Partiamo dall’iniziativa di "Voglia di teatro". Qualche anno fa venne promosso un analogo progetto che si chiamò "Voglia di cinema" e che riscosse un buon successo. Forse grazie al merito della parola "voglia", che evoca un’attrazione, un desiderio ben preciso, un appetito che si trasforma in azioni, che ci prepara a gustare qualcosa. Crede che in Italia ci sia davvero questa attitudine nei confronti del teatro? E di quale genere di teatro?
"Lo credo, ma lo dicono i dati dei 900 mila biglietti in più venduti nell’ultima stagione. Dati confermati da Giorgio Assumma, presidente della Siae, alla scorsa conferenza stampa. Dati che confermano la voglia di teatro, non sappiamo se si tratta di un ripiego, dovuto alla bassissima qualità della televisione nell’ultimo anno e mezzo. Il concetto di voglia ha comunque una doppia lettura: la prima, che ho detto, poi c’è la mia voglia di teatro, che nasce da lontano, da quando mia madre mi portava a teatro perché non sapeva dove lasciarmi, e mi capitavano i Gassman, i grandi autori".
Un club di esercenti
"Poi ho cominciato nel 1965 a fare l’autore per il cabaret, fino alle mie ultime esperienze di coautore e coproduttore, con l’ultimo spettacolo di Christian De Sica, campione di incassi e anche molto apprezzato dalla critica. Questo mi ha fatto tornare la voglia di fare qualcosa: così un giorno parlando con Giovanni Vernazza e con Brunilde a proposito di distribuzione mi venne voglia di incontrare gli esercenti teatrali. Ne arrivarono molti, circa venti, dissi, formiamo un club, senza cariche, senza soldi, senza struttura, vogliamo solo testimoniare una voglia di teatro, una sorta di bollino di Doc, non per gli spettacoli, ma per i teatri, privilegiando quelli privati e che non svolgono attività di produzione. I teatri nella loro interezza devono poter avere questo riconoscimento. La cosa ha ottenuto un tale successo che già se ne riscontrano i risultati".
Il suo progetto ha raccolto un grande interesse da parte degli esercenti. Cosa comporta l’adesione a questo club, come lei lo ha chiamato? L’esercente deve avere una programmazione di un certo tipo? Deve rispondere a determinati criteri di qualità? Lo stare insieme, dunque, è un modo di creare un marchio di qualità o solo un modo per essere più forti sul mercato, nella promozione?
"Nelle intenzioni ogni esercente resterà libero di fare la programmazione che vuole. Negli anni a venire potremmo anche pensare di fare una programmazione collettiva, se ci farà piacere. Per quanto riguarda la promozione invece stiamo cercando delle azioni coordinate. Attualmente i teatri aderenti muovono circa 25 mila spettatori. Per questo stiamo cominciando a fare degli approcci con degli sponsor. Poi credo che arriveremo a fare delle cose insieme".
In sostanza, verrà a crearsi una sorta di circuito autonomo. Potrebbe essere una valida alternativa alla rete di protezione creata dai Teatri Stabili pubblici, che, come sappiamo, hanno in essere un sistema di scambio degli spettacoli non sempre in linea con le intenzioni e con i principi animatori di un teatro pubblico?
"I Teatri Stabili pubblici hanno fatto una loro politica che non sempre mi ha trovato d’accordo. Una politica spesso di chiusura. Proprio recentemente in un incontro con i gestori dei teatri, qualcuno, non ricordo chi, mi ha parlato di persone legate ad uno Stabile e mi ha mostrato preoccupazione, quasi ostilità per l’iniziativa attivata. Mi sono detto, meno male, vuol dire che siamo sulla buona strada. In realtà sbaglia chi pensa nei termini di o sei con me o sei contro di me. Noi non siamo contro nessuno. Siamo solo a favore del teatro. Non mi interessa la competizione. È vero: gli Stabili hanno fatto a volte vere e proprie deportazioni di pubblico e imposizioni di spettacoli che spesso hanno terrorizzato gli spettatori. Di Paolo Grassi ero molto amico, a Strehler mi legava una profonda stima, come a Buazzelli e a molte altre personalità del settore. Non intendo fare di ogni erba un fascio e gli Stabili hanno fatto e fanno tuttora cose notevoli, che non avremmo mai visto senza di loro. Però non posso non sorprendermi di fronte a determinate scelte, di Stabili che non hanno pubblico e che continuano ad esistere, di direttori nominati per motivi difficili da comprendere, penso a quella cara ragazza di Maria Giovanna Elmi, alla testa del Politeama Rossetti di Trieste. Non c’è alcuna polemica, sia chiaro: smettiamola di fare polemiche e cominciamo a lavorare".
Christian De Sica in "Parlami di me", musical di Maurizio Costanzo ed Enrico Vaime, in cartellone anche per la prossima stagione al Sistina di Roma.
Come promuovere il teatro
Un parere come autore, allora. Secondo lei i Teatri Stabili hanno fatto e fanno abbastanza per la drammaturgia italiana?
"Sì. Assolutamente sì. Vede, penso che non si possa e non si debba fare un discorso complessivo sui Teatri Stabili. Sono entità troppo diverse l’una dall’altra. Accomunarle in un unico soggetto è un errore".
Altro problema. In Italia esistono i circuiti teatrali regionali, delle reti pubbliche sovvenzionate dal ministero e dagli enti locali, che circuitano gli spettacoli offrendo minimi garantiti e protezione alle compagnie. Il sistema creato da "Voglia di teatro", che ha dimensione nazionale, aspira a finanziamenti simili o si pone in modo alternativo?
"Non aspiriamo ad alcun tipo di finanziamento pubblico. Noi siamo un club, rivendichiamo il diritto semmai di dire la nostra sui provvedimenti, sulle scelte legislative, esprimeremo il nostro parere di persone che lavorano in questo settore da tanti anni, ma finisce qui. Il presidente della Siae diceva nella nostra conferenza stampa che non si può non incoraggiare chi agevolando e promuovendo il teatro incoraggia il lavoro degli autori. Ma non chiediamo nulla. L’unico nostro obiettivo è portare le persone a teatro".
Vorrei tornare sul tema della promozione. Se il vostro obiettivo è promuovere il teatro in Italia, ciò significa che attualmente giudicate che non si faccia abbastanza in questo senso… Lei trova che la politica del Dipartimento su questo tema sia sufficiente, ossia che induca o obblighi gli organismi teatrali a fare adeguata promozione al teatro, o c’è uno sbilanciamento sul lato della produzione che assorbe gran parte delle risorse, destinando alla promozione quote non significative e non rilevanti del bilancio?
"Non credo che si faccia abbastanza. Tempo fa avevo lanciato un’idea, fare per il teatro i trailer come si fa per il cinema. Allora Rai e Mediaset si dimostrarono disponibili, i produttori ci stopparono chiedendo chi avrebbe pagato le troupe".
Un dato che stupisce abbastanza è che secondo le recenti statistiche il teatro ha più spettatori delle partite di calcio, eppure fatica a trovare gli stessi sponsor. Secondo lei è possibile trovare delle strategie efficaci per invogliare gli investitori ad orientarsi verso questo settore? Penso alla defiscalizzazione delle sponsorizzazioni, piuttosto che ad una maggiore sinergia tra teatro e televisioni, in termini di spot, di promozione e via dicendo…
"Non voglio percorrere una strada politica. Io penso che tutti i teatri debbano lavorare insieme, solo così potranno coinvolgere sponsor facendoli rendere conto di quanti spettatori si muovono intorno a loro, lavorare sulle televisioni, sulle radio e sui giornali locali, perché questa è un’altra fonte di grandissimo ritorno. Le radio hanno una penetrazione enorme… se poi riusciremo ad avere anche spazi sulla televisione nazionale, meglio ancora".
Più lettori
Parliamo dell’editoria. Come vede, lo spazio che l’editoria nazionale dedica agli autori teatrali è limitato: i quotidiani dedicano scarsa attenzione alla letteratura teatrale. Non pensa che per sviluppare questa "voglia di teatro" occorra un antipasto fatto di letture, che creino un’abitudine ad interessarsi di teatro?
"Assolutamente sì. Sto cercando da tempo un editore che abbia voglia di ripubblicare tutta la gloriosa collana di teatro che Grassi aveva diretto per Einaudi. Ho detto a tutti gli amici esercenti che mi piacerebbe che nel foyer ci fosse sempre uno spazio con testi di teatro. Comunicheremo anche agli editori che abbiamo venti esercenti di teatro disponibili ad offrire questo spazio".
È un progetto che anche l’Eti ha detto di voler sostenere.
"Infatti".
L’ultima domanda riguarda la sua esperienza di direttore di teatro. Lei ha diretto per diversi anni il Teatro Ciak a Milano. Adesso questo teatro chiude. Pensa che sia una vittima della speculazione edilizia o del fisiologico calo di pubblico per un teatro molto legato ad un genere?
"Sono molti anni che non mi occupo del Ciak per non riaprire una ferita. Ho investito molti soldi anche personali in quel teatro. Poi la vita mi ha portato altrove, alla direzione di Canale Cinque, a Roma, ma al Ciak ho lasciato una parte di vita e di cuore. Adesso non so per quale motivo abbia chiuso…"
Pare che il sito interessi ad una immobiliare. Verranno realizzati degli appartamenti.
"Queste cose non andrebbero tollerate".
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