Le persone che lavorano in teatro hanno il loro carattere e il loro stile. Sono emotivi. Siccome sono molto emotivi si commuovono velocemente, il loro animo velocemente si muove, all’ira per esempio. Nei movimenti rivoluzionari, in tutto il mondo, gli attori sono spesso fra i primi a far sentire la loro voce, a sollevare la loro protesta, e anche nelle fasi successive ai cambiamenti storici gli stessi uomini di teatro sono spesso fra i primi a fare i conti col passato.
Perché questo?
In teatro siamo tutti prigionieri delle forme attraverso le quali viviamo e all’interno delle quali noi siamo obbligati a condurre la nostra quotidiana esistenza, e queste forme, forse più che qualsiasi altra forma nella nostra società, sono segnate da fatti che non sono sotto il nostro controllo per ragioni di sentimento ed economia. Lavoriamo in strutture che distorcono la natura della nostra attività perché sono state costruite molto tempo fa e non sono modificabili da stratagemmi o dall’economia. Noi lavoriamo per un pubblico, che raramente cambia perché le strutture che lo orientano nei confronti del teatro sono chiuse e accolgono cambiamenti con grande difficoltà. Così da qualsiasi punto di vista noi consideriamo i nostri problemi, di un teatro che possa forse corrispondere con i nostri tempi, siamo forzati sempre nella stessa direzione, il nostro ruolo immediato sembra da riesaminare, da riesaminare a fondo, nei fondamenti, in modo distruttivo e speriamo creativo, in ognuna delle forme che ci consentono di vivere.
Da dove possiamo partire?
Forse il punto di partenza dev’essere nell’accogliere la sfida che proviene dall’incontro, perché il mondo teatrale in cui riunirci è in realtà molto piccolo.