NOTO (gi.gi.).- Per questa Acquasanta, prima parte della “Trilogia degli occhiali”, dove le figure che vi compaiono oltre che scimunite sono anche mezze cecate, Emma Dante ha costruito una sorta di Macchina celibe, forse nel segno di Duchamp o di Picabia. Ben visibile sin dall’inizio quando il pubblico prende posto in sala e nei vari ordini di palchi del Teatro Vittorio Emanuele e individua sulla scena un personaggio sulla prua d’una barca, somigliante ad una polena degli antichi galeoni. L’uomo gesticola, si esprime in dialetto napoletano, la lingua ormai adottata dalla Dante ( “Perchè è a Napoli – dice in un incontro pomeridiano - che mi offrono il lavoro) e scopriremo che trattasi d’un mezzo mozzo, allontanato dalla ciurma e dal capitano per il suo strano modo di essere. Per alcuni versi somiglia a quel Pianista sull’oceano di Tornatore ricavato dal Novecento di Baricco, perché dopo aver scoperto attraverso quelle acque salate e benedette l’infinito e le stelle, lui non sarebbe mai sceso a terra dalla nave. Adesso, quasi per una sorta di coazione a ripetere, s’è inventato quel giocattolo e sulla sua testa pende una sorta di lampadario formato da una trentina di timer luccicanti, pezzi di memoria disposti come uccellini a varie altezze, legati tutt’intorno ad una ruota di bicicletta duchampiana. Poi per simulare procelle e tempeste si è stretto le caviglie e i fianchi con tre corde legate in alto ad una trave, scorrevoli su e giù tramite carrucole, avendo alle estremità come contrappeso tre piccole ancore metalliche che assecondano i movimenti di Carmine Maringola che con grande dispendio energetico dà vita per 45 minuti a questo folle e poetico personaggio da sembrare un’autonoma marionetta. Ispira un po’ di pena il personaggio quando finge di navigare in mare girando fra le mani un timone di legno o quando grida che senza di lui la nave colerebbe a picco o quando ancora indossa un berretto bianco da mozzo o quello da comandante simulandone le voci, somigliando infine ad un Cristo in croce fra le corde mentre si diffondono le note della canzone Indifferentemente cantata da Mario Abate. Lo spettacolo della Dante, in fase di studio, è fulminante, denso d’ironia in chiusura con quel cartello sbandierato da Maringola in cui c’è scritto “La mia storia d’amore- pena- cosa da soldi” e con alcuni spettatori che lasciano un obolo in un cassetta di legno e salutato alla fine dal pubblico straripante con un mare di applausi.
Gigi Giacobbe