri e motivazioni dei personaggi dislocati all'epoca della protesta giovanile, del rock'n'roll, della moda psichedelica, delle rivolte dei ghetti e della guerra in Vietnam. L'inglese Jude e l'americana Lucy s'incontrano al Greenwich Village all'acme di quel periodo libertario e turbolento, coinvolgendo un manipolo di amici, musicisti, sbandati hippie e militanti radicali nelle traversie del loro amore sconfinato; ma i vividi richiami storici e realistici passano tutto sommato in secondo piano, non fosse altro perché gli attori possono contare a malapena su una mezz'oretta di recitativo o di dialogo. Tutto il resto è plasmato o reinventato dal talento della Taymor, che fa (letteralmente) rinascere parole e musiche in un rutilante contesto visionario e le fa «agire» vorticando senza pausa sequenze e inquadrature nell'ardita alternanza di teatro surreale, balletti in stile Broadway (eseguiti finanche sottacqua), «live action», pittura e animazione tridimensionale. È utile ribadire che le canzoni sono selezionate solo in base al traliccio narrativo e gli eterogenei arrangiamenti (magari sgraditi ai puristi, ma per noi mirabili) svariano a piacimento proprio per ricreare il senso e non la lettera, l'evocazione e non la fotocopia dell'universo atemporale - in quanto leggendario - dei Beatles. Non c'è nulla, insomma, che faccia pensare a un'ammiccante riedizione dei classici del musical, considerando, tra l'altro, che le coreografie disegnate sullo schermo dai gesti e movimenti dei ragazzi non esitano a ricorrere, quando lo pretende il magico spunto beatlesiano, alle suggestioni del videoclip pop, del circo felliniano, delle marionette del teatro Bread & Puppet o dei graffiti d'avanguardia alla Basquiat. L'armonia dei toni, la raffinatezza dei costumi e la pertinenza degli arredi contribuiscono a coordinare l'intreccio delle idee, gli atteggiamenti, gli stati d'animo e i tic dei protagonisti, ai quali si aggiungono ospiti d'onore come Bono, che interpreta una formidabile versione di «I am the walrus» o Joe Cocker, travestito da ubriacone, pappone e vecchio hippie per digrignare alla sua inimitabile maniera «Come together».
Valerio Caprara
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Corriere della Sera, 23 novembre 2007
Beatles, favola nostalgica
«La nostalgia non è più quella di una volta»: torna in mente il titolo dell' autobiografia di Simone Signoret vedendo Across the Universe, elegia ballata e cantata dei mitici ' 60. Immersi come siamo nell' odierno grigiore, come si fa a non rimpiangere un passato tanto ricco di speranze? 40 anni fa c' era un Papa che apriva la finestra sul mondo, un Presidente Usa che vaticinava la Nuova Frontiera, una dirigenza sovietica orientata verso il dialogo e un' umanità pronta a sbarcare sulla Luna. Oggi abbiamo un Pontefice che rispolvera la messa in latino, Bush che spedisce la truppa al massacro, un leader russo cresciuto nel Kgb e amico di Berlusconi; e quanto alla conquista dell' Universo, se ne riparlerà chissà quando. A pesca nel melmoso arcipelago di Internet capita ogni tanto di scoprire una perla, come questa definizione dei Beatles firmata Carlo Levi. Dopo averli paragonati a Stravinsky per l' enorme impatto sulla musica del ' 900, lo scrittore rileva nelle incisioni del quartetto «un languore che non si sa se attribuire più a un' acerba giovinezza che a un senso mortale di stanchezza». È proprio l' ambiguo sentimento che pervade il film, una favola moderna strutturata come una cavalcata di canzoni: 33 su oltre 200, scelte e montate con la regista Julie Taymor dagli sceneggiatori Dick Clemens e Ian La Frenais quasi a comporre un «libretto dell' opera». Una storia d' amore dove Jude (Jim Sturgess) mollato il posto di operaio nei cantieri di Liverpool approda a New York, incontra Lucy (Evan Rachel Wood) e dietro a lei si abbandona all' onda del nascente movimento contro la guerra del Vietnam con tutte le implicazioni ribellistiche e psichedeliche e con le confusioni nate da un' ubriacatura di libertà. Reduci e patiti del decennio in cui divampò e si esaurì il fenomeno dei Beatles ritroveranno luoghi, nomi e figure fra la cronaca giovanottistica e la leggenda, dove le canzoni, più sussurrate che declamate, ogni tanto assumono la valenza di «inno generazionale». La vicenda si snoda in un contesto di strizzate d' occhio e ammiccamenti, fin dai nomi dei protagonisti presi da «Hey Jude» e «Lucy in the Sky with Diamonds», evocazioni di ambienti storici come il Cavern Club di Liverpool o di eventi come il «magical tour» sul bus di Neal Cassady fino al rifugio del santone Timothy Leary, il sound inconfondibile di Janis Joplin e Jimi Hendrix, la cartolina precetto bruciata e le rischiose simulazioni per venir scartati alla visita militare, il Nam delle imboscate con gli elicotteri ronzanti sopra la testa dei morituri, il tema arditamente sviluppato di Fragole e sangue che si riallaccia agli scontri di polizia contro studenti. E non a caso il finale, pur edulcorato, evoca l' ultimo concerto dei Beatles prima di sciogliersi. C' è perfino, in una sequenza mirabilmente sintetica, l' annuncio stoico e dolente delle sopravvenienti degenerazioni sfociate nella lotta armata. Across the Universe arriva come il «prossimamente» della valanga di celebrazioni del ' 68 che ci cadrà addosso fra poco, anticipata dalla cover-story di Newsweek (19 novembre) intitolata «L' anno che ci fece ciò che siamo». In un contesto di incantevole qualità stilistica, Julie Taymor mette a frutto nel film la sua preziosa esperienza di creatrice di spettacoli culminata con il trionfo di Il Re leone, ma non manca di ispirarsi ai classici del cinemusical moderno, da Stanley Donen a Bob Fosse, da Baz Luhrmann a Rob Marshall, senza dimenticare il Milos Forman di Hair; e circonda i bravi protagonisti di presenze incisive come Bono, Joe Cocker, Eddie Izzard e altri. Il tono del film, proprio nel senso individuato da Levi, è segnato da una recondita armonia melanconica che contrappunta entusiasmi e illusioni per ripetere ancora una volta, con le parole del buffone di Shakespeare, «la gioventù è roba che non dura».
Tullio Kezich
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La Repubblica, 23 novembre 2007
"Across the universe" coi Fab Four
uno spartito lungo un intero film
Se la musica del Beatles è stata la colonna sonora di un'epoca, va da sé che un film come Across the Universe assume un colorito emozionale particolare per chi regge il peso di qualche annetto sulle spalle.
Già la prima sequenza si presenta in tono evocativo, con un ragazzo che canta Girl sulla riva del mare. Apprendiamo che si chiama Jude (e cominciamo ad attendere le note di Hey Jude), che ha lasciato i docks di Liverpool per andare a cercare il padre in America, ha fatto amicizia con Max, studente a Princeton, si è innamorato di sua sorella Lucy. Il film introduce nelle atmosfere del Greenwich Village anni Sessanta, tra musicisti che somigliano a Jimi Hendrix e Janis Joplin, artisti, trip psichedelici. Poi traversiamo le turbolenze sociali, gli scontri razziali a Detroit, la guerra del Vietnam e le mobilitazioni pacifiste. Max parte per la "sporca guerra".
L'amore tra Lucy e Jude è contrastato: lei trova il giovane inglese troppo tiepido in politica; lui s'ingelosisce per la dedizione della sua ragazza a un capetto del movimento, che sospetta di sfruttare a scopi privati il carisma del leader politico. La coppia si lascia ma, prima della fine, ci aspettiamo di vederla riunita.
Tutto questo lungo trentatré canzoni dei Beatles. Julie Taymor infatti, artista, regista teatrale (suo il musical Il Re Leone) e cinematografica al terzo film, ha usato la musica dei Fab Four come un lungo spartito; meglio, come un libretto d'opera per mettere in scena una storia d'amore generazionale sullo sfondo di un decennio dei più fortemente radicati nell'immaginario collettivo. Le canzoni, però, non funzionano solo da sottofondo emotivo-evocativo: Taymor le declina in numeri da musical fatti di componenti disomogenee, dalla danza ai documentari dell'epoca, dall'animazione digitale alla citazione pittorica.
Alcune soluzioni sono particolarmente ispirate: come per Strawberry fields forever, dove Jude chiazza le sue tele di fragole sanguinanti. Altrove la regista non teme di sfidare il kitsch, eppure coglie ancora nel segno: vedi I want you in cui la frase, da romantica, diventa minacciosa sulle labbra dello Zio Sam che chiama alle armi gli americani da un poster animato; e dove i soldati trascinano la Statua della Libertà nella jungla vietnamita. Let il Be serve da transizione fra il Vietnam e le rivolte civili. Altri "numeri" non viaggiano allo stesso livello; qualcuno, addirittura, scivola verso l'estetica del clip.
Tra arte pop e rito celebrativo della Beatlesmania, il film è comunque godibilissimo; tanto che il piacere della (audio) visione tende a sovrastare il giudizio estetico, ridimensionando le soluzioni più deboli a trascurabili peccati veniali. A suo favore vanno rilevati un entusiasmo e una sincerità tanto più apprezzabili se si considerano i rischi impliciti in questo genere di operazioni-nostalgia, non di rado condotte con una notevole dose di cinismo. Nel piacere della visione si ritagliano uno spazio le apparizioni di alcune star della musica e del cinema: Salma Hayek, ma soprattutto Joe Cocker e Bono, che prende gusto ad autoderidersi nella parte del guru dell'"acido" Dr. Robert.
Roberto Nepoti
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La Stampa, 23 novembre 2007
Che musicarello se sono i Beatles
Una vicenda sentimentale inanellata su 33 canzoni dei Beatles, fra cui quella del titolo, che stanno a sottolinearne le alterne fasi o a suggerire gli stati d'animo dei vari personaggi. E' semplice come i nostri «musicarelli» di una volta la struttura narrativa di Across the Universe, ma quanto talento creativo, quanta raffinatezza visiva troviamo in questo originalissimo film di Julie Taymor, pluripremiata regista di musical che da qualche tempo si alterna fra Broadway e la macchina da presa. Lui, Jude (Jim Sturgess), è un giovane operaio dei cantieri navali di Liverpool (patria della storica band) approdato in USA per conoscere il padre naturale; lei, Lucy (Evan Rachel Wood), è un'incantevole studentessa di buona famiglia. L'amore sboccia nella cornice bohémien del Greenwich Village, fucina artistica della nuova musica, della pop art e della controcultura della droga: ma gli Anni Sessanta sono anche quelli del conflitto in Vietnam, delle manifestazioni contro la guerra represse a suon di manganellate, dell'omicidio di Martin Luther King, della marce di protesta per i diritti civili alle minoranze.
Sulla base del ben congegnato copione di Dick Clement & Ian la Fresnais (gli sceneggiatori di The Commitments), la Storia ufficiale irrompe nell'esistenza dei protagonisti determinando svolte e lacerazioni, senza tuttavia appesantire il racconto che scorre fluido sulla piena di una fresca felicità inventiva e in un fitto intreccio di citazioni e riferimenti ai movimenti artistici, ai personaggi e agli eventi di quell'indimenticabile decennio. Così le fragole grondanti succo rosso sangue appuntate da Jude su una bianca tela alludono al suo cuore spezzato, alla vittime del Vietnam e alla pittura d'epoca; così il Dr Robert impersonato da Bono ricorda Ken Kasey, la cantante Sadie (Dana Fuchs) rievoca Janis Joplin, il chitarrista Jo-Jo (Martin Luther McCoy) suona e si veste alla Jimmy Hendrix e via di questo passo.
Il bello è che Across the Universe non è un «come eravamo» intriso di nostalgia. Le canzoni sono cantate (quasi tutte dal vivo) dai bravissimi interpreti in arrangiamenti stilisticamente eterogenei che magari non piaceranno ai puristi; e il mondo di quarant'anni fa, rispecchiato com'è dalla vitalissima Taymor nel lessico universale dello spettacolo che procede per analogia e non per filologia, potrebbe essere nostro contemporaneo.
Alessandra Levantesi
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Il Manifesto, 23 novembre 2007
Sixties, anni lisergici a colpi di Beatles e marce anti-guerra
Fragole e sangue. Potrebbe essere sintetizzato così, con il titolo del film del 1970. Le fragole sono il marchio che Jude, il protagonista maschile, disegna come marchio di un'etichetta discografica, e grondano sangue quando sono appiccicate in una curiosa composizione, con dissolvenza sul Vietnam. Perché Across the Universe, il film di Julie Taymor, è una rilettura della storia statunitense degli anni '60 che si insinua continuamente sulla storia d'amore tra il britannico Jude e la wasp Lucy. Ma il dato più rilevante è ovviamente un altro: la sceneggiatura è stata realizzata sulla base delle canzoni dei Beatles. Circa duecento brani, ridotti poi ai trentatré effettivamente utilizzati. Canzoni celeberrime, musiche che hanno fatto storia, che però non vengono riproposte nella loro versione originale, bensì reinterpretate dagli attori e riarrangiate da Elliot Goldenthal. Un adattamento singolare che riduce la parte solo parlata del film a una mezz'oretta, su un totale che supera le due ore. E il risultato è sbalorditivo. Non solo sono perfetti gli attori, anche le coreografie di Daniel Ezralow (che appare come sacerdote danzerino e folle) sono esplosive al punto che il film è una sorta di superamento del musical, così come siamo abituati a considerarlo. Entra di tutto nella composizione. E tutto a proposito. Dalle rivolte degli afroamericani a Detroit alle visite di leva, dagli studenti impegnati politicamente, una parte dei quali diventerà Weatherman, alla guerra, dalle marce di protesta ai concerti sui tetti, dalla psichedelia alla rivoluzione sessuale. Una grande festa di cinema che se non avesse avuto qualche comprensibile smagliatura dovuta alla costante esigenza di trovare soluzioni inedite e spiazzanti avrebbe potuto essere annoverato nella categoria dei capolavori assoluti, mentre così rimane un film sraordinario. Sono magnifici gli interpreti da Jim Sturgess che introduce sulle note di Girl alla ragazza per cui stravede Evan Rachel Wood, dall'esuberante Joe Anderson, amico di lui e fratello di lei, ai tre personaggi che danno valore aggiunto alle interpretazioni canore, Dana Fuchs (Sadie), Martin Luther Mc Coy (Jo-Jo), T.V. Caprio (Prudence). Poi ci sono i camei con l'irresistibile Joe Cocker che cesella Come Together, prima da accattone nel metro, poi protettore di ragazze, infine tardo hippy, Sonny Bono baffutissimo che si lancia in un'interpretazione lisergica di I'm the Walrus (e nei titoli di coda con Lucy in the Sky with Diamonds), Salma Hayek che con la Taymor era stata Frida che ha preteso di essere anche in questo film come infermiera moltiplicata per cinque sulle note di Happiness is a warm Gun.
A prima vista potrebbe apparire come una operazione nostalgica, dedicata a chi ha vissuto quegli anni con le canzoni dei Beatles nell'orecchio. In realtà si tratta di una rilettura magnifica che sottolinea come i Fab Four fossero in perfetta sintonia con i tempi, come la loro musica segnasse e fosse segnata dagli eventi. In questo senso Across the Universe acquista una valenza altra, che va oltre per trasformare in grande e imperdibile emozione quel patrimonio.
Antonello Catacchio
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L'Unità, 23 novembre 2007
I Beatles spiegati dal pop
Sweet box pop, psichedelico, emozionale (per qualcuno sarà sentimentale), pacchiano il giusto, Julie Taymor - regista teatrale oltre che cinematografica, vedi Frida - con una squadra azzeccata ha messo in piedi il musical Across the Universe , nostalgica rievocazione di un'epoca ormai mitizzata e fuori dalla critica. In tutto solo 30 minuti di dialoghi, il resto è musica: 33 brani dei Fab4 riarrangiati (con alcune trovate interessanti) da T Bone Burnett e Elliot Goldenthale e cantati (quasi) tutti dal vivo, inserendo le strofe di Lennon e McCartney direttamente nella storia. Inventando dei personaggi con nomi e caratteri di chiara ispirazione, Across The Universe racconta la storia di Jude (un grande Jim Sturgess), giovane operaio inglese di Liverpool che vive modestamente con la madre e attraversa l'oceano per andare a conoscere il padre che non ha mai visto e sa che vive all'Università di Princeton. Non sapeva però che fosse solo un custode. Siamo nei sessanta, nel college stringe amicizia con un tipo strambo, folle di vita, Max (Joe Anderson), che lo convince a trasferirsi a New York. Gli dice le parole magiche - Village, droghe, amore libero – ma è soprattutto una calamita invisibile ad attrarre questa messe di giovani laddove sembra stia accadendo l'incredibile, una sorta di sperimentazione esistenziale collettiva. Nella casa in cui si sistemano (la padrona è una sexy Sadie, cantante dalla carica jopliniana) li raggiunge la sorella di Max, la bionda eterea Lucy (Evan Rachle Wood), di cui Jude si innamora subito. La storia corre: Max finisce a combattere in Vietnam, Jude si fa prendere dal flusso artistico e dipinge, Lucy diventa un'attivista politica. Scorrono quindi i must beatlesiani: una Let It Be gospel per i diritti dei neri, I Want To Hold Your Hand cantata dalla cheerleader Prudence per un'altra ragazza, Strawberry Fields Forever diventa un tentativo di regressione al passato felice per proteggersi dalle brutture della guerra e dall'infelicità.
Insomma, come il Bob Dylan di Haynes, i Beatles emergono in controluce attraverso i personaggi della storia, a loro volta chiaramente estrapolati dai brani. Così quanto pensava Lennon della "rivoluzione" Jude lo sintetizzato in quel velenoso versetto finale di Revolution, con l'ironia sui poster di Mao. La Taymor e i suoi sceneggiatori hanno giocato sui sentimenti (vedrete le teste dei meno giovani come si muovono a ritmo) e sulle suggestioni culturali e storiche: l'utopia del cambiamento, le lotte per i diritti civili, l'esplosione del rock delle icone tutta carne e arte (Joplin, Hendrix, Morrison), la Beat Generation, con un cammeo di Bono Vox ispirato a Neal Cassidy e perché no, al Timothy Leary della liberazione psichedelica. Joe Cocker, in un altro cammeo, è il barbone che canta Come Togheter. Altro cammeo di Salma Hayek, infermiera supersexy che appare moltiplicata.
La pellicola è cosparsa di preziosità, con un gran lavoro grafico e digitale naturalmente ispirato ai videoclip (uno degli effetti che potrebbe infastidire) mentre altre sono suggestioni d'epoca. Come la copia delle fantastiche creazioni rudimentali del Bread and Puppet Theatre di Peter Schumann, autore di quelle ieratiche maschere dalle sembianze vietnamite con lacrime di vetro che le ragazze indossavano alle marce per la pace o dei grandi pupazzi di cartapesta utilizzati nelle grandi marce, un must della controcultura della contestazione portata sulle strade, da San Francisco al mondo. E i Beatles (o chi ne rimane) cosa ne pensano? «L'ha visto per primo Ringo Star» ha raccontato la regista «poi anche Yoko Ono e Olivia Harrison. Per ultimo Paul McCartney». E che ha detto? «Mentre mi stava accanto, a un certo punto ha iniziato a fischiettava su All my loving. Il film comunque gli è piaciuto».
Pasquale Colizzi
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Il Messaggero, 23 novembre 2007
Ci volevano i Beatles
per ridare colore al '900
Il primo è stato il Woody Allen di Everybody Says I Love You, poi è venuto il Resnais di Parole, parole, parole, quindi il Branagh di Pene d'amor perdute. Ora tocca a Julie Taymor con Across the Universe , prima opera-rock del nuovo millennio scritta e cantata con le parole di una leggenda del '900: i Beatles.
Ci sono film così originali che sembrano nascere dal nulla mentre hanno dietro di sé una lunga scia di precedenti. Across the Universe è una di queste opere collettive che oltre a fondere molti diversi talenti sfrutta e talvolta perfeziona il lavoro dei predecessori. Come i tre film citati infatti (ma ce ne sono anche altri), la Taymor usa una serie di canzoni celebri come "libretto". A differenza dei suoi colleghi però, che ricorrevano a canzoni di autori diversi, ora in playback (Resnais), ora cantate e magari allegramente storpiate dagli attori del film (Allen e Branagh), la regista di Titus e di Frida lavora su una fonte unica, e che fonte!
Ma soprattutto va fino in fondo, considerando l'insieme delle canzoni dei Beatles non come un semplice corpus musicale ma come una specie di novelliere selvaggio, un libro degli incantesimi, una raccolta di personaggi, storie, frammenti, visioni, che ha permeato l'educazione sentimentale di milioni di persone. Insomma un "universo parallelo", fitto di rimandi al mondo reale, che aspettava solo di esser riportato in vita. Calandolo nuovamente nel contesto originario (gli anni '60 con il loro corteo di sogni, lotte, tragedie: è il lato Hair del film), ma in realtà adattandolo a un mondo profondamente cambiato. Il mondo di oggi.
Di qui, accanto alla poetica fedeltà/infedeltà che guida il lavoro sulle canzoni (le parole sono le stesse, ma senso e contesto sono radicalmente diversi, così come diverse ma bellissime sono le voci che le cantano), il tentativo azzardato quanto generoso e incredibilmente riuscito di reinventare quel mondo con mezzi e immagini di oggi.
Così, mentre sullo sfondo sfilano il Vietnam e la morte di Martin Luther King, gli hippie e la contestazione giovanile, lo schermo esplode in figure e colori che citano la cultura psichedelica di quegli anni ma la fanno nostra incrociandola con altre cuture (in testa il teatro balinese, vecchia passione della Taymor, che nasce a Broadway) e plasmandola con tutti i possibili trucchi a disposizione (digitale, stop motion, etc.) per donarle, letteralmente, nuova vita.
Anche perché il mondo cantato dai Beatles in fondo non ha età, o forse ha un'età che tutti prima o poi abbiamo avuto, per questo non invecchia e basta affidarlo ad attori poco noti o a vere star in spassosi cameos (Bono, Joe Cocker, Eddie Izzard), perché sembri rinascere sotto i nostri occhi. Si può chiedere di più?
Fabio Ferzetti
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