Il dolore che ha attraversato il mondo all'annuncio della scomparsa di Maurice Béjart oggi ha preso la forma di un senso di vuoto, di troppo acuta nostalgia.Abbiamo pianto l'amico, il coreografo geniale, l'uomo di cultura, il filosofo, il creatore di opere immortali: ma adesso, a distanza di tempo, sentiamo ancor più profondamente il peso di una perdita incolmabile. Si è spenta un'altra grande luce del Novecento, e noi ci sentiamo nuovamente orfani. Non sono parole esagerate: con Béjart si spegne il Balletto , l'arte che ci ha accompagnati per decenni. Ciò che vedremo nel futuro è altro, e forse è giusto che sia così. Ma, in attesa di un nuovo, vero linguaggio, siamo più poveri e meno coraggiosi. E' finita una stagione, tutto cambia e dovranno anche mutare opinioni e metri di giudizio.
Intanto sta per accadere alla compagnia del Maestro, il Béjart Ballet Lausanne (erede dell'ineguagliato Ballet du XX Siècle di Bruxelles ), ciò che accade a tutti i complessi d'autore, quando questi scompare. Abbiamo visto la sorte del New York City Ballet dopo Balanchine, quella del gruppo di Martha Graham, e di tanti altri che firmavano tutto - o quasi - il repertorio; abbiamo assistito al declino del Ballet de Marseille quando Roland Petit si è trasferito in Svizzera, si sono appannate tante memorie, da Antonio Gades a Alvin Ailey, e ci siamo accorti dell'importanza di Rudolf Nureyev al momento in cui non era più in grado di rileggere i classici. Béjart era un punto di riferimento decisivo, con le sue continue novità, con lo charme delle sue invenzioni: morto mentre lavorava al "Giro del mondo in 80 minuti" e dunque viaggiava insieme con i suoi sogni in compagnia di Jules Verne, il coreografo francese non ci darà più appuntamenti , non ci renderà più curiosi di sapere le sue novità, non ci porterà a discutere sulle grandezze della storia. Rivedremo i suoi balletti, certo, augurandoci che il suo successore, Gil Roman, sia in grado di non disperdere un patrimonio così ricco e prezioso.
Gli ultimi anni di Maurice Béjart sono stati 'anni di resistenza' , tenaci recuperi di intelligenza a fronte di un mondo sempre più gretto e distante dagli ideali che innalzano la coscienza dell' uomo. La prima frattura era iniziata all'inizio degli anni 80 , quando il Ballet du XX Siècle fu cacciato da Bruxelles per far posto a gruppi più moderni e forse meno costosi. Ma dopo Béjart nessuno è più andato a Bruxelles, il Teatro de la Monnaie è tornato anonimo, e la capitale del Belgio si è ritrovata 'provinciale' e senza qualità. La responsabilità ricade su una persona, Gérard Mortier, interprete di infecondi cambiamenti in ogni luogo dove ha esercitato la sua autorità. Allora - anno 1987 - il maggior coreografo europeo fu costretto a cercare casa, e la città di Losanna gli offrì sostegno e fiducia, battendo rivali agguerriti anche italiani, da Milano a Bari. La compagnia però fu ridimensionata, pur restando di altissima qualità; al tempo stesso gli artisti maggiori dell'epoca Bruxelle ebbero eredi di minor prestigio, e finì il tempo degli spettacoli kolossal, e cominciò il percorso delle memorie e delle nostalgie. La prematura scomparsa di un danzatore-simbolo come Jorge Donn segnò dolorosamente il cuore del Maestro, così come l'assassinio a Miami di Gianni Versace, lo stilista che per e con Béjart si mutò in un formidabile inventore di costumi.
Malgrado tutto il Ballet Lausanne restò ai vertici del mondo dello spettacolo, ogni anno nasceva un titolo importante, e se non c'erano più le battaglie per la libertà e l'onore democratico, restavano intatte le volontà di salvare il meglio della nostra cultura attraverso l'orgoglio della bellezza. Rientrando nel suo passato e riscoprendo le sue origini famigliari, Béjart ritrovava lo spirito della Francia, il paese da dove era partito per non diventare un funzionario dell'arte e che comunque aveva un gran posto nel suo animo cosmopolita. L'uomo dionisiaco che amava Nietzsche e Goethe, Mahler e Mozart, ritrovana dolcezze apollinee ricordando il cinema dei fratelli Lumière, rionorando il padre e la madre, commuovendosi nelle canzoni di Barbara e di Jacques Brel (che pure era belga come Georges Simenon), ritrovando i fumetti dell'infanzia, e quindi salendo su un aereo con Verne. "Je me souviens", amava dire, e in questa frase entrava misteriosamento lo spirito di un amico virtuale e amatissimo come Federico Fellini. "Amarcord", diceva il regista romagnolo, e Béjart ascoltava le sue favole, gli dedicava spettacoli, immagini, fantasie, e il compositore Nino Rota aveva fatto da tramite ideale fra i due grandi che si incontrarono forse una sola volta. Ma che importa vedersi, se qualcosa unisce nel volo del pensiero e nella ricerca del meraviglioso?
Il 'favolone' - parola cara a Fellini - inghiottì Béjart e lo sistemò in una astronave magica, con la quale poteva volare a Versailles per far rivivere l'enfant-roi, in Giappone per affidare i suoi titoli al Tokyo Ballet di Tadatsugu Sasaki, in Italia per essere partecipe dell'arte universale... E in Italia fu tradito anche da Milano, e dalla Scala, il teatro che aveva ospitato tanti suoi capolavori e che pareva non aver più voglia di impegnarsi e di investire denaro per una creazione. Apriamo pagine tristi, per ricordare l'ultima apparizione di Béjart nel teatro simbolo della lirica, nel luglio 2007, per commemorare i dieci anni dalla morte di Versace con uno spettacolo-gala che non ha fatto storia. Il coreografo era molto ammalato, si muoveva con fatica e sovente in carrozzella, il cuore era ormai impazzito, la voce appannata. Fu molto triste vederlo, in quella sua tournèe estrema nel nostro paese, e ricordarlo nello splendore dei giorni di gloria, instancabile demiurgo, seducente e trascinante, re della danza che è giovinezza, profeta del 900, secolo del balletto.
Lo incontrai per la prima volta, a Milano, all'inizio degli anni 70, con Paolo Grassi, creatore del Piccolo Teatro e poi Sovrintendente alla Scala, anima dunque delle maggiori istituzioni milanesi: parlammo di tutto, di poesia e di teatro classico, della lotta inesauribile contro la Morte e i Poteri dittatoriali, e un po' di balletto e di progetti clamorosi, quelli che sarebbero stati un invito alle moltitudini. Quell'incontro mi portò ad amare il balletto e a seguirne i passi da critico, perché tutto era nuovo e da scoprire, e perché finalmente tornavano a vincere le passioni e il coraggio. Egli aveva uno sguardo di fuoco, guardava diritto il volto dei suoi interlocutori.
L'ultima frase che ho ascoltato, da lui, nell'anno del suo lento andarsene, così recitava : "Di me, oggi, restano solo gli occhi". Il resto non conta più, ma noi ripetiamo il motto che giustifica mezzo secolo di lavoro, 'Je me souviens', 'Amarcord', tradotto in 'Buon viaggio' , caro vecchio amico che sei come la Fenice, qualsiasi cosa possano fare o dire i tuoi successori.
MARIO PASI. |