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21
21di Robert Luketic
con Jim Sturgess, Kevin Spacey
 
Il Mattino, 26 aprile 2008

Con Spacey colpo grosso a Las Vegas

C'è la cronaca vera dietro ai colpi di scena di «21», prodotto da Kevin Spacey e dedicato a sei studenti e un cattivo maestro partiti alla conquista di Las Vegas. Come si può verificare nella recente ristampa del libro ispiratore («Blackjack Club» di Ben Mezrich, Mondadori), la realtà per una volta batte lo spettacolo perché il film non va al di là della bella confezione e patisce il confronto con tutti i cult-movies che hanno tramandato il leitmotiv del geniale «colpo grosso» o della truffa elaborata. Il titolo italiano si riferisce al punteggio vincente del classico gioco d'azzardo, al quale si dedicano con cognizione statistica gli studenti superdotati in matematica del MIT di Boston, capeggiati dal mefistofelico professore (lo stesso Spacey): organizzati e compatti i ragazzi volano a Las Vegas tutti i fine settimana e fanno rendere al massimo il sistema di calcolo delle probabilità messo a punto dal docente per vincere a Black Jack senza barare... Squillante di luminarie da casinò e generoso di riprese acrobatiche, «21» non riesce però a coinvolgere, limitandosi a piroettare attorno agli alti e bassi dell'impresa e alla minacciosa controffensiva del sorvegliante nero che ha un vecchio conto da regolare. Lungaggini e ovvietà fanno ansimare la suspense e girare su se stesso il carosello (algo)ritmico.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 18 aprile 2008

"L'attimo ruggente" di Kevin Spacey

Come corre il tempo. Nel 1989, quasi vent'anni fa, Robin Wiliams (e Peter Weir) incantavano padri e figli con L'attimo fuggente, storia di studenti e rivolta ambientata in un college del 1959, quando ribellarsi non era ancora di moda e a instillare il culto della libertà e dell'anticonformismo pensavano i professori.
Una decina d'anni più tardi era sempre Robin Williams a rinverdire il mito del buon maestro in un film di pura confezione diretto da Gus Van Sant, Will Hunting, genio ribelle (1998). Stavolta a Williams toccava il ruolo maieutico dello psicanalista che aiutava Matt Damon, ragazzo povero e prodigio della matematica, a conciliare talento e sentimenti. È il film che consacra la scienza dei numeri regina di fine millennio e fa del mitico Mit (Massachusetts Institute of Technology) la rampa di lancio di ogni scalata al successo.
Ma il tempo corre appunto, passano altri dieci anni ed ecco il Mit e la matematica al centro di un altro film di successo almeno negli Usa: 21.
Sul piano strettamente cinematografico siamo molti, ma molti gradini più in basso. Lo svelto filmastro di Luketic vale solo per il suo successo, appunto, e per ciò che lascia capire del pubblico che lo ha decretato. In vent'anni infatti i valori si sono rovesciati: il buon maestro del film di Peter Weir, che passava la palla allo psicanalista sbroccato in Will Hunting, è diventato un cattivo maestro tout court. Un truffatore che insegna ai suoi allievi a usare il talento matematico per sbancare i casinò di Las Vegas. E non contento li maltratta e li deruba quando non eseguono ciecamente i suoi ordini come automi.
Dall'attimo fuggente all'attimo ruggente insomma, perché nel mondo di oggi, sempre più connesso e irreggimentato (di qua Internet, di là le onnipresenti telecamere di controllo) le occasioni si presentano una volta sola. E se un ragazzo non ha i 300.000 dollari l'anno necessari agli studi, tanto vale che rubi. Magari ai ricchi (Las Vegas), come un Robin Hood che aiuta se stesso. E aiutandosi vendica l'intera categoria: vedi l'umiliante del colloquio per la borsa di studio. "L'anno scorso è andata a un coreano con una gamba sola", lo scoraggia l'odioso esaminatore. Come dire: non basta il talento, oggi i posti migliori se li prendono handicappati e immigrati.
E allora via a contare le carte del black jack col professor Kevin Spacey, uno che gira vestito male per nascondere la ricchezza accumulata chissà come. E al posto della "Dead Poets Society" fondata da Robin Williams nell'Attimo fuggente, ha messo insieme una banda di studenti-truffatori non ancora noti alle telecamere di controllo. Molto educativo davvero. E anche parecchio noioso. Possibile che Kevin Spacey non trovi "cattivi" più interessanti?

Fabio Ferzetti

 
Corriere della sera, 18 aprile 2008

Spacey s' incarta a Las Vegas

L' ha dichiarato lo stesso regista di 21 Robert Luketic, costretto per obbligo di documentazione a passare molte ore osservando il gioco fra i tavoli verdi di Las Vegas: assistere a una partita di carte senza potervi partecipare è la cosa più noiosa del mondo. Eppure Goldoni ha tratto effetti straordinari mettendo in scena la «meneghéla» in Una delle ultime sere di carnovale; e oltre due secoli dopo analogo risultato ha colto Dustin Hoffman, autistico genio della matematica, trionfatore al Blackjack nella sequenza più famosa di Rain Man. 21 è l' altro nome che si dà al Blackjack, il gioco d' azzardo più diffuso sul pianeta. Da perfetto ignorante tento di riassumere ciò che ne scrive Dario Bonomolo nel suo Dizionario dei giochi di carte e tasselli (Editori Riuniti). Intorno al tavolo siedono i giocatori (due, sette o magari di più) e il mazziere che mescola e introduce nel contenitore o sabot da uno a sei mazzi da 52 carte anglofrancesi, dove le figure valgono 10, l' Asso 11 e le altre carte conservano i valori nominali. Il mazziere distribuisce una carta a testa, raccoglie le puntate, poi ricomincia il giro e infine fornisce le carte successive a chi ne fa richiesta. I giocatori fanno le loro puntate e vince colui che totalizza 21 punti o più si avvicina a questa cifra senza superarla. Esiste un sistema scientifico per vincere al Blackjack? Forse sì, ma non si può applicarlo da soli. Bisogna essere un gruppo organizzato come quello degli studenti del Mip (Massachusetts Institute of Technology) che dal ' 94 rastrellarono cifre esorbitanti a spese dei casinò di Las Vegas e Atlantic City. Sviluppatissime menti matematiche, si organizzarono in gruppi dove il Grande giocatore era circondato da complici che mentalmente registravano l' uscita di oltre 300 carte e comunicavano con lui attraverso tutta una serie convenzionale di microsegnali mimici o verbali. Niente di propriamente illegale, ma abbastanza per allarmare alla lunga gli sbirri della casa con conseguenti messe al bando dai tavoli, minacce e non di rado vie di fatto. Il giornalista Ben Mezrich ha rispecchiato la storia segreta dei «card counters» di Boston nel best seller da un milione e mezzo di copie intitolato Blackjack Club (Mondadori), che ulteriormente romanzato è divenuto la trama del film 21. Il laureando Jim Sturgess ha il problema di come pagarsi i costosi ratei del Mip, per cui si lascia volentieri arruolare dall' onnisciente professor Kevin Spacey nel gruppo dei sbancatori di casinò. Dopo qualche tempo, nonostante i congiurati si presentino in travestimenti vari e senza mai dar segno di riconoscersi l' un l' altro, scatta come un mastino l' inesorabile forzuto Laurence Fishbourne, dai cazzotti del quale è saggio tenersi lontani. In tale clima minaccioso si consuma il rapporto di dipendenza fra l' ingenuo studente e il docente corruttore, un patto infernale come quello tra Faust e Mefistofele, che ben presto culmina in uno scontro. Da Kevin Spacey, che in questo periodo sta mettendo alla prova con successo la sua consumata esperienza di teatrante nella gestione dell' Old Vic di Londra, c' era da aspettarsi qualcosa di più insolito nella doppia veste di coproduttore e interprete di 21. Smaltito un incipit che incuriosisce, il suo personaggio si incarta nei manierismi e non c' è talento che tenga. Meglio se la cava il promettente giovane Jim Sturgess. Tutto il resto, in maniera non spiacevole, ci riconduce agli usi e costumi del cinema di genere attraverso una scansione narrativa banalmente prevedibile. Quanto all' ambiente, è ben difficile far emergere qualcosa di nuovo intorno a Las Vegas arrivando in coda a decine di film sull' infernale paradiso del gioco; e diciamoci pure la verità: dopo il grande Scorsese di Casinò non si va oltre.

Tullio Kezich

 
La Repubblica, 18 aprile 2008

"21", il numero magico del professor Spacey

Meriterebbe forse un serio esame la tendenza a fare film lunghi. Prendiamo questo 21 per la regia di Robert Luketic (australiano, suoi "La rivincita delle bionde" e "Quel mostro di suocera" con Jennifer Lopez e Jane Fonda di ritorno agli schermi dopo un'assenza di anni). Sarebbe, e fino a un certo punto è, uno spettacolo vivace, scattante, convenzionale ma coinvolgente. Ma poi, per raggiungere il traguardo finale dei suoi inutili 125 minuti, si spezza, ansima, entra in affanno, gira su se stesso.

Il titolo si riferisce al gioco del Black Jack cui si dedicano con alti profitti alcuni studenti intellettualmente e matematicamente superdotati di una università americana d'eccellenza, il Mit di Boston, che compiono le loro settimanali incursioni a Las Vegas sotto la guida di un brillante ma ambiguo e mefistofelico professore (Kevin Spacey) che se li è capati tra i migliori cervelli del suo corso.

Il quale professore tiene i fili da dietro le quinte perché ha un antico conto in sospeso con il gorilla del casinò (Laurence Fishburne). Altro difetto, oltre la lunghezza, quello di non approfondire il suo personaggio. Niente di che ma si può vedere.

Paolo D'Agostini

 
Il Giornale, 18 aprile 2008

Kevin Spacey vuol sbancare il casinò in una storia ridicola e assurda

I film sul gioco hanno una controindicazione: fanno venire l'orticaria a chi non distingue i cuori dai fiori. Tanto per cominciare il titolo, 21, identico all'originale, non è altro che il nostro blackjack, un sette e mezzo un po' meno artigianale. Stando al vendutissimo romanzo, tratto da un'assurda storia, spacciata per vera, da cui l'australiano Robert Luketic ha tratto il suo concitato semigiallo, zelanti e maneschi ispettori seguono sui monitor le imprese di chi al tavolo non riga dritto. Per esempio cercando di ricordare le carte uscite fino a quel momento. E allora sono guai. Ecco perché il giovane povero e genio dei numeri, aspirante a Harvard, Ben (Jim Sturgess) è ingaggiato dal suo prof di matematica Micky (Kevin Spacey), convinto di sbancare, grazie all'allievo, un casinò di Las Vegas. Con altri quattro studenti, tra cui la bionda Jill (Kate Bosworth), parte la caccia al tesoro. Le fiches si accumulano, il ragazzo riesce presto a racimolare i trecentomila dollari per la prestigiosa università, ma lo smaliziato cerbero della guardia da gioco Cole (Laurence Fishburne) mangia la foglia. Che botte, quella notte. Detto che i ridicoli segnali con le mani dietro la schiena insospettirebbero anche Di Pietro, non è provato che la conoscenza delle carte uscite sia garanzia di vittoria. Anche perché, proprio per prevenire questa eventualità, un consistente mazzetto non viene messo in gioco. L'intrigo è comunque debole, di suspense ce n'è poca e gli attori, svogliato Kevin Spacey compreso, non bucano lo schermo. Di fronte a tante assurdità, da St. Vincent, Campione, Venezia e Sanremo parte una promessa: venite pure da noi, chi vince non sarà picchiato.

Massimo Bertarelli

© Sipario 2011