Aveva festeggiato gli ottant’anni in
un ristorante romano fuori porta,
tra pochi intimi, con la spensieratezza
di una ventenne ballando addirittura
"la lambada" con il coetaneo e compagno
d’arte Pietro De Vico. A quanti le
chiedevano i segreti di una vitalità che sembrava
destinata ad irridere i luoghi comuni
sulla vecchiaia, Pupella Maggio (1910 -
1999) amava ripetere che al primo posto della
scala dei valori bisognava mettere la capacità
di non crearsi problemi, poi la moderatezza
a tavola ed infine, anzi prima di tutto, la
fortuna di un Dna favorevole.
Ma sull’enunciata capacità di saper sgusciare
tra i paletti dello slalom esistenziale
forse Pupella esprimeva non tanto un’affermazione
di principio quanto un vagheggiato
desiderio di dare realtà ad un sogno, giacché
non era proprio nel suo temperamento far da
spallucce a tutto, o quasi tutto. Semmai v’è
stata donna ed attrice di carattere forte, pronta
alla battuta feroce dietro l’apparenza conciliante,
questa è stata proprio la figlia d’arte
battezzata con il floreale nome di Giacinta,
ma da tutti e da sempre chiamata Pupella forse
perché al suo primo anno di vita era apparsa
in scena, su una cesta sorretta da papà Domenico,
nella commedia di Eduardo Scarpetta
La pupa movibile. Dalla moglie Antonietta, "don Mimì" – com’era universalmente conosciuto
il padre di Pupella – aveva avuto la bellezza
di sedici figli, molti dei quali sopravvissuti
per poco, come purtroppo accadeva ancora
nei primi anni del Novecento. Ben sei
"guaglioni" Maggio avevano deciso di intraprendere
la professione paterna, il successo
arridendo ugualmente al temperamentoso
Dante, alla spiritosa "soubrette" Margherita,
al comico brillante Enzo, al comico grottesco
Beniamino, alla volitiva ed effervescente Rosalia:
e naturalmente alla sempre più affermata
Pupella. La consapevolezza dei suoi eccezionali
doni nativi spingeva peraltro "la pupa
movibile" dell’esordio in fasce a qualche autocompiacimento
di troppo, mal tollerato nel
competitivo clan familiare, al punto che i fratelli
erano arrivati malignamente a chiamarla
"‘a Duse" imputandole una qualche aria da
Divina.

Pettegolezzi a parte, Pupella era arrivata
ai vertici salendo ad uno ad uno i gradini
dell’"arte", senza salti spericolati e voli rischiosi,
bensì coniugando ansia di perfezionamento,
rigore di metodo, intuizioni tempestive
per trascorrere dalla farsa e dalla sceneggiata
tragico-sentimentale della paterna Compagnia
itinerante alle tavole del fiorente varietà
partenopeo, dalla commedia dialettale
alla drammaturgia di respiro europeo, anzi internazionale,
essendo stata capace di negarsi
ad un certo punto perfino ad Eduardo pur di
sottrarsi al maso chiuso della "napoletanità".
Non era l’urgenza di una spinta culturale a
muoverla verso questo o quel traguardo, bensì
l’istinto infallibile di un animale da palcoscenico
consapevole di aver frequentato la scuola soltanto fino alla seconda elementare ma orgogliosa
di capire subito dove erano gli autentici
valori, quali dovevano essere le tappe della
crescita artistica, dove, come, quando conveniva
far imprimere una virata al suo vascello
corsaro.
Da Napoli a Brecht
Aveva già varcato la soglia dei quarant’anni
quando la Compagnia dei Maggio
si sciolse e ciascun fratello proseguì per la
propria strada, Dante lavorando accanto alla
mitica Anna Fougez, Beniamino entrando
nella formazione della Maresca, Rosalia svariando
imperterrita dall’operetta alla rivista,
Pupella accettando una scrittura con la Scarpettiana,
prima del decisivo incontro con
Eduardo.
Fu il grande successo conseguito in Sabato,
domenica e lunedì a proiettare al centro
della ribalta nazionale un’attrice che non aveva
dalla sua un’abbagliante bellezza, un curriculum
da "star", la grancassa del "gossip".
Ma in quello stesso 1959 della perentoria affermazione
a fianco di Eduardo, l’imprevedibile
Pupella lasciò la Compagnia del grande
autore-attore napoletano per gettarsi nell’avventura
dell’Arialda di Giovanni Testori, tentata
dalla personalità magmatica di Luchino
Visconti. Non paga della storica battaglia accesasi
sulla tribolata vicenda testoriana, Pupella
accettò ben presto un’altra sfida impegnandosi
due anni dopo nel dramma di Giuseppe
Patroni Griffi In memoria di una signora
amica dove impersonò una travolgente Gennara, accanto alla Mariella affidata dal
regista Francesco Rosi alla mediazione interpretativa
di Lilla Brignone.

Il binomio Eduardo-Pupella si ricompose
quasi subito, ma quello che pareva il definitivo
approdo al porto più sicuro non trattenne
l’inquieta figlia d’arte dal cimentarsi nuovamente
in un altro dramma di Patroni Griffi,
dando vita all’inobliabile personificazione di
Violante in Persone naturali e strafottenti, ed
addirittura di tentare la strada dell’avanguardia,
o perlomeno di un nuovo modo di fare
teatro, accettando di lavorare accanto a Mario
e Maria Luisa Santella in La monaca fauza
del settecentesco napoletano verace Pietro
Trinchera.
L’urgenza di nuove esperienze, il senso di
impagabilità che le restava in retaggio anche
dopo un’interpretazione trionfale, la spinse,
ad esempio, a non accontentarsi degli osanna
tributatile per la sua inobliabile personificazione
di Concetta nell’eduardiano Natale in
casa Cupiello così da rimettersi quasi subito
in discussione come protagonista di La madre
che Bertolt Brecht ha tratto dall’omonimo romanzo
di Massimo Gorkji. Addirittura rabbrividente
è stato il suo immedesimarsi nelle lacere
vesti e nelle forti passioni di una popolana
ignorante e pia che viene casualmente
coinvolta nelle attività rivoluzionarie del figlio
per infine buttarsi a corpo morto nella rischiosa
avventura, dopo la fucilazione del suo
ragazzo.
Nel nome di Gorkji-Brecht era frattanto
avvenuto il decisivo incontro di Pupella con il
regista Antonio Calenda che qualche anno dopo
avrebbe immaginato, scritto e diretto per
lei Na sera ‘e maggio riuscendo nell’impresa
di riaccostare "la cartuscella e palomma", assurta
ad interprete eduardiana per antonomasia,
alla "pecorella sempre nera, fregata dalla
bellezza" come si autodefiniva l’effervescente
sorella Rosalia e all’allora ottagenario Beniamino
moscio nel parlare, lento a camminare,
basso di statura, per di più sempre tormentato da "segatura d’int’ a coscia". Come la schiatta
dei De Filippo, anche i Maggio provenivano
"dall’arte", discendendo per li rami da Antonio
Petito che quattro anni prima di morire in
scena durante una recita di La statua vivente
spaventata da Pulcinella aveva non a caso
scritturato Eduardo Scarpetta facendo in tempo
a scrivere per lui Felice Sciosciamocca,
creduto ‘e guaglione ‘e n’anno. Anche i Maggio,
insomma, provenivano da quell’alta e povera
scuola del San Carlino che di generazione
in generazione di Pulcinella è stata la mitica
roccaforte del teatro in lingua napoletana.
Uscirne in tempo
Ma se di Eduardo, Peppino e perfino Titina,
tutti e tre autori-attori, restano i testi a parlare
per loro nei secoli, della dinastia dei
Maggio – a parte qualche spezzone cinematografico
o qualche frammento televisivo – non
resterà che l’effimero ricordo degli spettatori
più anziani, la testimonianza approssimativa
di recensori più o meno benevoli, la favola
bella di una tradizione orale. Forse anche per
questo mi piace ricordare Pupella non tanto
per il suo ultimo "exploit" del 1987-1988 in
Aspettando Godot di Beckett, accanto a Mario
Scaccia, Aldo Tarantino, Cesare Gelli, con
la regia manco a dirlo di Antonio Calenda, ma
nel ruolo per me nuovissimo di amabile interlocutrice
quale mi fu concesso durante i felici
giorni di un lontano festival di Todi diretto da
Silvano Spada. Devo proprio alla cortesia dell’antiquario
teatrofilo, animatore dell’allora
fiorentissima rassegna umbra, il sottile piacere
di una straordinaria chiacchierata con Pupella
che, avvertendo la cadenza inconfondibile
della mia nativa venezianità, ad un certo
punto mi propose di "parlare ciascuno la propria
lingua". Accettai presuntuosamente la sfida con il risultato che lei capiva tutto del
"dolce lenguazo" goldoniano – rifacendomi
amabilmente il verso – ed io quasi nulla delle
sue preziosità partenopee. Proprio questo la
divertì un mondo, al punto che mi diede appuntamento
per l’indomani e per un altro pomeriggio
ancora, giusto alla vigilia del mio
indilazionabile ritorno a Milano.
Di teatro parlammo poco, appena il tempo
perché mi confermasse il suo definitivo
addio al palcoscenico, non già perché "non
ce la facesse più" come insinuava qualche
stronzo (sic), ma perché voleva tener fede alla
promessa fatta ad Eduardo di "uscirne in
tempo", prima che fosse la ribalta a farle
inequivocabilmente capire che era ora. Tossicchiando
tra una sigaretta e l’altra, accarezzando
quasi in continuità uno "yorkshire"
ancora più magro di lei, passandosi ogni tanto
una mano sui capelli, si lasciò andare per
qualche tempo sull’onda dei ricordi evocando
la sua infanzia e la sua adolescenza di figlia
d’arte in gara perpetua con gli amati-detestati
fratelli, l’autentica amicizia con alcuni
colleghi di ieri e di oggi, i rapporti non
sempre facili con l’esigente ed imperioso
Eduardo, la sostanziale allergia nei confronti
della televisione. Poi all’improvviso trascorse
dalla cavalcata nostalgica – in cui peraltro
non concedeva assolutamente spazio al minimo
riferimento sentimentale – all’aneddoto
sbarazzino: "Lo sa che potrei avere il doppio
degli anni, essendo nata due volte? Avevo
sempre festeggiato il mio compleanno il 10
di ottobre, ma quando ho dovuto chiedere i
documenti per sposarmi ho scoperto di essere
nata il 24 aprile. Di colpo mi hanno invecchiata
di mezzo anno."
In quell’estate serena Pupella non poteva
immaginare che avrebbe mancato per un soffio
il traguardo dei novant’anni. Forse per
scaramanzia mi aveva invitato fin da allora
alla festa del suo centenario, un po’ delusa
perché non sapevo ballare la prediletta
"lambada".