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12
di e con Nikita Mikhalkov
con Sergej Makovetskji, Sergej Garmash
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Corriere della Sera, 4 luglio 2008
La forza del dubbio salva un ragazzo
Mentre Gassman recita la versione teatrale di Rose, ecco il secondo remake del famoso film di Lumet del '57 in cui un uomo solo, con la forza penetrante del dubbio, fa cambiare idea alla giuria sulla colpevolezza di un ragazzo. Nel film di Mikhalkov è un giovane ceceno killer del patrigno, ufficiale russo. L'anima del regista ancorata alla vecchia madre patria copre la sociologia di un Paese in mutazione economica e culturale con personaggi che esprimono il Bene e il Male dell'era Putin. Declamatorio e prolisso — 159 minuti al posto dei 95 originali — il film bolle di feroce introspezione: i dèmoni sono sempre tra noi. Con solfeggio drammatico sfumato e teatrale l'autore racconta la storia del diverso, attuale anche da noi. Attori dell'eccezionale gruppo essenziali nella espressione delle patologie che si arrendono solo di fronte all'impossibilità, alla relatività della giustizia.
voto: 7
Maurizio Porro
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Corriere della Sera, 27 giugno 2008
Seduta fiume per il verdetto
C'era una volta (ma durò poco, una decina d' anni al massimo) la cosiddetta «live television», rimasta nella storia soprattutto per le trasmissioni di Studio One sulla rete americana Cbs. Qualche veterano certo ricorda che ci fu anche da noi, fino all' avvento delle registrazioni in ampex, un' era in cui davanti alle telecamere si recitava in diretta, affidati alla tecnica che oggi si applica saltuariamente solo ai grandi eventi dell' attualità e dello sport. La differenza fra la tv dal vivo o da nastro si può paragonare a un pranzo servito caldo, dal fuoco al piatto, e un cibo in scatola. Gli attori di quella irripetibile fase pionieristica dovevano combattere con la memoria, i cambi d' abito e i mutamenti scenografici in corso d' opera, tutto come in una «prima» di teatro, emozioni incluse. Sarà un caso che proprio da quest' atmosfera da cuore in gola fiorì negli Usa, scavalcando Broadway, un modo sveglio e giovanile di affrontare lo spettacolo; e soprattutto una nuova drammaturgia destinata a imporsi su vari fronti. L' esempio più famoso di tale tendenza resta senza dubbio «The Twelve Angry Men» trasmesso da Studio One nel ' 54 e vincitore di tre premi Emmy: per il copione di Reginald Rose, per la regia di Frank Schaffner e per il protagonista Robert Cummings. Dell' allestimento originario è stato recentemente ritrovato un incunabolo, un kinescope che sarebbe utile vedere per risalire alla fonte di un' ininterrotta serie di riproposte in cui il copione si è allargato a macchia d' olio, dalla tv (che l' ha rifatto nel ' 97) al cinema e al teatro. Del ' 57 è il film La parola ai giurati, considerato ormai un classico, folgorante esordio nella regia di Sidney Lumet e trionfo di Henry Fonda al centro di un gruppo di memorabili caratteristi: tre nomination all' Oscar, Orso d' oro alla Berlinale. Del ' 64 è la prima trasposizione teatrale, sulle scene londinesi con Leo Genn, seguita da infinite altre con variazioni imprevedibili (c' è stata anche un' edizione al femminile) e prolungamenti nell' oggi. Mentre oltre oceano sta viaggiando con successo l' ennesimo allestimento, da noi Alessandro Gassman mettendo in scena questo copione si è piazzato nella terna del migliore spettacolo dell' anno ai premi Olimpici. Per scrivere un testo entrato così stabilmente in repertorio, Reginald Rose (1920-2002) si era ispirato alla propria esperienza di giurato. La trama è semplice: i dodici componenti di una giuria popolare sono sul punto di pronunciarsi per la colpevolezza di un giovane imputato, ma la resipiscenza di un membro del consesso fa aprire un dibattito che mettendo a nudo pulsioni, caratteri e motivazioni recondite perviene a un verdetto più meditato. Nel girare 12 il maestro russo Nikita Mikhalkov ha ristretto il titolo e ha diluito invece smisuratamente il resto: 159 minuti al posto degli essenziali 95 impiegati da Lumet. Come dire un' ora di più, riempita con puntigliose motivazioni rispecchianti a loro modo la situazione attuale dell' ex-Unione Sovietica. Infatti i giurati riuniti nella palestra di una scuola moscovita devono giudicare un giovane ceceno accusato di aver ucciso il padrigno, ufficiale dell' esercito russo. I partecipanti sono tutti interpretati da attori di provato valore guidati da Mikhalkov che si è assunto il ruolo del presidente: sono un tassinaro razzista, un lituano reduce dall' Olocausto, un beccamorto, un medico, un produttore tv e via elencando. Ciascuno con la sua psicologia e i suoi problemi, che nella lunga traversata del film hanno modo di emergere ed entrare in conflitto. Si apprezzano le singole fasi del dibattito, ma si continua a rimpiangere la magistrale concisione del modello. Mikhalkov ha fatto come colui che pretende di ficcare troppa roba in una valigia di dimensioni ridotte e finisce per sfondarla.
Tullio Kezich
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Il Mattino, 28 giugno 2008
Un puzzle giudiziario in camera di consiglio
Non è un film adattissimo alla stagione (svolgendosi, tra l'altro, tutto al chiuso), ma vale la pena di segnalarlo. Remake di «La parola ai giurati», «12» traspone infatti nella Mosca d'oggi il tormento dei giurati riuniti per deliberare sulla colpevolezza del ceceno accusato di avere assassinato il padre adottivo, ex ufficiale dell'esercito. Nikita Mikhalkov, cineasta di vaglia nonché abile equilibrista politico, governa da par suo l'aspro confronto che va in scena nel corso di un'intera notte nella palestra adattata a camera di consiglio, rimarcando come le argomentazioni degli eterogenei protagonisti (dall'ignavo operaio della metro al rampante amministratore di una multinazionale, dal gestore di un cimitero al piccolo produttore tv, dal tassista arrabbiato all'ambiguo cabarettista, dal pedante ebreo al chirurgo georgiano) riguardino non tanto la plausibilità del verdetto, quanto le rispettive nevrosi e le drammatiche condizioni in cui versa il paese. Il puzzle giudiziario, innescato dall'unico giurato disposto in partenza a votare a favore del ragazzo, metaforizza così l'intreccio inestricabile di frustrazioni per cui in Russia il disincanto e il rancore finiscono col minimizzare o rifiutare la «freddezza» della legge; mentre Mikhalkov - che si riserva un ruolo cruciale, scolpito con trascinante gigioneria - si sforza di dare voce alle ragioni dei sanguinari guerriglieri senza dimenticare d'offrire una sponda a quelle del regime dell'amico Putin. La durata di quella che si rivela, in realtà, una seduta d'autocoscienza è eccessiva, i distinguo sono a volte molto causidici e troppo «russi» e gli inserti lirici allentano il crescendo: difetti peraltro ampiamente mitigati dalla straordinaria prova degli interpreti e dall'eloquenza dei flashback evocanti il carnaio bellico.
Valerio Caprara
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Il Tempo, 28 giugno 2008
Nikita Mikhalkov, prima come attore e poi come regista ha percorso da anni, e non solo nel proprio paese, un felice itinerario di solide ricerche narrative e stilistiche.All'insegna di un cinema di vivida forza espressiva. Basterebbe ricordare, alla fine degli Ottanta, "Oci Ciornye", co-prodotto con l'Italia, agli inizi dei Novanta "Urga", Leone d'oro a Venezia, quindi, tre anni dopo, quel "Sole ingannatore" subito premiato a un festival di Cannes e con un Oscar.
Adesso, con finissime intuizioni psicologiche, approfondisce un tema, quello dell'amministrazione popolare della giustizia, già affrontato nei Cinquanta dal cinema americano con "La parola ai giurati" di Sidney Lumet. Lo schema che segue è simile (anche perché quel film era tratto da un testo teatrale da lui stesso, a suo tempo, portato sulle scene di Mosca), ma il clima, le motivazioni sociali, i tratti psicologici di tutti i personaggi sono russi fino in fondo, direttamente legati alla Russia di oggi e ai suoi problemi problemi non facili.
Anche qui 12 giurati che debbono giudicare un ragazzo accusato di aver ucciso il padre adottivo. Il ragazzo, però, è ceceno, i giurati sono tutti moscoviti e sulle prime sarebbero pronti a condannarlo senza esitare all'ergastolo. Poi, però, uno di loro chiede almeno di discutere (nel film di Lumet era il personaggio interpretato da Henry Fonda) e a poco a poco le posizioni mutano, perfino quelle di un tassista che più degli altri, per nazionalismo esasperato, era pronto a vedere in ogni ceceno un nemico da combattere.
Mikhalkov, che si è riscritto anche il testo, ha dosato l'azione quasi sempre al chiuso di una stanza, prima in modo da dimostrare che la maggior parte delle opinioni con cui quei giurati si esprimono sono dettate da problemi personali pronti, ad ogni svolta, a influenzarli. In seguito, chiavi quasi di psicodramma, sottolineando le progressive modifiche dei singoli atteggiamenti, anche in contrasti vicini spesso alla zuffa. Fino, dopo molte tensioni, a ribaltare le conclusioni iniziali.
In cifre in cui, pur nella staticità delle situazioni, il dinamismo dei ritmi viene via via aumentando, con il sussidio di immagini, intenzionalmente quasi solo cronistiche, che però si valgono delle più studiate tecniche del cinema - primissimi piani, campi lunghi, piani sequenza - ritmate in modo quasi angosciante e riuscendo a trarre da ciascun carattere, sempre fortemente segnato, delle occasioni addirittura di suspense.
Con la collaborazione di attori (e tra questi, ancora una volta, lo stesso Mikhalkov), che si propongono soprattutto come una vera e propria galleria di facce. Lacerando lo schermo.
Gian Luigi Rondi
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Il Messaggero, 27 giugno 2008
Michalkov, prove generali di democrazia
Dodici uomini in uno stanzone discutono fino allo sfinimento per decidere se un giovane accusato di aver ucciso il patrigno a coltellate è colpevole o meno. Il verdetto dev'essere unanime. E la discussione, anziché andare per le spicce, diventa un confronto a tutto campo fra i giurati, diversissimi per estrazione sociale, cultura e carattere. Ognuno di loro getta nel dibattito tutto sé stesso, le sue idee, le sue esperienze, le sue paure, talvolta inconfessate. Cambiando anche completamente opinione nel dibattito.
E' il plot, implacabile, del primo film per il cinema di Sidney Lumet, La parola ai giurati, 1957, tratto da un celebre "teleplay" di Reginald Rose. Chi ha visto il film sa con quale maestria l'esordiente Lumet trasformò in grande cinema l'unità di tempo, di luogo e di azione. Davanti al bel remake di Nikita Michalkov invece si resta a bocca aperta per le interpretazioni (solo gli attori russi sono superiori agli americani, diceva Elia Kazan), ma anche per il salto mortale tentato dal grande regista russo.
Se La parola ai giurati era infatti una perfetta metafora della democrazia americana (dei suoi meccanismi, dei suoi impacci, dei suoi contrappesi, in breve del suo mito), 12 è quasi un test, imposto per via cinematografica, all'assai più pericolante democrazia russa.
Non siamo proprio sicuri che la Russia di oggi, una Russia in cui capitalismo selvaggio e sacche di socialismo reale si intrecciano a eterne e laceranti tensioni etniche (il Caucaso in primo luogo), somigli molto agli Stati Uniti del secondo dopoguerra (è il lato furbesco dell'operazione). Ma Michalkov risolve il problema a colpi di cinema, innestando sulla struttura del courtroom drama una serie di riferimenti alla guerra in Cecenia veicolati da raffiche di flashback (ma non tutto è passato...) che portano nel chiuso della palestra scolastica in cui sono rinchiusi i giurati il piombo e il sangue della guerra (il giovane accusato è un ceceno; l'ucciso, suo padre adottivo, un ufficiale russo).
Così, a forza di riesaminare il caso scavando dietro le apparenze, ogni giurato dà vita, in una serie travolgente di discussioni e monologhi, ad altrettanti spaccati della Russia di oggi.
Ed ecco l'antisemitismo spicciolo, quasi invisibile, ecco la diffidenza per "selvaggi" e "arricchiti" del Caucaso, ecco l'eterna allergia alla Legge dei russi ("per noi contano solo i rapporti personali, non le regole, astratte e distanti"), mentre le diverse culture più o meno fuse nel calderone imperiale russo riemergono con orgoglio e a volte con violenza (ambigua ma straordinaria la scena del bambino ceceno che impadronitosi di un coltello improvvisa una danza selvaggia circondato da uomini in armi).
Con attori meno straordinari sarebbe stato macchinoso e accademico. Con mezz'ora in meno, un capolavoro. Dopo Il barbiere di Siberia temevamo che Michalkov fosse finito, o ridotto a fare il regista di regime. Sbagliavamo, per fortuna.
Fabio Ferzetti
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Il Giornale, 27 giugno 2008
Guerra tra giurati per un delitto
Ogni estate spuntano i film dei festival dell'anno prima. Esce così anche 12, scritto, prodotto, diretto e interpretato da Nikita Mikhalkov, terza versione cinematografica - dopo quelle di Sidney Lumet e William Friedkin - di un dramma di Reginald Rose centrato sulla riunione di una giuria per giudicare un presunto parricida. Ma va soprattutto ricordata la riunione della giuria veneziana, composta solo di registi, dalla quale scaturì più di un verdetto: 12 ebbe «Leone speciale per l'insieme dell'opera», inventato dopo che Mikhalkov era stato trattenuto al Lido mormorandogli che il leone d'argento sarebbe stato suo; il pirotecnico regista russo non avrebbe taciuto su questa disinvoltura se poi non avesse avuto nulla. Si noti: nel prologo della stessa Mostra a Woody Allen era garantito il Leone d'oro se avesse accettato di partecipare in concorso!
Miserie, ma che spiegano perché il pubblico diffidi dei premi nei festival. Pur nella sua bislacca origine, il riconoscimento a 12 ha però una sua attendibilità. Solo che è cambiato il tipo dello spettatore: estinto quello che, mezzo secolo fa, era affascinato dal dibattito che spazzava via il pregiudizio, ora ce n'è un altro, che solo i pregiudizi conosce. E v'aggiunge il semplicismo, non la semplicità, tipico dei dibattiti in tv.
Mikhalkov viene però da una Russia dove ancora la parola ha un senso e dove il senso del tempo è sempre stato più dilatato rispetto all'Italia. Se quindi una sera siete molto riposati, ci sono in 12 due ore e mezzo di scontro verbale che traggono spunto da un delitto per inscenare l'intero presente russo.
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