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registi
juri ljubimov : regista
Un ritmo incredibile, spesso frenetico, contraddistingue
la lunga carriera di Jurij Petrovic Ljubimov e ne rende quasi
impossibile una sintesi. È probabilmente il massimo
regista teatrale russo contemporaneo, unanimemente ritenuto
l’erede diretto dei grandi che segnarono il panorama
russo degli inizi del secolo. Segnatamente di Mejerchol’d,
maestro e modello – come lui - non solo di un modo di
far spettacolo, ma soprattutto di un modo di intendere e concepire
l’arte. Ljubimov ha trasferito nel teatro un ideale di
umanismo e libertà che troppo spesso si è voluto
far tacere; come Mejerchol’d, Ljubimov ha resistito per
anni a censure e vessazioni di ogni tipo, vere torture psicologiche,
culminate poi nell’esilio suo e di tutta la sua famiglia
(la moglie Katya e il figlio Peter, appena nato, che lo hanno
accompagnato negli anni terribili delle sue peregrinazioni
fuori patria). In quegli anni, è un piacere ricordarlo,
l’Italia fu la prima nazione ad offrire a Ljubimov ospitalità ed
asilo. Da ormai quattro anni Jurij Petrovic trascorre le sue
vacanze a Santo Stefano e qui, in un clima che ritiene ideale
per la salute e la concentrazione, sono nati i suoi ultimi,
clamorosi successi: da Il secolo d’argento a Fermate
il progresso, al recentissimo (2005) Souf(f)le.
Attore cinematografico notissimo e molto amato
dal pubblico, premio Stalin nel 1951, nel 1959 Jurij Petrovic
diventa insegnante del prestigioso Istituto Vachtangov, dove,
nel 1963, realizza con un gruppo di allievi un storica messinscena
di L’anima buona del Se-zuan, di Brecht, che lo porta
al trionfo. Dotato quant’altri mai di un senso incredibilmente
denso del ritmo, di un’istintiva capacità di frazionare
e collazionare i testi per procedere poi ad un montaggio vertiginoso
dei quadri, riesce rapidamente ad imporre il suo stile provocatorio
e dissacrante in un universo segnato dalla stanca ripetizione
degli spettacoli classici. Nelle sue mani, il teatro si trasforma
in un’arma pericolosa, sempre tesa a colpire e a mettere
in discussione la realtà del tempo. Divenuto regista
stabile e direttore del “Teatr na Taganke”, avvia
la collaborazione con Vladimir Vysockij, attore altrettanto
istintivo e geniale, pronto a trasformare in tessuto di nervi
e rabbia le immagini di spettacolo concepite insieme, con piani
meticolosi, sempre più precisi, sempre più intensi.
Si susseguono i successi, dall’Amleto a Pugacëv,
a I dieci giorni che sconvolsero il mondo, a Ascoltate!
Majakovskij,
a Vita di Galileo, a Il giardino
dei ciliegi…
Intanto Ljubimov trasforma in modo sempre
più radicale la sua visione della regia. Innovazione
e sperimentazione di soluzioni sceniche sempre più incredibili
(realizzate in collaborazione con lo scenografo D. Borovskij),
contaminazioni progressive dei testi, montaggi azzardati con
fili scopertissimi che legano i testi alla realtà sovietica
di quegli anni. Nascono le eccezionali riduzioni da romanzi, Delitto e castigo, Il maestro
e Margherita, Živago (dottor).
Fucina di talenti, la Taganka inizia a far scuola. Lo “stile” interpretativo
di Ljubimov è tutt’ora perfettamente riconoscibile
nella Demidova, in Šerbakov, nell’infinita serie
di giovani che corrono al Taganka da ogni parte dell’URSS
per lavorare col “Maestro”. Per i gerarchi l’esistenza
stessa di Ljubimov diventa un incubo. Non basta censurarne
gli spettacoli e bloccarne l’esecuzione (Caligola,
Marat-Sade, Il Suicida…): Ljubimov è un “corpo estraneo” (è l’atto
di accusa concepito contro Mejerchol’d) da espellere
al più presto, allontanandone il contagio dall’URSS.
Il suo successo internazionale, consolidato con la messinscena
de Al gran sole carico d’amore di Luigi Nono, alla Scala,
nel 1975, e dai prestigiosi premi (il BITEF per l’Amleto,
1976, assieme a P. Brook e R.
Wilson) sono motivo di imbarazzo. Infine, vigliaccamente,
approfittando della sua chiamata a Londra per realizzare Delitto
e castigo (1984), Ljubimov sarà espulso dalla Russia
assieme alla sua famiglia: il direttore del teatro Taganka è in
esilio…
Peregrino di teatro, seminatore eccellente
di fermenti, neppure nell’esilio Ljubimov si fermerà.
Bologna, Londra, Milano, Vienna, Varsavia, Bonn, Chicago, Stoccolma… La
traccia della sua multiforme attività è sempre
più incisiva: se lo si voleva far tacere, si è invece
ottenuto di moltiplicarne la presenza in tutto il mondo. Quest’uomo,
che non ha casa, sembra essere dappertutto! Finalmente, nel
1989, in piena perestroika, torna a Mosca, riabilitato. Ricostruisce,
letteralmente, il suo teatro. Lo rende di nuovo “spazio
liberato” in cui è possibile ricercare, costruire,
sperimentare il nuovo. Con l’aiuto dell’infaticabile
Katya, Ljubimov torna, in breve, ad essere il “maestro” indiscusso
del teatro moscovita.