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12
12regia: Nikita Mikhalkov
con Nikita Mikhalkov, Sergey Makovezkij, Mikhail Yefremov, Sergei Garmash, Viktor Verzhbitsky, Aleksei Petrenko, Valentin Gaft
Russia (2007)
 
Il Mattino, 8 settembre 2007

Venezia. Remake di «La parola ai giurati» di Sidney Lumet (insignito nel '57 dell'Orso d'oro al festival di Berlino: sarà un buon segno?), «12» trasporta nella Mosca contemporanea il tormento dei giurati riuniti per deliberare sulla colpevolezza di un giovane ceceno accusato di avere assassinato il padre adottivo, un ufficiale dell'esercito russo. Nikita Mikhalkov, abile cineasta e, sia detto con rispetto, abile giocoliere di relazioni pubbliche in patria e all'estero, governa da par suo l'acerrimo confronto che deflagra per un'intera notte nella palestra adattata a camera di consiglio: come nel prototipo, così, le argomentazioni sollevate dai (più o meno) bravi cittadini finiscono per riguardare non tanto la plausibilità di condanna o assoluzione, bensì quello che ognuno di loro ha maturato nella mente o nelle viscere. La forza dell'ultimo titolo papabile per il verdetto di stasera sta, ovviamente, nell'eterogeneità sociale dei protagonisti: dall'ignavo operaio della metro al rampante amministratore delegato di una multinazionale, dal gestore di un cimitero al piccolo tycoon televisivo, dal tassista esacerbato all'ambiguo e cinico cabarettista, dall'anziano e causidico ebreo al chirurgo d'origine georgiana... La proposta di uno dei giurati (l'unico a votare in partenza a favore del ragazzo) di aprire un vero e franco dibattito, fa sì che a poco a poco emergano sia le incalzanti inquietudini individuali che le drammatiche situazioni in cui versa il paese. Col suo implacabile crescendo il prudente Nikita realizza un miracolo d'equilibrismo, sforzandosi di comprendere le ragioni dei peraltro sanguinari guerriglieri, senza mancare d'offrire un appiglio alle ragioni del temibile regime putiniano: forse per questo la durata è eccessiva, i distinguo sembrano a tratti spericolati e gli inserti «a tutti i costi» poetici appesantiscono il già impegnativo tour de force teatrale. Difetti plateali, mitigati dai risvolti ampiamente riusciti: la stupefacente credibilità degli attori (tra cui lo stesso regista) e la spettacolare eloquenza dei flash-back, soprattutto quelli scolpiti nel vivo del carnaio bellico. Il puzzle drammaturgico trova, infatti, le tessere più vivide nell'inestricabile intreccio di torti e ragioni per cui in Russia il risentimento e la disillusione finiscono sempre col minimizzare o rifiutare la naturale freddezza della legge. Persino i dettagli del sistema giuridico locale, grazie alla trascinante vena narrativa di Mikhalkov, concorrono alla fine a dimostrare come la maggior parte dei problemi sviscerati da «12» siano omologhi a quelli dell'Occidente democratico. Scorre tutto benissimo anche in «Le Chaos», ennesima sortita festivaliera dell'emerito egiziano Youssef Chahine: un copione a metà strada fra il neorealismo rosa e il melodramma di Raffaello Matarazzo; la metropoli del Cairo sbozzata con tocchi da sfrenato musical populistico; il malvagio poliziotto Hatem caricato di stimmate tra il teatro dei pupi siciliano e i fatidici personaggi del Lino Banfi della commedia pecoreccia; le opulente signore coinvolte nell'intrigo che assomigliano alle maliarde della sceneggiata; la situazione politica ricalcata pari pari sui cliché delle dittature sudamericane. L'unico auspicio potrebbe, però, essere quello di non subire dal campione terzomondista l'ennesima ramanzina contro i mercimoni del cinema occidentale.

Valerio Caprara

 
Il Tempo, 8 settembre 2007

Dal russo Michalkov una lezione sulla giustizia

Questa Mostra ha confermato fino all’ultimo le sue belle qualità. A concluderla, infatti, è stato un film russo, "12", di un autore, Nikita Michalkov, che da anni, prima come attore e poi anche come regista, ha percorso, non solo nel proprio paese, un felice itinerario di solide ricerche narrative e stilistiche. All’insegna di un Cinema di vivida forza espressiva. Basterebbe ricordare, alla fine degli Ottanta, "Oci Ciornye", co-prodotto con l’Italia, agli inizi dei Novanta "Urga", Leone d’oro qui a Venezia, quindi, tre anni dopo, quel "Sole ingannatore" subito premiato a un festival di Cannes e con un Oscar. Adesso, con finissime intuizioni psicologiche, approfondisce un tema, quello dell’amministrazione popolare della giustizia, già affrontato nei Cinquanta dal cinema americano con "La parola ai giurati" di Sydney Lumet. Lo schema che segue è simile (anche perché quel film era tratto da un testo teatrale da lui stesso, a suo tempo, portato sulle scene di Mosca), ma il clima, le motivazioni sociali, i tratti psicologici di tutti i personaggi sono russi fino in fondo, direttamente legati alla Russia di oggi e ai suoi problemi non facili. Anche qui 12 giurati, che debbono giudicare un ragazzo accusato di aver ucciso il padre adottivo. Il ragazzo però è ceceno, i giurati sono tutti moscoviti e sulle prime sarebbero pronti a condannarlo senza esitare all’ergastolo. Poi, però, uno di loro chiede almeno di discutere (nel film di Lumet era il personaggio interpretato da Henry Fonda) e a poco a poco le posizioni mutano, perfino quelle di un tassista che più degli altri, per nazionalismo esasperato, era pronto a vedere in ogni ceceno un nemico da combattere. Michalkov, che si è riscritto anche il testo, ha dosato l’azione quasi sempre al chiuso di una stanza prima in modo da dimostrare che la maggior parte delle opinioni in cui quei giurati si esprimono sono dettate da problemi personali pronti, ad ogni svolta, a influenzarli. In seguito, in chiavi quasi di psicodramma, sottolineando le progressive modifiche dei singoli atteggiamenti, anche con contrasti vicini spesso alla zuffa. Fino, dopo molte tensioni, a ribaltare le conclusioni iniziali. In cifre in cui, pur nella staticità delle situazioni, il dinamismo dei ritmi viene via via aumentando, con il sussidio di immagini, intenzionalmente quasi solo cronistiche, che però si valgono delle più studiate tecniche del cinema - primissimi piani, campi lunghi, piani sequenza - ritmate in modo quasi angosciante e riuscendo a trarre da ciascun carattere, sempre fortemente segnato, delle occasioni addirittura di suspence. Con la collaborazione di attori (e tra questi, ancora una volta, lo stesso Michalkov), che si propongono soprattutto come una vera e propria galleria di facce. Lacerando lo schermo.

Gian Luigi Rondi

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