Le streghe
di Federica Vicino
PERSONAGGI:
Joyce
1, ovvero Giovanni Altamura, un operaio che ama
la letteratura
Joyce
2, il suo corpo quasi senza vita
Rosetta,
moglie di Joyce
Il
caporeparto
operai
SCENA
I.
Scena in ombra. CՏ
qualcuno disteso a terra, braccia in croce, e qualcun altro che gli siede un
po discosto, volgendogli le spalle.
UOMO
A TERRA. Mamma mamma
Angela!
Angela, piccola mia
(soffertissimo) Rosettaaa
Dio
mio, ma cosa sta succedendo? CosՏ successo? (geme e si tocca la testa da un
lato) Cosa (guardandosi la mano) Questo cosՏ? Sangue? Il mio sangue?
(sollevando
anche laltra mano) CosՏ tutto
questo sangue? Di chi tutto questo sangue?
Rosetta!
Rosetta, perch non mi rispondi? Rosetta dove sei?
La
voce delluomo a terra va a scemare; le si sovrappone quella delluomo seduto.
Parla al telefono con un cellulare.
UOMO
SEDUTO. Rosetta! Rosetta, mi senti? (prendendosela col telefono) Ma comՏ che questi aggeggi, quando serve, non
funzionano mai?! Rosetta! E successo qualcosa, non so cosa, qui in fabbrica!
Non so bene cosa, cՏ molta confusione, Rosetta, tanta tanta confusione, ma io
sto bene, capito? Non ti preoccupare che io sto bene, capito? Rosetta! Oh,
insomma (scuotendo il telefono):
mi senti adesso? Volevo solo dirti: valla a prendere tu la bambina a scuola,
che io sto bene, ma mi vogliono lo stesso visitare, dei dottori, qua, che
dicono che ho un piccolo trauma cranico, ma piccolo! Non ti spaventare, che io
lo so come sei! Non ti spaventare, che non niente! Non mi fa nemmeno male! I
dottori, per lo sai come sono fatti quelli, no? Dicono, per precauzione, che
con la testa non si scherza sta roba che ben sappiamo. Allora daccordo che
vai tu a prendere Angelina a scuola, va bene? Pronto? Rosetta? Ci sei? Ci sei
ancora? Cerca di dirmi almeno questo! Se hai capito questultima cosa, questa
della bambina, che la pi importante. Facciamo cos, io adesso chiudo e tu mi
richiami. Anche se non cՏ campo. Mi richiami e io capisco che tu hai capito.
Eh? (prova a sorridere) Che ci tocca fare, eh, Rosetta mia? In pieno duemila! I
segnali di fumo col cellulare. Ma che confusione, qui! Ci sentiamo, allora,
Rosetta. Richiamami, capito? Richiamami! Io aspetto la tua chiamata.
Mentre
luomo seduto parlava, dallombra sono emerse delle ombre tutte nere: anonime.
Le ombre avanzano, mentre luomo a terra continua a lamentarsi, ma in maniera
sempre pi flebile.
Nello
scorgerle, luomo seduto d un grido di terrore.
UOMO
SEDUTO. Chi siete chi siete
Le ombre lo accerchiano, e
lui, nel tentativo di fuggire, incespica nelluomo disteso a terra, lo
travolge, se lo ritrova addosso, faccia a faccia
UOMO
DISTESO. (con un filo di voce)
RosettaRosetta
Luomo seduto riconosce se
stesso. Terrorizzato, lancia un altro grido, e cerca di allontanare da s il
suo cadavere, ma come se gli fosse rimasto attaccato addosso.
UOMO
SEDUTO (il 1 JOYCE). E questo, adesso chi ? CosՏ? Io? Coshai qui, alla
tempia? (gli sfiora la testa)
Sangue
UOMO
DISTESO (il 2 Joyce). Sangue il
mio sangue
Tremando, il 1 Joyce si
porta la mano alla tempia, e scopre la sua ferita aperta e sanguinante.
1
JOYCE. Il tuo il mio Joyce. Tu sei Joyce.
2
JOYCE. Io sono Joyce.
1
JOYCE. Io sono Joyce. Eh, s, Joyce. Mi chiamano cos, in fabbrica, perch
leggo i libri, per quella storia di Ulisse
2
JOYCE. (completando la frase dellaltro) che se non ha viaggiato, dovr viaggiare.
1
JOYCE. Viaggiare.
Una
pausa carica di tensione.
1
JOYCE. Rosettaaaa! Ma cosՏ
successo? Rosetta, dove sei? Rispondimi! Perch non riuscivi a sentirmi, poco
fa? (alle ombre) Chi siete? Andate
via! Via! Il cellulare, maledizione, ho perso il cellulare! Il mio cellulare!
Rosetta! Rosettaaa!
2
JOYCE. (in un rantolo) Rosetta Rosetta
1
JOYCE. (riesce finalmente a divincolarsi dal suo cadavere e si rivolge
definitivamente alle ombre) Cosa
successo? Cosa mi successo? CosՏ questo, un incubo? E voi chi siete? Perch
siete qui? Che posto questo? Dove sono finito?
Perch
mi sento cos perch mi duole la testa, qui? (fa per toccarsi la tempia, ma
si rammenta del sangue e ritrae la mano di scatto) Proprio qui, come se
(volgendo
gli occhi allaltro, che giace a terra riverso) Come se
CosՏ
insomma, un incubo? E che incubo. Joyce, che incubo. (ancora contro le ombre) Cosa state l a guardare? Cosa avete da guardare?
Credete di terrorizzarmi? Questo, credete? Beh, vi sbagliate. Cazzo, se vi
sbagliate. (prova ad alzarsi)
Ecco, io adessomi alzo e me ne vado via. Incubo o non incubo, ci sar una via
duscita.
Con
un enorme sforzo riesce a mettersi in piedi, ma molto instabile sulle gambe.
1
JOYCE. (un istante di scoramento)
Non mi sento quasi pi le braccia queste: sono le mie braccia, queste? Non le
sento quasi pi. E come se non ci fossero. Come se appartenessero a un altro.
E la testa cosՏ successo alla mia testa? Non ricordo niente, solo un lampo,
una luce bianca ma violenta! Violentissima. (prova a fare un gesto che
indichi la violenza della luce, ma non ci riesce) Coshanno le mie braccia? Cos pesanti. Mai sentite
cos pesanti, le mie braccia. Quasi non le trovo pi. Rosettaaa! Come far a
rispondere a Rosetta, quando mi richiamer! Perch adesso mi richiamer,
ritrover il cellulare! (alle ombre)
Chi ce lha di voi? Chi me lha preso?
Prova
ad avventarsi contro una delle ombre, ma le forze gli vengono meno e cade a
terra rovinosamente. Le ombre intervengono e lo sollevano.
Dal
fondo della scena arriva unaltra ombra, che porta con s una sedia strana,
anchessa tutta nera. Lombra pone la sedia al centro della scena.
1
JOYCE. (tono febbrile) E un
incubo. Un incubo. Non questa la realt. Non pu essere questa la realt!
Ad un cenno della
capo-ombra, le altre ombre (con leccezione di una che continuer a sorreggere
il 1 Joyce) afferreranno il secondo Joyce, lo sistemeranno sulla sedia ed
inizieranno a legarlo con dei cordini rosso intenso, di modo che, alla fine,
non riuscir a fare pi nemmeno un movimento. La scena impressiona molto il 1
Joyce.
1
JOYCE. Ma cosa
Rosetta!
Rosettaaa! Perch non mi richiami? Svegliami da questincubo, ti prego! Fa
squillare quel cellulare: svegliami! Rosetta, amore mionon cՏ da aver paura.
E come quella volta -ti ricordi?- quella volta che non riuscivo a riprender
sonno quellincubo terribile. Era stato terribile, Rosetta mia. Non ti dissi
mai cosa avevo sognato, e tu ti infuriasti! Come ti infuriasti! (alla
capo-ombra) Perch di questo che si
tratta, no? Di un incubo.
Ne
faccio talvolta ne faccio di sogni cos. Quando sono molto stanco – e
quasi mai di notte. Mi capita di pomeriggio, se mi metto sul divano e nella
stanza penetra un po di luce. Mi addormento, ma per qualche oscura ragione i
miei occhi continuano a vedere. (ride, ma un riso quasi isterico) Adesso che
ci ripenso mia nonna. Buonanima. Diceva che sono le streghe a farti certi
scherzetti. Una, una strega in particolare, ti paralizza gli arti, ma non la
vista. Dalle mie parti la chiamano Pantfrica. Ti afferra alla gola... il
respiro – il respiro si fa pesantissimo. Le braccia sono come morte,
paralizzate. Le gambe non le senti pi. Ma gli occhi continuano a funzionare.
Continuano a registrare immagini su immagini, e tu ti domandi: come pu essere
questa la realt? Pu essere questa la realt?
La capo-ombra, come
infastidita dalle ultime parole del primo Joyce, gli si fa innanzi.
OMBRA.
Realt.
1
Joyce sobbalza nel sentire la sua voce.
1
JOYCE. Chi sei tu?
OMBRA.
Chi sei tu?
1
JOYCE. Che vuol dire?
OMBRA.
Io potrei essere chiunque: anche la tua Rosetta, se vuoi.
1
JOYCE. (incalzante) Che vuol
dire?!
OMBRA.
Giovanni Altamura, o – se preferisci: Joyce, cos che ti chiamano, no?
Joyce(con enfasi) Tu sei morto.
Un silenzio.
1
JOYCE. (con un filo di voce) No
OMBRA.
Sei morto.
1
JOYCE. No.
OMBRA.
Stamane, poco dopo le nove.
1
JOYCE. Non vero.
OMBRA.
La tua una di quelle che gli uomini chiamano morte bianca.
1
JOYCE. Non possibile.
OMBRA.
Sei morto in fabbrica, stamattina, poco dopo le nove.
1
JOYCE. Non ero di turno, stamattina.
OMBRA.
Hai sbagliato a manovrare un macchinario.
1
JOYCE. No.
OMBRA.
Ti sei distratto ed un pistone ti ha colpito.
1
JOYCE. (protesta, quasi con disperazione) Non ero di turno, io, stamattina!
OMBRA.
Ed ora si scoprir tutto, perch non era la tua macchina, quella, Joyce.
1
JOYCE. Non vero.
OMBRA.
E quello non era il tuo turno.
1
JOYCE. Non vero
OMBRA.
Doveva essere un favore a un amico, diventata una tragedia.
1
JOYCE. (urla) Basta!
Basta!
Non voglio sentire pi niente. Non vero niente. Non credo ad una sola delle
tue parole, maledetta maledetta! Non sono morto. Questo un incubo – il
solito. Sono sul divano di casa mia. Tra poco verr Rosetta a svegliarmi,
perch sono le tre del pomeriggio, e io faccio il turno di notte. Questa
settimana faccio il turno di notte! Di mattina dormo. Provo a riposarmi un po
e faccio dei sogni terribili, incubi che non si possono nemmeno raccontare,
come questo.
OMBRA.
(tono reciso) Sei morto, Giovanni
Altamura. Vuoi che te lo dimostri? (si accosta al 2 Joyce legato alla sedia
nera) Non costringermi a
dimostrartelo.
1
JOYCE. (spaventato) Aspetta!
Aspetta!
La
capo-ombra afferra il cordino rosso stretto attorno al polso del secondo Joyce:
con un gesto netto lo slaccia. La mano ha un sussulto privo di vita.
1
JOYCE. Aspetta! (La capo-ombra esita)
La
fabbrica il sogno della fabbrica! Anche quello sembrava proprio come questo.
Tutto reale. Ed io ero terrorizzato; mi dibattevo, sul divano, sudavo,
rantolavo. Poi arrivata Rosetta. Rosetta mi ha svegliato ed finito tutto.
Era un sogno: uno stupidissimo sogno. Ero in fabbrica, puntuale. Come non mi
succede mai non riesco a svegliarmi, quando ho il turno di mattina; ma quella
volta ero puntuale. Preciso. Entro in fabbrica e mi accorgo che tutti mi
guardano. Mi osservano, come se fossi unanimale raro: io. Cazzo, dico io, mi
conoscete! Sono io, Joyce! Mi chiamate cos da una vita, perch mi presento al
lavoro coi libri! E una vita che ci conosciamo, ragazzi! Poi abbasso lo
sguardo – e che scopro? Che sotto sono nudo. Nudo, capisci? Ho scordato i
pantaloni e perfino le mutande! Sotto sono tutto nudo. (ridacchia, ma il
riso si trasforma in pianto) Nudo,
dio mio, nudo (alla capo-ombra, implorando) So cosa stai per fare, maanche quella volta non mi
sentivo pi le braccia e le gambe, eppure mi sono svegliato!
Rompendo ogni esitazione
la capo-ombra scioglie il cordino che regge lavambraccio del secondo Joyce:
larto si affloscia, privo di vita. Il primo Joyce geme.
1
JOYCE. Perch gli fai questo?
OMBRA.
Sei tu che gli stai facendo questo, Joyce.
Con un cenno la capo-ombra
ordina allombra che sorregge il primo Joyce di lasciarlo andare. Privato del
sostegno, questi cade rovinosamente al suolo.
OMBRA.
Rassegnati.
1
JOYCE. (un filo di voce, ma agguerrita) Mai
La
capo-ombra, allora, afferra e slaccia il cordino che il secondo Joyce ha
attorno al collo, poi passa a quello che trattiene la fronte.
1
JOYCE. Viaggiare, si deve. Prendere il largo, senza una meta. Con poco bagaglio
e pochissime idee. Senza sapere leggere n scrivere. Analfabeti. Digiuni del
mondo. E nel primo porto non bisogna lasciare traccia del proprio passaggio.
Non bisogna farsi abbindolare. Se
si preda dellamore, bisogna lasciarsi alle spalle anche la seconda e la
terza meta. Bisogna vagabondare da clandestini. Farsi dare i calci nel culo,
farsi dire bastardo in una lingua che non si capisce. E dire le cose come
meglio si pu in una lingua che ti hanno insegnato. Bisogna sfruttare tutto
quel che venuto dopo; bisogna svelare non quel che sei, ma quel che hanno
fatto di te. Combattere con la corazza che ti hanno messo addosso, non a mani
nude, mai a mani nude (la capo-ombra slaccia il cordino che sorregge la
fronte del 1 Joyce) Nooo!!!
La testa del primo Joyce
si reclina pesantemente in avanti, e sotto il peso del corpo senza vita, tutta
la sedia si ribalta in avanti.
2
JOYCE. Noooo!
Buio.
SCENA
II.
Un
tavolo con delle sedie; un attaccapanni con su appesi una tuta da lavoro, un
berretto, un gremgiule da cucina, una sciarpa e un cappellino colorati.
La
prima a fare il suo ingresso in scena la capo-ombra: si scioglie i capelli;
dallattacca panni prende il grembiule da cucina e lo indossa. Subito dopo fa
il suo ingresso in scena Joyce ( il secondo Joyce): ha in dosso solo i
pantaloni ed appare un po turbato e confuso, come se si fosse appena
svegliato.
JOYCE.
CՏ un po di caff?
Rosetta
non gli risponde; gli tiene il broncio.
JOYCE.
E fatto il caff?
Si
incrociano a centro scena: lei gli lancia unocchiataccia, ma nulla di pi.
JOYCE.
Oh, andiamo, Rosetta! Non te la puoi prendere per questo!
Rosetta esce di scena;
Joyce inizia a vestirsi, indossando la tuta da lavoro, e intanto continua a
parlarle, gridandole dietro.
JOYCE.
Era solo un sogno, va bene? Un sognaccio nemmeno mi ricordo bene cosa vuoi
che ti dica?
Rosetta rientra in scena
con in mano una caffettiera e una tazza. Le pone sul tavolo.
JOYCE.
Oh, grazie. Ne avevo proprio bisogno. (si siede a tavola e versa il caff) Lo zucchero, Rose (ma non finisce a pronunciare
la frase, che gi la moglie uscita e rientrata, portandogli la zuccheriera).
Joyce sorride a Rosetta.
JOYCE.
E la bambina sՏ svegliata?
Nessuna
risposta.
JOYCE.
Allora, sՏ svegliata?
Rosetta continua a
ignorarlo.
JOYCE.
(un po spazientito) Allora, sՏ
svegliata o no?! Ma insomma, vuoi rispondermi? Che cosa cՏ? Perch ce lhai
con me?
ROSETTA.
E la coscienza. La coscienza sporca.
JOYCE.
Che cosa? La coscienza - cosa?
ROSETTA.
Gli incubi che fai. Sono la coscienza sporca.
Joyce ride di gusto.
JOYCE.
Oh, Santo Dio! E per questo che mi tieni il muso? Perch ho fatto un sogno
brutto?
ROSETTA.
No: non ne hai fatto uno. Con questo sono almeno tre. Tre, Giovanni, tre!
JOYCE.
Va bene, sono tre: e allora?
ROSETTA.
No, non mi trattare come una scema. Perch io non sono scema, capito?
JOYCE.
Daccordo, scusami.
ROSETTA.
Se fai sogni cos brutti vuol dire che cՏ qualcosa che non va. Non lo dico io,
lo dicono tutti!
JOYCE.
(con sufficienza) S, certo. Sai
cosa dicevano al paese? Che quei sogni l sono la maledizione di una strega.
Mia nonna la chiamava la Pantfrica: per tenerla lontana da casa incrociava due
scope dietro la porta dingresso e disseminava di teste daglio le stanze! Vuoi
fare lo stesso anche tu, nel 2000?
ROSETTA.
Va al diavolo. (esce di nuovo)
JOYCE.
Andiamo, Rosetta! Santo Cielo (torna a bere il caff) ci mancavano solo le streghe.
ROSETTA.
(rientrando con un catino di panni da stendere) Allora perch non vuoi dirmi che cosa hai sognato!
JOYCE.
(leggermente in difficolt) Ma
che che diamine di differenza fa?
Un sogno un sogno, punto e basta!
ROSETTA.
Ti lamentavi nel sonno, piangevimi facevi paura.
JOYCE.
(seccamente) Non me lo ricordo, va
bene? Non me lo ricordo cosa ho sognato! Fine della storia. Adesso va a
svegliare Angela, che tardi.
Rosetta ancora immobile
a centro scena.
JOYCE.
Vado io a riprenderla, oggi, a scuola. Tu non ti preoccupare. Ma a portarcela,
adesso, vacci tu.
ROSETTA.
Tu dove vai? Perch ti sei messo la tuta?
JOYCE.
E dove vuoi che vada?
ROSETTA.
Non hai il turno di notte, questa settimana?
JOYCE.
Sostituisco Armando.
ROSETTA.
Avete scambiato il turno?
JOYCE.
No.
ROSETTA.
Vai al lavoro al posto suo?
Joyce
annuisce, evasivo.
ROSETTA.
E poi?
JOYCE.
(spazientito) E poi non lo so!
Faccio un favore ad un amico. Ricambier!
ROSETTA.
Armando non sta nel tuo reparto. Se ne accorgeranno.
JOYCE.
(brusco) Siamo daccordo col
capo-reparto. Contenta adesso!? (un silenzio; Joyce prova a essere un po
pi cortese) Senti, tesoro, non cՏ
niente di strano, va bene? Niente di anomalo. Timbro il suo cartellino, e
basta. Faccio qualche ora al posto suo, poi lui arriva e io torno a casa. (la
bacia sulle labbra) Vado io a
prendere la bambina a scuola. Daccordo?
Rosetta
non risponde. Joyce si avvicina allattaccapanni, prende il berretto e, senza
volerlo (e senza accorgersene), fa cadere a terra il cappellino e la sciarpa
della bambina. Esce di scena in fretta. Rosetta, senza mollare il catino con il
bucato, va a raccogliere il cappellino e la sciarpa e li rimette al loro posto.
ROSETTA.
(un sospiro) Oggi domenica.
Buio.