 "Zona di silenzio. Una epopea Bielorussa moderna in tre capitoli" dir. Vladimir Scherban.
Non abbiamo perso una edizione. Dodici, per l’esattezza. Vuol dire che il Premio Europa ci piace, come progetto, come manifestazione che consente di raccogliere il meglio dei creatori teatrali, il meglio delle espressioni artistiche.
Dodici anni, possono sembrare pochi, ma in realtà sono molti se si pensa che ad ogni edizione la giuria internazionale deve cogliere il meglio di ciò che esprime l’Europa. Il rischio di questi premi è quello di iniziare con le personalità più rappresentative e poi, via via, andare in calando, perché il parco degli artisti si assottiglia, declina in tono minore e il tempo di un ricambio è troppo stretto. Al di là di questo, comunque, la lista dei personaggi dell’area europea in attesa di assegnazione offre un’autonomia per altri vent’anni e più.
Per quanto riguarda invece la premiazione delle "Nuove realtà teatrali", abbiamo l’impressione che la giuria si trovi di fronte a dei condizionamenti: trovare realizzazioni teatrali che siano fruibili più per una scrittura scenica altamente visiva e ritmica, in cui la drammaturgia della parola passa in secondo piano. Anche se ormai ogni spettacolo è accompagnato da sottotitoli, ogni creatore che vuol uscire dai confini del proprio territorio punterà sempre verso un teatro di forte impatto visivo. E questo per la giuria internazionale può essere un handicap; inoltre, altro condizionamento, abbiamo l’impressione che possano infiltrarsi nei giudizi degli esperti giurati spinte politiche tese a favorire un Paese piuttosto che un altro. Siamo certi di questo perché l’esperienza di chi ha fatto parte di tali giurie insegna.
Cosa possiamo dire d’altro? Che il Premio deve continuare ad essere itinerante? Un po’ da una parte un po’ da un’altra, un po’ in un Paese un po’ in un altro a seconda della partecipazione economica che viene offerta all’istituzione del Premio? Sappiamo che la Grecia copre il 70% del totale delle spese, il resto viene dalla Comunità Europea, che ha riconosciuto, fin dalla sua nascita, il Premio Europa come soggetto permanente. La visibilità mediatica che offre la manifestazione è moltissima ed è appetibile per molti Paesi, soprattutto dell’Est.
Noi crediamo che questi spostamenti possano sfilacciare l’immagine del Premio impedendogli di identificarsi in maniera precisa con uno spazio definito. In fondo, guardando bene, il Premio offre tre livelli di proposte: un premiato, intorno al cui operato si fa il punto e lo si consegna alla storia; si procede con una breve rassegna degli organismi di produzione che presentano spettacoli definibili come "nuove realtà"; ci sono poi simposi e incontri. Quindi non si tratta di una manifestazione complessa, nella sua articolazione. Cosa c’è di meglio di avere un luogo dove attecchisce e cresce? Ricordiamoci che Il Premio Europa è nato a Taormina dove per anni ha avuto il suo svolgimento. È diventato itinerante solo per necessità e non per progettualità.
Quello che a noi è sembrato altamente positivo è che il Premio Europa costituisce una vetrina a tutto tondo per gli operatori del settore soprattutto verso coloro che gestiscono festival o rassegne. Infatti, la manifestazione si trasforma in una agorà, di incontro e di scambi culturali, che rafforza i rapporti internazionali e spinge la stampa a confrontarsi.
Più che una manifestazione rivolta ad un pubblico nuovo si tratta di un rendez-vous per tutti coloro che si alimentano di spettacolo.
Insomma, per farla breve, alcuni momenti della manifestazione vengono disertati proprio per dar spazio a intese, relazioni, intrecci operativi e tante altre cose che danno al Premio la vera e unica funzione: aggregare artisti e operatori del settore.
Un suggerimento, se possiamo darlo, è questo: forse occorre ringiovanire un po’ la Giuria con uomini di vedute e sensibilità nuove. Il che non guasterebbe.
Chéreau en espace
di Mario Mattia Giorgetti
La dodicesima edizione del Premio Europa per il Teatro assegnata a Patrice Chéreau
Al regista-attore francese Patrice Chéreau è stato assegnato il Premio Europa 2008 alla carriera, svoltosi per la seconda volta a Salonicco, Grecia.
Anche se Chéreau non è attivo come regista di spettacoli da quattro anni (ormai si dedica al cinema, alla lirica e a letture di prosa en espace) la Giuria internazionale, composta da circa 40 componenti, ha pensato bene di consegnare all’artista Chéreau l’ambito riconoscimento (un sostanzioso premio di 60.000 euro) anche perché, sicuramente, era già da tempo nella lista di attesa di coloro che meritano l’eccellente riconoscimento. E finalmente è arrivato, cogliendo di sorpresa anche il diretto interessato. Maglio tardi che mai.
Drammaturgia della voce
Nella saletta del Teatro Vasiliko, ovvero la fabbrica del mito, dove si creano e si raccolgono le testimonianze che avallano l’operato della giuria, sapientemente condotta dall’inossidabile Georges Banu, testimonianze che poi rimbalzeranno in una nutrita pubblicazione, si sono svolti incontri, conferenze, interviste pubbliche, simposi per documentare, arricchire la conoscenza di Patrice Chéreau. In un’intervista Chéreau ha dichiarato: "Non sono un rivoluzionario della scena. Da quarant’anni mi limito a collocare corpi nello spazio. Corpi calmi o arrabbiati. Corpi che hanno una voce e una faccia. E il punto in cui meglio si incrociano i racconti e le storie di questi corpi è il teatro. Ora mi capita di fare letture perché, mentre la prosa ormai si organizza con due-tre anni di anticipo, questo rimane ormai il modo più rapido di fare teatro. Ho cominciato nel 2000. È un esercizio che tra l’altro mi fa tornare alle radici del mio lavoro: come dire un testo, come far arrivare un pensiero, come stabilire un contatto con la scena".
Non potendo nell’ambito del Premio Europa presentare alcun lacerto di messa in scena, il regista-attore francese ha offerto al pubblico, sempre numeroso agli eventi e sempre generoso negli applausi, una lettura en espace de La Douleur (Il dolore) di Marguerite Duras, avvalendosi della collaborazione dell’attrice Dominique Blanc.
Anche nella serata conclusiva, dopo la premiazione, Patrice Chéreau ha voluto ancora una volta esibirsi in una lettura dove ha interpretato Coma di Pierre Guyotat.
Stavolta, però, era tutto solo soletto a vagolare per il grande palcoscenico dove la voce più che andare verso il pubblico veniva assorbita dallo spazio scenico. Un po’ pochino per mostrare al pubblico chi è Patrice Chéreau (al di là del simposio a lui dedicato) e quanto sia bravo da meritare il premio.
Questo è quanto ci ha offerto: il regista-attore passeggia una volta verso il fondo, una volta di lato, poi si siede, si rialza, si slaccia la giacca, se la riabbottona quando è necessario, viene in proscenio, si appoggia sul tavolo e così via fino ad esaurimento di soluzioni, nella mano sinistra tiene il copione, lo sfoglia con la destra e in attesa di giungere alla fine della pagina, la mano destra sempre trincia l’aria con gesti da far invidia ad un direttore d’orchestra. Le camminate sono da accademia d’arte drammatica: sembrano scivolare lentamente su una vetrata pronta a infrangersi, più che suggerire i personaggi dell’opera teatrale in lettura o del racconto. Evocano dei sonnambuli, che leggono, leggono, leggono.
A noi l’idea della lettura interpretativa piace, ma quando gli attori danno corpo alla voce sola stando seduti al tavolino o davanti al leggio per consentire all’ascoltatore d’immaginare l’ambiente, le azioni dei personaggi. A noi, leggere nello spazio non piace, ci deconcentra, ci fa sorridere, non ci crediamo. È una mistificazione. E a volte tra il contenuto delle parole e ciò che accade in scena si crea uno scollamento che scatena un effetto comico, i due linguaggi si contrappongono, uno elide l’altro. Un po’ di fiducia nel solo suono, nel corpo delle parole, farebbe bene anche al pubblico. Potrebbe essere invogliato ad immaginare, anziché sorbirsi sciocche camminate. E poi agite in un grande palcoscenico, disadorno, vuoto, con due sedie sparse, le parole sono private di una cassa armonica, di risonanza, arrivano al pubblico slabbrate, stemperate. Insomma, il maestro Patrice Chéreau certe cose dovrebbe saperle. Ci avrebbe risparmiato di doverlo seguire nella sua geometria di movimenti non motivati.
Nuove realtà teatrali
Ex aequo
Rimini Protokoll, Sasha Waltz, la compagnia polacca Wrodawsky Teatr Wspolczesny sono i vincitori del Premio Europa "Nuove Realtà Teatrali"
Tartassati. E delusi. Da questa decima edizione del Premio Europa "Nuove Realtà Teatrali" ci aspettavamo molto di più: tre premi assegnati ex-equo al collettivo tedesco Rimini Protokoll (Helgard Haug, Stefan Kaegi, Daniel Wetzel), che ha presentato Mnemopark di Stefan Kaegi al Teatro Lazaristes Monastery; a Sasha Waltz, presente con Garden of Earthly; alla compagnia polacca Wrodawsky Teatr Wspolczesny, che ha messo in scena Cleansed di Sarah Kane, regia di Krzysztof Warlikowski.
Mnemopark
"Mnemopark" di Stefan Kaegi, Rimini Protokoll.
Invece, nonostante un programma fitto fitto, compresso in pochi giorni, siamo usciti tartassati sia fisicamente sia psicologicamente da rasentare alla fine il rifiuto. E molti colleghi si sono protetti rinunciando a partecipare agli appuntamenti in programma.
Non abbiamo fatto in tempo ad atterrare che già siamo stati catturati, imbarcati nel pullman per essere trasportati e catapultati al teatro Lazaristes Monastery, alla periferia di Salonicco dove ci attendeva lo spettacolo Mnemopark, uno spettacolo che ha consentito a molti di noi di farsi un bel sonnellino per la lunghezza e per tanto poca era la tensione drammatica. Immaginate un palcoscenico grande invaso da tavoli organizzati in modo da formare un percorso circolare su cui sono stati installati binari ferroviari in miniatura per giocare coi trenini, ripresi da microtelecamere mobili mosse dagli stessi attori per poterci mostrare su schermo grande lo scenario, mentre un gruppo di anziani personaggi, uomini e donne, alternandosi, si dilettavano a raccontare loro storie inerenti ai percorsi dei trenini, tra casette, gallerie, alberi, prati con mucche al pascolo, in miniatura s'intende; una serie di racconti personali recuperati dalla memoria sono stati snocciolati per due ore. "Anche questo è teatro", a detta di alcuni. Non sono mancati gli applausi e il pubblico è stato invitato anche a salire sul palco per ammirare il tutto: cavi, apparecchiature sofisticate, plastici di paesaggio eccetera.
Cleansed
"Cleansed" di Sarah Kane, Wroklawski Teatr Wspolczesny.
Ripresi a volo, riportati sul pullman, attraversamento della città caotica di traffico eccoci trasportati al Vasiliko, anche quartiere generale del Premio Europa. Zitti tutti, è di scena la compagnia polacca, che ci propone Cleansed, un'opera di Sarah Kane, giovane drammaturga morta suicida, lasciando alcune opere che sono state rappresentate in molte parti del mondo e con grandi consensi della critica di tendenza.
Dello spettacolo del regista Warlikowski, molto à la page e discusso in Polonia possiamo dire che non ci ha coinvolto più di tanto, anche se ha fatto di tutto per sconvolgerci. In sintesi, l'opera di Sarah Kane è stata un pretesto per fornirci uno spettacolo visivamente ripetitivo, eccessivamente compiaciuto, edonistico, lento, voyeuristico. I nudi, i membri che sballunzano, gli effetti insistiti non convincono più. Sono segni già consumati e digeriti. Anche se il regista ha una buona carica di creatività è troppo teso a dimostrare il suo universo infischiandosene delle percezioni, della recettività del pubblico, dei tempi di fruizione. I temi di Sarah Kane sono troppo importanti e intimi per essere sovrapposti da una scrittura scenica che mette in secondo piano la tessitura drammaturgica del testo per dare il passo a un linguaggio troppo visuale e narcisistico.
Inoltre, la durata dello spettacolo è eccessiva. Sostanziali tagli di azioni ripetitive potevano consegnarci uno spettacolo più appetibile e intrigante. Anche in teatro ci vuole misura. Almeno per non perdere l'attenzione del pubblico.
"Bacchai" (Baccanti) di Euripide, regia di Tatsos Ratzos, 12mo Premio Europa per il Teatro
Ci siamo ripresi dallo sconforto con lo spettacolo Baccanti di Euripide, messa in scena dal Teatro Nazionale della Grecia del Nord, con la regia di Tasos Ratzos; Baccanti è un'opera visitata e rivisitata ad ogni volgere di stagione, ma l'edizione della compagnia greca ci ha preso emotivamente per un’intensa interpretazione dei numerosi attori e per aver sapientemente miscelato canti musica e dialoghi, offrendo uno spettacolo bene articolato, ritmato sia nelle azioni coreografiche che interpretative. Insomma una proposta che affonda nelle radici della cultura e della teatralità greca: essenziali gli elementi scenici in uno spazio libero da scenografie e con costumi che hanno reso bene il mondo rurale di un’epoca vicina a noi in cui il regista innesta la tragedia euripidea.
Mario Mattia Giorgetti
Nuove Realtà Teatrali
Menzione speciale
Belarus Free Theatre di Minsk, menzione speciale per l’impegno civile
"Being Harold Pinter" di Vladimir Sherban, Belarus Free Theatre.
È incredibile come ai giorni nostri chi fa teatro in maniera libera in quella parte dell’Europa dell’Est che si chiama Bielorussia, debba farlo clandestinamente in piccoli appartamenti sempre diversi per motivi di sicurezza per non andare in galera. Stiamo parlando del Belarus Free Theatre di Minsk, fondato nel 2005 dal drammaturgo e giornalista Nikolai Khalezin e dalla produttrice teatrale Natalia Koliada, che a Salonicco, su indicazione di Vaclav Havel, Harold Pinter e Sir Tom Stoppard, ha ricevuto una Menzione speciale nella sezione "Premio Europa Nuove Realtà Teatrali", per la sua resistenza all’oppressione del Governo bielorusso. In più occasioni gli spettacoli del Belarus Free Theatre sono stati rappresentati - quasi sempre con la regia di Vladimir Scherban - nei caffè, in campagna o nei boschi e al momento il gruppo è composto da dieci attori professionisti, un drammaturgo, quattro manager e due tecnici, che hanno perduto il loro lavoro nei teatri di stato della Bielorussia.
A Salonicco sono stati presentati tre loro spettacoli al Teatro della Società degli Studi Macedoni. Il primo, Generation jeans, era un monologo scritto e recitato da solo da Nikolai Khalezin durante il quale affermava come la controcultura consideri i jeans e la musica rock simulacri di ribellione. "Noi vogliamo conoscere tutto di Mick Jagger – gridava – e niente del Partito comunista". Kalezin racconta del suo arresto di alcuni d’anni fa ad opera del KGB e dell’orrore subito nella sua cella, avendo come sottofondo la musica pop mixata da un disc-jockey sempre presente in scena. Il secondo, Being Harold Pinter, (interpretato da Alexei Razmakhov, Pavel Rodak-Gorodnitsky, Yana Rusakevich, Oleg Sidorchik, Anna Solomianskaya, Denis Tarasenko, Marina Yurevich) è un omaggio a Pinter, ruotante attorno al suo celebre discorso quando vinse il Premio Nobel ad un collage di alcune sue opere politiche e una testimonianza diretta dei prigionieri politici bielorussi. Un’immagine degli occhi di Pinter campeggiava in fondo la scena. L’intreccio comprendeva la violenza in famiglia (Ritorno a Casa, Ceneri alle ceneri) quella nelle istituzioni sociali (Il nuovo ordine del mondo, Il bicchiere della staffa) e quell’altra come forma internazionale (Il linguaggio della montagna).
Il terzo spettacolo, Zone of silence, della durata di tre ore e mezza era suddiviso in tre capitoli. Nel primo i protagonisti raccontano storie vere della loro infanzia. Nel secondo s’intervallano interviste fatte ai "diversi", al gay di colore, alla sola innamorata di Lenin, ad un senzatetto con grande passione per la danza… Nel terzo capitolo, forse il più commovente, gli attori cercano di capire gli sterili dati statistici bielorussi, riguardanti i suicidi, i bambini abbandonati negli orfanotrofi, il tasso di disoccupazione, quante persone scompaiono all’anno, quanti individui vivono sotto il livello di povertà…. Grande emozione e tanti i motivi di riflessione.
Gigi Giacobbe
(tutte le foto del servizio sono di Nontas Stylianidis)
|