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i fatti : indice

Maurice Béjartmaurice

Per me è morto il Dio della Danza.
Che viva eternamente il Dio della Danza.

Carla Fracci


Quando ho conosciuto Maurice?
Diciamo in un’altra era. È passato tanto tempo.

Diciamo insieme quanti anni? Mezzo secolo fa, anzi per l’esattezza cinquantadue anni fa, avevo diciannove anni. Era un’era magica e a quell’età tutto sembrava facile, meraviglioso, come si appartenesse a una fiaba miracolata. Lui a quell’epoca aveva ventotto anni.

Non ci siamo mai persi di vista anche se le strade ci hanno condotti per anni, anni e anni per sentieri diversi verso territori meravigliosamente diversi, ma credo che la tensione tendesse Maurice Béjartsempre verso un traguardo unico: tagliare il filo di lana del traguardo del lavoro ben fatto, con un ideale politico preciso, a sinistra. Poi, molto più tardi arrivò una telefonata. Erano le 20 e 30 e si stava per iniziare a cenare… “Mamma, c’è un signore che ti vuole, parla straniero”, mio figlio Francesco aveva otto anni. “Carla, sono Maurice, vorrei che tu fossi con noi all’Arena di Verona per danzare Bolero con noi, vorrei fossi tu…”. Un colpo al cuore. Un colpo al cuore… poi arrivò quella sera, era agosto, 15.000 persone nella cavea. Io su quel tavolo rosso, spazio unico ambito da tutti nel mondo della danza, uomini e donne. Ricordo tante cose di quella sera, ma soprattutto un grande uragano senza una stilla d’acqua che si svolgeva nel cielo alle mie spalle, su alto oltre gli spalti, tuoni e saette, ma non un goccio d’acqua. Un’esperienza unica. Forse lui Béjart era stato più forte in quel momento di Giove Pluvio e gli aveva vinto, con un braccio di ferro, con una mente di ferro che solo Maurice aveva, tutta l’acqua disponibile. Certo che grazie a lui la mia vita prese anche quella sera una via ancora diversa… Poi tante altre cose sono successe, Venezia, Parigi, Mosca, il suo debutto a New York, via via tante altre meravigliose occasioni.

A Maurice spetta veramente un grande encomio che è stato riservato ai grandissimi: Béjart Dieu de la danse… come si diceva nel Settecento…

L’ho molto amato. Gli ho voluto e gli voglio tanto bene. Gli sarò grata per sempre per avermi dato infine l’occasione di entrare in contatto autentico con quello che è il testo emblema di tutto il teatro del Novecento. Ho realizzato con lui danzando e con poche parole di Samuel Beckett il suo capolavoro “L’heure exquise”. Lui amava tanto Samuel Beckett…“Giorni felici” era un suo Vangelo. Da lui e Beckett nacque per me uno spettacolo-testamento dove si trova tanto aiuto per sopravvivere, e soprattutto l’incitamento al lavoro e la proposta di continuare per sempre sulla Strada giusta.

Per me è morto il Dio della Danza.

Che viva eternamente il Dio della Danza.

Carla Fracci


 
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