La guerra dei murales
di Federica Vicino
PERSONAGGI:
Tiziano Travis, detto Titta, sembra un clochard, in realt una
spia
Gil Vaime, giovane artista
Susanna Podrenado, gallerista alle prime armi, innamorata di Gil
Eric, un adolescente, figlio di Gil e Susanna
Generale Kozinskij, alto ufficiale del Sistema
Un giovane muratore
Una crew di danzatori di break dance
Atto primo
SCENA I.
Un
omino dallaspetto dimesso, vestito con un enorme cappottone di lana, se ne sta
in un angolo di quello che verosimilmente sembra un edificio in abbandono. E
una vecchia fabbrica, o qualcosa del genere. Lomino vestito come uno
straccione, ma ha dinnanzi a s un computer portatile di ultima generazione,
che utilizza con una certa dimestichezza.
Luomo
Titta.
TITTA. Aspettare ancora?
Digita
sulla tastiera. Poi, allimprovviso, si alza e si mette a camminare su e gi,
come se parlasse con un interlocutore invisibile. Ha laria stralunata.
TITTA. Aspettare e che faccio, io, mentre aspetto? Sono
stanco. E sono anche seccato. Mi hanno seccato. Quanto ci vuole ancora?
Ho una storia da raccontare. Bellissima! Bellissima farei
soldi a palate, se me la lasciassero raccontare. E soprattutto, se me lo
lasciassero fare a modo mio! Sono
bravo in queste cose. Ma loro si aspettano tuttaltro: un rapporto dettagliato.
Io ho una storia. Una storia. Visioni meravigliose e terribili, che si
accavallano, nella mente di un povero vecchio. Questo sono diventato. (parlando
allinterlocutore immaginario) Non importante ci che sei, ma guarda quel che
hanno fatto di te! E tu lo sapevi. E li hai lasciati fare.
Torna
al computer. Clicca. Immagini in movimento invadono la scena: un paesaggio
metropolitano verticale, molto degradato.
TITTA. Fosse per me, mi definirei un cantastorie. Non male,
vero? Non ce ne sono pi, di cantastorie. Ma non importa. (tono enfatico,
accennando alle immagini proiettate) La citt era allora tutta un brulichio di
genti: sciami di persone, ammassi inauditi, che si trascinavano per le strade,
nel traffico, migliaia di veicoli si accavallavano fra i neon e i mega screen;
la nuova lingua si era ormai affermata, nonostante la censura, ed era un
miscuglio blasfemo che faceva venire la pelledoca. I membri del Consiglio
Ideologico del Sistema, lavevano vietata, ma nei sobborghi non cera controllo
che tenesse.
Pi in l, poco pi in l, bastava scendere qualche gradino,
e si piombava nel baratro. Occhi neri, sbarrati nelloscurit di una miseria
senza fondo. Cani randagi, bambini, non so, piccoli corpi di nani, o forse
davvero bambini, abbandonati nel fango. E dovunque, dovunque, nel caldo
asfissiante, asfissiante il puzzo rancido della spazzatura. (un ghigno) Per
questo ho il palt (si stringe nel cappottone), per il caldo. Oggi sono 39
gradi.
Niente di strano: si sempre intorno ai 38 – 39,
quaggi. La temperatura non varia di molto; non qui. Salendo le cose cambiano,
ma qui no.
Clicca
ancora, e nuove immagini invadono la scena. Sono immagini verticali, dalla
prospettiva anomala.
TITTA. Era cresciuta in modo anomalo, la citt. Urban, la
chiamavano i membri del Sistema. Era cresciuta in verticale. Dal primo livello,
a salire, fin su, su e ancora su, fino al vertice che dio solo sa – se
cՏ – dovՏ. Ogni settore aveva il suo numero. Ora, non per vantarmi, io
sto nellUrban 25, un privilegio: significa 25 livelli pi su dei sobborghi.
Chi sta al 27 non sente nemmeno pi gli odori. Dal 30 in poi, quelli come me
non possono pi nemmeno accedere. Ci sono le schede magnetiche, per salire; ma
costano una fortuna. Impossibile accaparrarsele. Legalmente, almeno. Gli
oppositori avevano provato a falsificarle. Per un po qualche scheda pirata con
la striscia funzionante era circolata; e qualche disperato era capitato anche
oltre il trentesimo livello. Questo era bastato ad armare la mano alla Polizia
di Regime; e nessuno aveva mai fatto quel viaggio avventuroso a ritroso. (una
pausa) Insomma scendere pi facile che salire. E forse per questo che
tutti, dalle mie parti, guardavano in su. Tutti o quasi. Ma questa unaltra storia.
Io non sono bravo a spiegare come si arrivati alle Urban e ai livelli. Ho
provato a chiedere in giro. E qualcosa ho trovato. Ricordi, racconti
Inizia
un rap: musica forte. Il video mostra ora uno strano personaggio, che sembra
rispondere alle domande di un intervistatore. Si tratta di un giovane muratore.
MURATORE. (in video) Forti, sti rap. Li fa quel DJ, che
adesso non mi ricordo il nome, quello handicappato, che non ci una gamba, che
glielhanno tagliata. Un tumore, dicono. Ma lui se ne fotte: una bestia.
Piace a tutti perch dice le cose come stanno e te lo dice in faccia e non ci
paura, nemmeno se ti chiami Sistema e sei il regime. Provaci a fermarlo, se ci
riesci. Lui parla una lingua che capiscono tutti e non lo ferma nessuno. Yeah,
fratello. (lintervista evidentemente tagliata, in malo modo) La radio la
sento mentre lavoro: il tempo mi passa pi in fretta e non faccio caso alle
facce da mastino della Polizia di Sistema. (spolverata veloce della telecamera
su due agenti) Ora ce li ho alle costole per legge, gli sbirri: lultima
ridicola novit di questo ridicolo governo: i lavori di isolamento dei primi
piani e dei seminterrati degli stabili, nel centro della citt, devono essere
accompagnati da sorveglianza militare armata. Il che vuol dire solo una cosa:
sbirri, sbirri e ancora sbirri! Sar malato, ma a me mi mette su il nervoso
lavorare con una manciata di giubbotti antiproiettile e mitragliette che mi
controlla a vista! Dicono che per noi, per la nostra sicurezza; ma io non la
bevo sta storia. Gli sciacalli non sono cos pericolosi, e non girano armati,
perch non cianno i soldi per procurarsele, le armi. Eppoi, prima dellentrata in vigore di sta legge, chi sa
quanti muratori si sono ritrovati faccia a faccia con gli sciacalli! E che
successo? Niente di niente!
Me limmagino, la scena: un povero diavolo con in mano una
cazzuola che incontra un povero diavolo con in mano un piede di porco. Chi si
leva di torno pi in fretta, si allontana pi velocemente dai guai!
TITTA. (al pubblico) E il palcoscenico di questa farsa sono
i piani bassi, oppure primi livelli, li chiamano cos. Una volta cerano i
negozi, che poi sono falliti tutti, uno dietro laltro, non se nՏ salvato uno.
Chiusi e lasciati in abbandono, perch cera la crisi.
MURATORE. Chiusi e lasciati a marcire, fratello, finch
qualcuno non sfonda la saracinesca: prima per ripulire le cianfrusaglie, poi
per salire su, ai piani abitati. Lobiettivo vero erano gli appartamenti, di sopra: ogni negozio ha un
magazzino, e ogni magazzino un accesso che comunica direttamente con la tromba
delle scale di un palazzo.
Sto DJ, poi, li fa anche live i rap, in diretta. Tu lo
chiami, gli racconti chi sei, che fai, e lui –zac!- ti fa un bel rap, che
ti lascia a bocca aperta. Io tante volte avrei voluto chiamare e dirgli fa il
rap del muratore; perch questo che faccio, io, per campare: il muratore.
Anche mio padre faceva il muratore. Per anni abbiamo fatto la fame, poi
arrivata la crisi, sono arrivati gli sciacalli e dalloggi al domani, non sai
neanche come, ti ritrovi lagenda piena di appuntamenti - e chi laveva mai
avuta unagenda, prima! E ciai il cellulare come i medici e gli avvocati, che
squilla in continuazione, ti chiamano qui, ti chiamano l, e tu corri –
corri – corri – vai a murare porte e finestre e poi intere vetrine.
Porti quintali di calce, e mattoni rossi e tondini di ferro, e pi ne porti pi
guadagni, e qualche volta ti inventi che ce nՏ voluta un po di pi di calce,
per chiudere anche un paio di buchetti, che gli sciacalli si infilano anche su
per gli scarichi del cesso, e cos ti fai dare qualche altro soldo. Ma da
quando cՏ la legge che controlla, sto lavoro, che gi faceva schifo,
diventato insopportabile.
La
voce di Titta si sovrappone – nelle ultime battute – a quella del
video del muratore.
TITTA. (alludendo al muratore) Eh? Niente male davvero! Ne
ho di roba cos, da fare un videobook di ore. Tutta gente cos, tutte storie
cos.
Da
fuori scena si sente una voce ( quella di Gil).
VFC GIL. Titta!
Titta
clicca sul computer, lasciando il fermo immagine sul volto del muratore.
TITTA. (in fretta, al pubblico) E questo ci che stato.
Entra
Gil, affannato. Titta clicca di nuovo sul computer e limmagine del muratore
svanisce.
GIL. Titta, ho bisogno di aiuto.
SCENA II.
In
scena Gil e Titta.
Gil
sovraeccitato.
GIL. Titta, ho bisogno di aiuto.
TITTA. Dove?
GIL. In centro. Pieno centro: Urban 35! Sulla facciata del
Palazzo dei Trasporti: il suburbano!
TITTA. Sei pazzo.
GIL. Trentacinquesimo livello, amico mio! Trentacinquesimo.
TITTA. Trentacinquesimo
GIL. E ora che provino a cancellarlo. Che ci provino, prima
di domattina! Non ce la faranno mai: non ce la faranno perch immenso, Titta,
immenso. Grande quanto lintera
facciata!
TITTA. E una follia, Gil.
GIL. Volevi una storia da raccontare. Beh, meglio di questa
TITTA. Non posso credere che tu sia arrivato a tanto.
Proprio adesso che
GIL. (ignorando
laltro) Non ce la faranno a cancellarlo, stavolta. Tutti lo vedranno,
domattina.
TITTA. S, certo: e poi?
GIL. Che vuol dire e poi? Non cՏ un dopo. CՏ il mio
murale e basta. Unora fa non cera e adesso cՏ. E sai che altro cՏ, vecchio
mio? CՏ che glielho fatto sotto il naso, fra una pattuglia e laltra. Questo
cՏ!
TITTA. Sfidare il Sistema che idea!
GIL. Io non ho paura di loro.
TITTA. (prosegue il discorso appena iniziato) ora che non
sei pi coperto Che hai in mente, Gil? Vuoi fare leroe o il martire?
GIL. Non faccio n luno n laltro. Faccio murales. E una
cosa diversa.
Un
silenzio.
Scoppia
un temporale. Lampi, tuoni e musica: la scena invasa a poco a poco dalle
immagini filmate del murale di Gil. CՏ Gil che lo realizza: una citt
verticale con delle inquietanti figure umane oblunghe, di colore rosso.
Intanto,
sulla scena, i due discorrono.
TITTA. Hai fatto finalmente i tuoi fantasmi rossi?
GIL. (inorgoglito) S.
TITTA. I famosi fantasmi
GIL. Spero che ne parlerai.
TITTA. Mi sembra che ne abbia gi parlato abbondantemente
tu!
GIL. (minimizzando) Perch ho schizzato due bozzetti per il
gazzettino ufficiale?
TITTA. E stata una mossa imprudente.
GIL. Roba da poco, le riviste sono carta straccia.
TITTA. Ah, tu credi?
GIL. Domani sar dimenticato.
TITTA. Ti fidi troppo dei giornalisti.
GIL. I giornalisti non mi interessano.
TITTA. Non sottovalutarli: sono pericolosi. In tempo di
propaganda, letali, direi.
GIL. Tu, piuttosto: parlerai dei miei murales nelle tue
storie?
TITTA. Ne ho tante di storie.
GIL. Questa la migliore.
TITTA. No, non credo.
GIL. Lo diventer.
TITTA. Cosa stai cercando, Gil?
GIL. Non lo so.
TITTA. O sei nel Sistema o sei fuori.
GIL. E tu dove sei? Cosa sei?
TITTA. Fuori non vuol dire necessariamente contro.
GIL. Prestami il tuo cappotto, allora.
Ridacchiano
insieme.
GIL. Vorrei che ci fossero generazioni a venire cui
raccontare dei miei murales. E persone in grado di farlo. Questo vorrei.
TITTA. Io sono troppo vecchio. Eppoi nessuno da retta a un
vecchio straccione.
GIL. (dopo uno sbadiglio) Io s.
TITTA. No, nemmeno tu. Adesso dormi.
GIL. Ti dico di s.
TITTA. Ah, davvero?
GIL. Certo.
TITTA. Mi dai retta sul serio?
Gil
sbadiglia ancora.
GIL. Sono stanco. Che ore saranno?
TITTA. Hai commesso un errore, Gil. Non dovevi esporti; non
ora.
GIL. Adesso, o in un qualunque altro momento: che cosa cambia?
TITTA. Hanno i nomi, tutti i nomi.
GIL. Mi interessa poco.
TITTA. Il Sistema sa, Gil. Sei con le spalle scoperte. Colpa
di quella Susanna l. Colpa anche tua
Gil
si rabbuia di colpo. Titta va al
suo computer e mette il fermo immagine.
Un
silenzio carico di tensione.
GIL. Avevo sempre sospettato di lei. Ma non credevo che
TITTA. Che avrebbe rivelato la tua identit?
GIL. (accenna di s col capo, poi, quasi commosso) Mio
padre
TITTA. Verranno a cercarti.
GIL. Io non ho paura. Non mi fanno paura. E non perch sono
chi sono. La mia identit non centra.
TITTA. Puoi nasconderti qui, se vuoi. Ma non credo sia un
posto sicuro.
GIL. Non lo , infatti. (un bel sorriso sincero) Non lo dico
per me, ma per te, amico mio. Hai pensato a te? Cosa accadrebbe a te, se ti
beccassero in mia compagnia? Ci hai pensato?
Titta
sorride, ma con una vena di amarezza. Non trova le parole ( o forse il
coraggio) per rispondere.
GIL. Io non voglio che altre persone siano coinvolte.
TITTA. Adesso dormi, riposati un po. Sto io di guardia.
Gil
si stende a terra e in breve si addormenta. Si sente sempre il rumore della
pioggia.
SCENA III.
Titta
torna al computer.
TITTA. Eh, gi, Susanna (un sospiro) Susanna, Susanna
Titta
clicca sul computer e appaiono a tutta scena immagini di una ragazza molto
bella: Susanna.
In
video: la ragazza in una specie di magazzino pieno di quadri e opere darte.
Si sentono dei passi pesanti e decisi: la ragazza ha un fremito. Nasconde in
fretta una serie di fogli schizzati (sui quali ci sono i bozzetti del murale
che Gil ha realizzato sulla facciata del palazzo dei trasporti: quello con i
fantasmi rossi). Compare in scena un alto ufficiale del Sistema: il generale
Kozinskij.
(Il
dialogo che segue interamente in video)
KOZINSKIJ. Signorina Podrenado, un piacere rivederla.
Susanna
risponde con un cenno: imbarazzata.
KOZINSKIJ. Lho forse interrotta? Faceva qualcosa di
importante?
SUSANNA. Lavoro.
KOZINSKIJ. CՏ lavoro, finalmente, nella sua galleria?
SUSANNA: Se non cՏ, linvento.
KOZINSKIJ. Un
buon sistema per rimettere in piedi lattivit che stata di sua madre. E per
salvarsi dal fallimento.
SUSANNA. (seccamente, ma si vede che spaventata) Che cosa
volete da me, generale?
KOZINSKIJ. Ha venduto qualcosa, ultimamente? Vernici, altro
materiale?
SUSANNA. No.
KOZINSKIJ. Posso vedere il suo archivio contabile?
SUSANNA. Perch?
KOZINSKIJ. (con fermezza) Devo forse ricordarle che la sua
attivit in amministrazione controllata?
Susanna:
un silenzio imbarazzato.
KOZINSKIJ. Ha visto quel Gil Vaime, ultimamente? E stato
qui?
SUSANNA. Perch me lo chiedete?
KOZINSKIJ. (il tono del generale si fa sempre pi
incalzante) Lo sa benissimo, signorina, perch lo chiedo!
SUSANNA. E voi sapete benissimo che stato qui!
KOZINSKIJ. E
stato qui quando? Per quanto tempo? Che cosa ha fatto?
SUSANNA. Non lo vedo da ieri. No: ieri laltro stato qui
ieri laltro.
KOZINSKIJ. (poco convinto) Ieri laltro. E cosha fatto?
SUSANNA. Ha messo insieme altre bottiglie.
KOZINSKIJ. Bottiglie?
SUSANNA. Bottiglie di plastica, per il cavallo di troia.
Vuole realizzare un enorme cavallo di troia con le bottiglie di plastica.
KOZINSKIJ. (sarcastico) Geniale. E ha schizzato qualcosa?
CՏ il progetto? Ci sono i bozzetti di questa sua nuova opera darte?
SUSANNA. No. (di fronte ad un moto di stizza del generale)
Cio, s: s, certo che ci sono. Li ha fatti i bozzetti, ma io non li ho.
KOZINSKIJ. (minaccioso) Che vuol dire non li ha?
SUSANNA. Non li ho. Lui li ha portati con s, quandՏ andato
via.
KOZINSKIJ. Signorina Susanna, mi dica perch ho la
sensazione che lei mi stia mentendo.
SUSANNA. Non lo so. Non sto mentendo.
Kozinskij fissa la ragazza negli occhi: lei
molto a disagio.
KOZINSKIJ. Lultimo affronto, vuole saperlo? Hanno
imbrattato la facciata del palazzo dei trasporti. Trentacinquesimo livello.
SUSANNA. Non ne so niente.
KOZINSKIJ. Una metropoli in disfacimento piena di fantasmi
oblunghi, di colore rosso fuoco: questo compariva sulla facciata del palazzo!
Non uno dei quadri che Gil Vaime ha realizzato qui, per la sua galleria?
SUSANNA. No non fra i miei.
KOZINSKIJ. (molto aggressivo) Lei sta mentendo!
SUSANNA. No.
KOZINSKIJ. Lo stesso Gil Vaime aveva annunciato di essere in
procinto di dipingere un murale con fantasmi di colore rosso!!! Era apparso
perfino sulle riviste specializzate! E lei dice di non saperne niente!
SUSANNA. (prova a tenere testa allufficiale, ma molto
spaventata) No, non ne so niente!
KOZINSKIJ. Signorina Podrenado, lei sta abusando della mia
pazienza! Lei accusata di frode al fisco ed allo stato, per via di questa
galleria fatiscente, dalla quale escono di soppiatto opere che non si sa dove
vanno a finire! Unaccusa pesantina, signorina Podrenado: vorrei ci riflettesse
su ancora una volta. Detta in
termini giuridici significava sequestro della struttura e confisca dei beni, ma
dato che lei beni non ne ha, il tutto si sarebbe tradotto in una condanna da
due a cinque anni. Il carcere, signorina Susanna, sto parlando del carcere.
Unedificante esperienza che lei ha evitato solo in virt del nostro accordo.
SUSANNA. Lo so, non cՏ bisogno di ripetermelo ogni volta!
Lo so.
KOZINSKIJ. (minaccioso) Spero che ricordi altrettanto bene i
termini del nostro accordo.
SUSANNA. S, certo
KOZINSKIJ. Perch
se le accuse a suo carico, oggi, dovessero cambiare, Susanna, la sua
posizione sarebbe molto, molto pi delicata! Potrei accusarla di
favoreggiamento e farla incriminare per attivit sovversiva.
SUSANNA (spaventata) Va bene, ho capito.
KOZINSKIJ. Le conviene collaborare, mi pare. (Susanna
annuisce) Io francamente non credo che il Sistema le abbia chiesto un
sacrificio cos grosso! In fondo non doveva far altro che controllare un
sospetto oppositore. In cambio ha potuto proseguire la sua attivit, in regime
di controllo giuridico – daccordo -, ma anche in libert. Mi sbaglio?
Susanna
non risponde. Kozinskij la incalza con forza, facendola sobbalzare.
KOZINSKIJ. (urla) Mi sbaglio?!
SUSANNA. No. No
KOZINSIJ. Bene. Allora mi permetta di suggerirle di
riflettere su quanto le ho prospettato pocanzi. (una pausa retorica) Nel
frattempo: ha ventiquattro ore per trovarmi Gil Vaime. Non un minuto di pi.
SUSANNA. Non possibile, in ventiquattrore. Non cos
facile.
KOZINSKIJ. Oh, mi permetta di correggerla, signorina. Non
sarebbe stato cos difficile, per lei, tenerlo docchio, se lei si fosse
attenuta scrupolosamente alle mie indicazioni. Ma evidentemente avevo riposto
in lei una fiducia eccessiva. (seccamente) La galleria sotto sequestro.
SUSANNA. No.
KOZINSKIJ. Mander una pattuglia per una perquisizione.
SUSANNA. No
KOZINSKIJ. Le consiglio di non opporre resistenza.
Kozinskij
esce.
Titta
clicca sul computer e le immagini sulla scena svaniscono.
TITTA. (al pubblico) Come la pi sciocca delle favole, come
la pi banale delle storie: fallito per colpa di una donna.
SCENA IV.
Titta,
si discosta un po da Gil addormentato.
TITTA. Non so bene come accadde, ma accadde. Gil non era
figlio dei sobborghi, come me. No. Lui era il figlio ribelle di un alto
esponente del partito; uno di quei figli per i quali i padri si farebbero in
quattro. Poca inclinazione alla politica e dubbie velleit artistiche: questo
era. Ma tantՏ. Il padre mosse ogni pedina per costruirgli attorno limmagine
dellartista impegnato. Invano, naturalmente. Pi corrompeva critici darte,
pi il figlio faceva gridare allo scandalo con le sue stramberie. Finch non si
rintan nei sobborghi, alla ricerca di chi sa cosa. Uno come lui che dalla
vita avrebbe potuto avere tutto.
Le pitture murali vennero dopo.
Anche Susanna venne dopo.
Non so come, n perch.
Si incontrarono ad un vernissage di giovani talenti: lui
artista dal futuro ridente, lei gallerista di serie B, riuscita non si sa come
a scampare alla bancarotta, dopo la morte della madre. Qualcuno mormora che gi
allora ci fosse sotto lo zampino di un giovane e promettente alto ufficiale del
Sistema, il generale Kozinskij. Cera poco da fidarsi di Gil Vaime e cos
pensarono di mettergli alle calcagna qualcuno che potesse controllarlo senza
insospettirlo.
Titta
si interrompe e tira un profondo sospiro. Volge lo sguardo verso Gil
addormentato, e lo osserva perfino con affetto.
TITTA. Povero, ragazzo. Crede di essere un eroe. E si sente
forte e audace.
Titta
torna ad armeggiare al suo computer.
Gil
si muove, e poco dopo si sveglia. Con un gesto fulmineo, Titta cambia schermata
al computer.
GIL. Quanto ho dormito?
TITTA. Ssssh.
GIL. E ancora notte?
TITTA. Raccontavo di te e Susanna al mio computer.
Gil
accenna un sorriso. Si alza e si avvicina al vecchio.
GIL. E cosa hai scritto?
TITTA. Segreti. (chiude il portatile) Meglio che tu non
legga.
Gil
si lascia cadere a sedere accanto a Titta.
Un
silenzio.
TITTA. Che farai adesso, Gil?
GIL. Beh, sembra non resti altro da fare, se non attendere.
Sorridono
assieme.
TITTA. Bella frase; bellattacco.
GIL. Davvero? Ti piace?
TITTA. Inizier cos la mia storia.
GIL. (divertito) Davvero?
TITTA. S. Il guerriero sconfitto si siede a terra e
aspetta.
Ridono
e, come per caso, lo sguardo di entrambi sale verso lalto.
TITTA. Devessere bello. (accenna verso lalto) Lass,
intendo.
GIL. Che cosa?
TITTA. La vista, il panorama devessere bello guardare da
lass.
GIL. (senza entusiasmo) Oh, magnifico, direi.
TITTA. Potrebbe servire ad esprimere alte tematiche.
(ridacchia) O ad abbracciare alti
ideali.
Titta
ridacchia ancora. Ma Gil si rabbuiato.
GIL. Serve solo a dimenticarsi di cosa sono gli uomini. (di
fronte alla perplessit dellaltro, spiega) E per via dellaltezza. Da lass
nessun uomo sembra un uomo. Somigliano tutti a minuscole formiche e sembrano tremendamente pi numerosi.
SCENA V.
Titta
e Gil, ancora seduti uno accanto allaltro, e presi dalla loro singolare
conversazione. Dallaltro lato della scena, per, comparsa Susanna. Gil lha
vista; Titta ancora no.
GIL. (a Susanna, senza scomporsi) Quando verranno ad
arrestarmi?
Titta
d un balzo: ad un cenno di Gil, si volge verso la ragazza. Fra i tre cade un
imbarazzato silenzio.
GIL. E io che credevo che tu mi amassi.
SUSANNA. (alludendo alla presenza ingombrante di Titta) Non
possiamo parlare
GIL. (fermissimo) No, non possiamo. (a Titta che si stava
alzando per allontanarsi) Titta, resta dove sei.
Titta
ubbidisce.
GIL. (incalza Susanna) Quando verranno?
SUSANNA. Non lo so.
Presto, credo.
Gil
ha un moto di stizza.
SUSANNA. Gil, io ho da parlarti.
I due si scambiano uno sguardo: Gil tenta
di capire se lei sincera.
SUSANNA. Loro credono che ti stia cercando. Attendono
notizie.
GIL. (in unesplosione di rabbia) Insomma, da che parte
stai!?
SUSANNA. E tu da che parte stai, Gil?
GIL. Che vuoi dire?
SUSANNA. Perch esporti cos? Perch proprio adesso?
GIL. Perch no?
SUSANNA. Loro sanno chi sei, ma non come credi tu. Sanno
tutto: sanno che sei tu. (scandendo) Sanno che si tratta di te. E non per causa
mia!
GIL. (impensierito) Mio padre
SUSANNA. S, tuo padre.
GIL. Cosa gli successo?
SUSANNA. Non lo so.
GIL. (molto aggressivo) Basta con i non lo so, Susanna!
Basta con le ambiguit! Dimmi quello che sai!
SUSANNA. Si autosospeso dallincarico, questo tutto
quello che so di tuo padre. Quelli del Sistema non vengono certo a confidarsi
con me!
GIL. Lhanno cacciato ( dopo un attimo di riflessione, con
molta amarezza) Per colpa mia
CՏ
un silenzio: Susanna preferisce non rispondere.
TITTA. Dicci cosa sta per succedere, Susanna.
SUSANNA. Il generale, quello giovane, Kozinskij, venuto da
me, in galleria. Cercava i bozzetti del murale, quello dei fantasmi rossi;
cercava le cedole di uscita delle vernici spray. (si rivolge di nuovo
espressamente a Gil) Quel pezzo, sul palazzo del subtrasporto li ha mandati in bestia, Gil. Tu avevi
parlato pubblicamente dei fantasmi rossi. E stato come metterci la firma.
TITTA. Non capisco: perch infuriarsi per una pittura
murale?
SUSANNA. Il regime crede che i murales siano il codice di
comunicazione fra fuoriusciti e oppositori. Pensano che gli uni siano
dipendenti dagli altri e che si scambino informazioni attraverso i murales:
(ancora espressamente a Gil) i
tuoi murales, Gil.
TITTA. Questa, poi.
GIL. (sarcastico) Ci vuole davvero una bella fantasia.
TITTA. Magari, potrebbe funzionare
GIL. Ma chi li ha visti mai, poi, sti oppositori.
SUSANNA. (un appello accorato) No, no, no! Voi non capite!
Potrebbero avermi seguito. Kozinskij non lha bevuta, stavolta. Dovete andare via,
subito.
GIL. I bozzetti dei fantasmi rossi: dove sono adesso?
SUSANNA. In galleria, da me.
GIL. Da te? (la ragazza annuisce) Li hai lasciati l?
Perch?
SUSANNA. Perch non cՏ tempo, Gil: non cՏ pi tempo.
TITTA. Ti metterai nei guai, Susanna.
SUSANNA. E tutto sotto sequestro: la galleria e quello che
cՏ dentro. Arte o meno che sia, finir sotto una colata di cemento armato.
TITTA. Bella roba.
GIL. Li troveranno, i bozzetti, Susanna. E Kozinskij avr la
scusa per incriminarti. Cos avr vinto davvero. Sar meglio che tu faccia
partire quel segnale: quello che si aspettano.
SUSANNA. (molto in ansia) No, Gil, io non lo far. Non su
di me che si gioca questa partita.
GIL. Se davvero ti hanno seguito, sono gi qui fuori. E in
caso contrario non potresti dire di non avermi trovato: non ti crederebbero mai
e poi mai. E io non voglio che altre persone siano coinvolte in questa storia.
Susanna
scoppia in lacrime.
GIL. (prova a consolarla) D loro che mi hai trovato, falli
venire.
SUSANNA. Oh, Gil stavolta non posso rischiare. Davvero non
posso.
GIL. Che vuoi dire?
SUSANNA. Io devo parlarti: ho da dirti una cosa. Altrimenti
non sarei mai venuta a cercarti. E pazzesco
GIL. Cosa?
SUSANNA. (a bruciapelo) Tu cosa pensi, quando pensi al
futuro?
GIL. Che razza di domanda ?
SUSANNA. Io penso ai figli.
GIL. Figli?
SUSANNA. Figli.
GIL. (dopo un istante di riflessione) Figli? Che vuoi dire?
SUSANNA. Pensi che ci sia un futuro per i figli?
GIL. I figli di chi?
SUSANNA. Rispondi alla mia domanda.
GIL (si spazientisce) Rispondi tu alla mia!
SUSANNA. Ingabbiati nel Sistema, fin da piccoli.
GIL. Oh, insomma!
SUSANNA. Nati in basso, troppo in basso, per arrivare anche
solo una volta nella vita a respirare! Troppo gi per poter sperare di salire
un giorno nelle Urban dei potenti. Troppo gi per riuscire a salvarsi
dallennesima colata di cemento! Che futuro questo? Questo il futuro, Gil?
GIL. Io non so pensare al futuro.
SUSANNA. Beh, immagina di non avere scelta: di doverlo fare
e basta.
GIL. (un lieve accento sarcastico) Immaginare non cՏ
bisogno di immaginare: io so che cosa significa non avere scelta, Susanna!
SUSANNA. I compromessi
GIL. (protesta) Che cosa?
SUSANNA. I compromessi sono la scelta. I compromessi sono la
differenza fra chi avr almeno una chance, in futuro, e chi non ne avr
nessuna.
GIL. No, non sono daccordo.
SUSANNA. Non sei daccordo perch non sei figlio dei
sobborghi. Non sei daccordo perch puoi permetterti di non essere daccordo.
GIL. Perch continui a parlarmi di figli, Susanna?
SUSANNA. Solo facendo compromessi, forse, si pu salvarli, i
figli – ci ho pensato, in questi giorni - solo sporcandosi le mani - se
qualcuno, magari, si sporca le mani – ma per loro! Solo per loro - una
madre, un padre, chi lo sa -
vendersi anche a costo di andare contro tutte le proprie convinzioni,
contro la propria stessa natura. Si potrebbe arrivare a questo?
GIL. Sarebbe un prezzo alto da pagare.
SUSANNA. Eppure cՏ chi lha fatto. (con molta amarezza) Ma
mi domando: come ci si sente? Cosa si diventa dopo, se le cose non quadrano?
– in cosa si riconoscer un figlio che respira il puzzo rancido del
compromesso? Cosa si dir a quel figlio: che si costruito schifo sullo
schifo, per il suo bene?
Gil
abbraccia Susanna e la stringe forte a s.
Titta
raggelato.
GIL. Basta ora. Basta, ti prego. (la bacia) Avevi ragione
tu: non cՏ tempo. Va via, fuggi.
SUSANNA. No, io non voglio.
GIL. Il rifugio di Titta, vicino allidroscalo,
ventisettesimo livello: sai dovՏ. Va l. Noi ti raggiungeremo appena possibile.
Vero, Titta?
Titta
facendo di s con il capo. I due si scambiano un cenno dintesa: chiaro che
stanno entrambi mentendo a Susanna.
TITTA. (a Susanna) Se ci allontaniamo tutti e tre assieme,
diamo nellocchio.
GIL. Va. (la bacia ancora) Non cՏ tempo e non possiamo
rischiare.
Susanna
esce di scena di corsa.
SCENA VI.
I
due rimasti in scena si guardano. Gil commosso, ma rifugge il tentativo di
Titta di consolarlo.
GIL. Dobbiamo iniziare la storia: avvia il tuo computer.
TITTA. Non cՏ tempo, Gil.
Una
pausa.
GIL. Cosa ricordi tu, di tuo padre?
TITTA. Niente, Gil. Non lho mai conosciuto.
GIL. Dici di essere un cantastorie: spero tu sappia
raccontare chi sono stato e cosa ho fatto.
TITTA. Ma che stai dicendo, Gil? Non vorrai
GIL. Susanna a casa tua. Raggiungila, appena puoi.
TITTA. E tu?
GIL. Prendilo come il mio ultimo desiderio: va da lei.
Nascondila. E tutto nelle tue mani, adesso.
TITTA. (addirittura commosso) Gil, io
GIL. Io aspetter. Tu vai. E non dimenticarti di questa
magnifica storia. E pi importante di quel che credi.
Musica.
Titta
esce.
Gil,
rimasto solo, si siede a terra e inizia di nuovo a piangere. Immagini a tutta
scena ripropongono il murale dei fantasmi rossi.
Fine primo atto
Secondo atto
SCENA I.
Musica
rap e una coreografia di break dance, in video, invadono la scena: a ballare la
break dance sono un gruppo di ragazzini appena adolescenti.
La
scena riproduce ora un interno piuttosto misero e disordinato, nel quale non
mancano per computer e schermi di varia dimensione. Anzi, il vecchio computer
portatile di Titta posto al centro della scena, in particolare evidenza.
Entra
in scena un ragazzino, Eric. Balla anche lui la break dance, ma poi clicca
sul computer, spegne la proiezione a tutta scena e va a sedersi sulla poltrona
come per rilassarsi un po. La sua attenzione comunque ancora attratta dal
computer. Dopo qualche esitazione, il ragazzino si siede davanti al monitor e
comincia ad armeggiare: pochi istanti e rientra un Titta molto invecchiato,
vestito non pi come uno
straccione, ma come un uomo qualunque.
TITTA. (nel vedere il ragazzino al computer) Che fai?
ERIC. (si alza velocemente dal computer) Niente.
Titta
va a controllare lo schermo. Armeggia un po sulla tastiera.
TITTA. Perch sei tanto attratto da questo computer? E
vecchio di mezzo secolo.
ERIC. Cosa sono quelle interviste, quei documentari che hai
archiviato in quella cartella?
TITTA. Che cartella?
ERIC. Quella che hai chiamato Titta. Che significa Titta?
TITTA. E che vuoi che significhi? Niente. E un nomignolo.
ERIC. Era il tuo nickname?
TITTA. Ecco, s, bravo. Adesso lascia stare il computer.
Titta
ha riportato la spesa e va a sistemarla.
ERIC. E come si arriva da Tiziano a Titta?
TITTA. Non lo so. Era un nomignolo che mi avevano dato in
chat line, ma un secolo fa!
ERIC. Ma Titta non da femmina?
TITTA. Non lo so, non ci ho mai pensato.
ERIC. Mia madre come si chiamava?
Titta
tira un profondo sospiro.
TITTA. Susanna. Si chiamava Susanna.
ERIC. (riflettendo) Susanna.
TITTA. Susanna Podrenado.
Eric,
poco convinto, si lascia cadere sulla poltrona sdrucita.
TITTA. Come vanno i tuoi allenamenti?
ERIC. Ballo meglio di quelli che hanno iniziato un anno fa.
TITTA. Sei bravo.
ERIC. Sono bravo, s.
TITTA. Sarebbe bene che lo diventassi anche a scuola. Vedi
che se ti impegni riesci a fare le cose bene? Basta solo volerlo.
ERIC. Era bella?
TITTA. Chi?
ERIC. Susanna Podrenado: era bella?
Titta
lascia quel che sta facendo e si avvicina al ragazzino.
TITTA. S, era molto bella Susanna. Ti manca molto?
ERIC. Va bene, non cՏ bisogno che fai il paparino
compassionevole.
Eric
si alza e se ne va. Titta lo segue con uno sguardo preoccupato.
Senza
fretta (e senza cura) finisce di riordinare. Poi va a sedersi sulla stessa
poltrona di Eric.
Echi
di temporale e voci lontane: la scena si fa cupa, cՏ poca luce.
Si
odono stralci di conversazioni; si riconoscono le voci di Kozinskij, Titta, Gil
e Susanna.
VFC KOZINSKIJ. Tiziano Travis, detto Titta.
VFC. TITTA. Agli ordini, signore.
Rumori
in sottofondo.
VFC TITTA. nellex distilleria del ghiaccio sintetico,
li che lo troverete.
VFC TITTA. Dovete intervenire. Non posso trattenerlo
allinfinito.
VFC TITTA. La ragazza non attendibile. CՏ qualcosa tra
loro, una relazione
VFC KOZINSKIJ. Hai fatto un buon lavoro, Titta.
Ancora
rumori.
VFC GIL. Prendilo come fosse il mio ultimo desiderio.
VFC KOZINSKIJ. Quando e dove, Titta. Devi essere in grado di
riferire quando e dove.
VFC SUSANNA.
(urla di dolore – sta partorendo)
VFC PIANTO DI UN NEONATO.
Ancora
voci in rapidissima successione.
VFC TITTA. Con questo tutto: rimetto il mio mandato.
VFC KOZINSKIJ. Non puoi. Non sei tu che decidi.
VFC TITTA. Quale prezzo
VFC KOZINSKIJ. Non hai completato il lavoro.
Rumori
di temporale: un flash proietta a tutta scena le immagini di un colloquio
riservato fra Kozinskij e Titta ( il Titta giovane).
In
video: Titta seduto su una sedia, sembra sui carboni ardenti. Kozinskij gli
siede di fronte, oltre unenorme scrivania.
KOZINSKIJ. E perplesso, Travis?
TITTA. Non capisco perch proprio io. Insomma ci sono
agenti molto pi bravi di me.
KOZINSKIJ. E una patata bollente, lo so. Ma lei sapr
cavarsela.
TITTA. Gli oppositori non hanno niente a che vedere con
questa storia?
KOZINSKIJ. Lasci perdere gli oppositori.
TITTA. Come?
KOZINSKIJ. La sua carriera sta per compiere un significativo
balzo in avanti, Travis.
TITTA. Non riesco a seguirvi, signore.
KOZINSKIJ. Finora hai solo giocato a fare lagente segreto.
E servito a te per farti le ossa. E servito al Sistema per saggiare le tue
reali potenzialit. Non sei uno sciocco, Travis: sai benissimo che gli
oppositori non esistono, in realt.
TITTA. Davvero non vi seguo, generale.
KOZINSKIJ. Ogni vero regime ha degli oppositori: uno, dieci,
cento oscuri personaggi che sfuggono al controllo, ed fatta. Chiunque siano,
a torto o a ragione, troveranno un modo per insinuarsi nelle maglie del sistema
e distruggerlo. Ora questo noi non possiamo permettercelo, Travis.
TITTA. Cosa non possiamo permetterci? Gli oscuri personaggi?
O che questi oscuri personaggi vadano fuori controllo?
KOZINSKIJ. Diciamo, entrambe le cose.
Kozinskij
si alza e si mette a girare attorno alla sedia su cui si trova Titta.
KOZINSKIJ. Sicch lidea stata di creare dei finti
oppositori, che come tali controllino i veri. Quelli pericolosi. Mi segue,
Travis? Sto parlando dei fuoriusciti.
TITTA. I fuoriusciti?
KOZINSKIJ. Esattamente: quelli che si discostano dal
Sistema; quelli che stanno al margine e guardano con sospetto; che agiscono
nellombra e sfuggono al controllo. Prendiamo la gentaglia dei sobborghi
TITTA. Gil Vaime non mi sembra abbia molto a che fare con i
sobborghi.
KOZINSKIJ. Ma lei s, Travis.
Un
silenzio carico di tensione.
KOZINSKIJ. Lei figlio dei bassifondi. Sa cosa significa
vivere l; conosce la lingua bastarda che quella gente parla; sa quanto rancore
serpeggia fra i diseredati.
TITTA. Non gente pericolosa, quella.
KOZINSKIJ. Non finch non troveranno qualcuno che sappia
sfruttare il loro malessere e trasformarlo in desiderio di riscatto. Gil Vaime
un giovanotto vivace, uno scavezzacollo, sfrontato e ribelle, che parla
spesso a vanvera, ma ammicca a quella babele con singolare insistenza. Le
ultime interviste che ha rilasciato hanno un tono ambiguo. Ha sentito parlare
del cavallo di troia?
TITTA. No, signore.
KOZINSKIJ. Una sua invenzione. Ripresa dallepica classica.
Vuol costruire un enorme cavallo con materiali di risulta; e i materiali di
risulta vuole prenderli da l: dai sobborghi. Sa cosa conteneva il vero cavallo
di troia, quello del poema epico?
TITTA. No.
KOZINSKIJ. Soldati.
TITTA. Soldati
KOZINSKIJ. Orde di soldati che, nascosti nel suo ventre,
riescono a introdursi in una opulenta citt, chiamata Troia, e a distruggerla.
Capisce, Travis?, dai bassifondi al cuore della citt.
TITTA. Sono confuso, signore.
KOZINSKIJ. Lei dovr controllare le incursioni di Gil Vaime
nei bassifondi; riferirci dove va, perch ci va, chi incontra e per fare cosa.
TITTA. (stupefatto) Mi state dicendo che il Sistema
considera il figlio di Fred Vaime un fuoriuscito?
KOZINSKIJ. Fred Vaime ha dichiarato che rinuncer ad ogni
incarico nel partito e nel governo, qualora si scoprisse che suo figlio
coinvolto in attivit sovversive.
Un
silenzio.
KOZINSKIJ. Lei diventer uno degli oppositori, Travis.
Lincontro con Gil Vaime dovr sembrare casuale; lei dovr diventare suo
confidente e suo amico. Le daremo un
nome in codice, una nuova identit. Lei sar Titta. Da questo momento in
poi non avr pi contatti diretti con il Sistema. Le forniremo un canale di
comunicazione protetto attraverso il web. Sar lunico modo che avr per
contattarci. Consideri Gil Vaime quello che : un sospetto fuoriuscito. Faccia
attenzione. E buon lavoro.
Un
nuovo lampo. Nel video Titta si alza e se ne va; la stessa cosa accade sulla
scena: il vecchio Titta si alza dalla poltrona ed esce stancamente di scena.
Echi
di voci (voci fuori campo)
accompagnano la sua uscita.
VFC SUSANNA. (sorpresa e addolorata) Eri tu
VFC TITTA. Cosaltro volete?
VFC KOZINSKIJ. Devi consegnarci anche lei.
VFCSUSANNA. Eri tu.
VFC TITTA. Che altro
VFC KOZINSKIJ. Dovrai cambiare identit.
VFC TITTA. E livello.
VFC KOZINSKIJ. Cosa?
VFC TITTA. Livello. Voglio cambiare livello. Mi basta il
trentesimo.
VFC SUSANNA. Eri tu
VFC KOZINSKIJ. Non sei nella posizione di dettare
condizioni, Titta.
VFC TITTA. Voglio cambiare livello, nientaltro. Cambiare
livello, e scomparire.
VFC SUSANNA. Eri tu
VFC TITTA. (con un filo di voce) Non sanno di lui. Sono
riuscito a tenerglielo nascosto. Non sanno niente di lui.
VFC SUSANNA. Eri tu
VFC TITTA. Non sanno non lo sanno.
Buio.
SCENA II.
Deboli
rumori sulla scena. E notte; qualcuno accende la luce: una luce debole.
Eric
si aggira furtivamente fra le cianfrusaglie. Siede al computer di Titta e lo
accende. Digita freneticamente sulla tastiera.
Entra
anche Titta.
TITTA. (stancamente) Che ci fai, l, Eric?
Eric
sobbalza.
ERIC. Non potevo dormire.
Titta
si avvicina al ragazzo (e al computer).
TITTA. Non puoi dormire e vieni a ficcare il naso nel mio
computer.
ERIC. CՏ una cartella, qui (indica un punto non ben
precisato sullo schermo)
TITTA. Dove?
ERIC. Qui.
TITTA. E allora?
ERIC. Il computer mi nega laccesso.
TITTA. Certo che ti nega laccesso.
ERIC. Perch?
TITTA. E un congegno di sicurezza. Il sensore legge liride della pupilla:
predisposto per riconoscere solo la mia.
ERIC. Una macchina cos vecchia con un sistema di sicurezza
cos sofisticato!
TITTA. E un ferrovecchio fatto a regola darte.
ERIC. Sar costato una fortuna, allora.
TITTA. Nemmeno mi ricordo.
ERIC. Come hai fatto a comprarlo?
TITTA. Non starai diventando un po indiscreto, signorino?
ERIC. Hai sempre detto di essere un povero diavolo.
TITTA. Ho sempre detto (con fermezza, ma sempre molto
affettuoso) che non devi ficcare il naso in quel computer.
ERIC. Perch no?
TITTA. Avr pur diritto a un po di privacy, mi pare.
ERIC. No.
TITTA. (sorpresa dalla risposta del ragazzo) No? Che vuol
dire quel no?
ERIC. Vuol dire che non ti credo.
TITTA. Non mi credi?
ERIC. No.
TITTA. Eric, che ti prende?
ERIC. (improvvisamente risentito) Vuoi sapere che penso?
Penso che in quel computer tu nasconda qualcosa.
TITTA. (prova a dissimulare) Hai una bella fantasia.
ERIC. E penso anche che questo qualcosa in qualche modo mi
riguardi.
TITTA. Ma che vai blaterando, ragazzino? Che ti passa per la
mente?
ERIC. (a bruciapelo) Cosa cՏ nella cartella criptata?
Un
silenzio: Titta in difficolt, ma cerca di non darlo a vedere.
ERIC. (incalza il vecchio) Allora? Che cosa cՏ?
Di
nuovo silenzio: i due sembrano fronteggiarsi.
TITTA. Sentiamo: tu cosa pensi che ci sia?
ERIC. Questo un metodo da sbirri.
TITTA. Che cosa?!
ERIC. Rispondere a una domanda con unaltra domanda: lo
fanno gli sbirri, per metterti in difficolt. E quello l (indica il computer)
un computer da sbirro.
TITTA. Non mi piace quel tono di voce, Eric.
ERIC. CՏ una cartella vuota che si chiama rapporti: la
sua memoria stata completamente cancellata, e lultimo documento cestinato e
poi ripulito datato: anno XVI, 24 maggio, il giorno in cui sono nato io.
TITTA. (si spazientisce) Ti sei dato da fare, vedo.
ERIC. Cosera quel documento?
TITTA. Ti avevo proibito di utilizzare quel computer e tu mi
hai disubbidito!
ERIC. Voglio saperlo!
Titta
tira uno schiaffo a Eric. Il ragazzino corre via.
TITTA. Eric! Eric, aspetta! Non volevo (tra s) Non volevo.
Io non volevo.
SCENA III.
Riemerge
la musica rap: in video, un balletto hip hop invade la scena. I ragazzi che
ballano sono oblunghi e vestiti di rosso. E come un sogno che si fa incubo. Titta
esce di scena. Nel video, fra i fantasmi rossi, ora balla anche Eric. Le
immagini sono tutte distorte.
VFC ERIC. (come se stesse leggendo una cosa che sta
scrivendo) Sono figlio della strada, senza pi madre. Padre ignoto. Questo mi
hanno detto. Non so altro di me. Sono senza passato. E non credo nel futuro.
Non so da dove vengo, non so dove andr. La strada mi ha partorito e la strada
mi inghiottir, un giorno. Di questo sono sicuro. Ma tra linizio e la fine che
cosa cՏ?
CՏ un burattinaio che tira i fili. Gli appartengo. Non so
perch, ma gli appartengo. E lho perfino lasciato fare. Per questo forse ho
scelto di ballare, perch voglio liberarmi. Spero di scappare, di riuscire un
giorno a tagliare i fili.
Ma cՏ una cosa che devo fare, prima.
Il
balletto, in video, si fa frenetico.
Eric
entra in scena, si siede al computer di Titta, inizia a digitare allimpazzata.
Si
ferma su una schermata blu. Le immagini del balletto rap svaniscono: il blu
invade la scena e il volto del ragazzino.
ERIC. (legge dallo schermo) Attendere
Dal
computer emerge qualcosa: si sente una voce, la voce di Gil.
Eric
osserva il monitor (sul quale scorrono immagini che il pubblico non vede) e
ascolta, raggelato.
VFC GIL. Sembra non resti altro da fare, se non attendere
La
musica cresce a poco a poco fino a coprire la registrazione sul computer. Eric
ha unespressione sbalordita, poi commossa.
VFC GIL. (a scomparire sotto le note del rap). Questa non
una semplice ribellione, come credevo io, no. Questa una guerra. E io lho
combattuta fino in fondo, con le uniche armi che avevo a disposizione: vernice
e idee. Non sono un soldato, io. Sono solo un writer.
(con amarezza) Fosse andata cos, sarebbe davvero una
bellissima storia da raccontare, Titta. Sarebbe la Guerra dei murales. Ma ora
ci sono di mezzo delle vittime, e vittime innocenti. Gente che pagher le
conseguenze di questo disastro. E io non sono abbastanza forte per sopportarlo
ero pronto a pagare per me, anche un prezzo altissimo. Ma per me solo. Non volevo
che altri soffrissero. Ora so, Titta, chi sono i fantasmi rossi
Il
video proietta una luce di colore rosso a tutta scena, che poi, a poco a poco,
svanisce.
Rimane
una luce fievole.
SCENA IV.
E
lalba, ed Eric ancora seduto al computer. Ancora raggelato.
Chiude
il portatile con delicatezza. Ha gli occhi lucidi.
Improvvisamente,
preso da una singolare frenesia, inizia a scartabellare fra le cianfrusaglie
che invadono la scena. E evidente che cerca qualcosa. La ricerca cos
frenetica che lo porta fuori scena: quando vi fa rientro, pochi attimi dopo, si
ritrova faccia a faccia con Titta.
Si
scambiano un lungo sguardo.
TITTA. (esitante) E lalba: non hai dormito per niente. Sei
stato fuori tutta la notte? Non ti ho sentito rientrare.
Di
fronte allostinato silenzio del ragazzo, Titta si ritrova imbarazzato.
TITTA. Preparo la colazione. Hai fame? Dimmi, hai fame?
Lo
sguardo gli cade sul computer: si avvicina e lo tocca. Evidentemente caldo.
TITTA. Sei stato al computer tutto questo tempo? Perch?
ERIC. (scandisce ogni parola) Per via dei fantasmi rossi.
Titta
impallidisce. Poi, con un gesto fulmineo, apre il portatile e lo avvia.
ERIC. (soffiando) Come agente segreto vali poco, Titta.
Credevi di non aver lasciato traccia della tua miserabile carriera da spia, e
invece
TITTA. (digita qualcosa sulla tastiera) I backup hai recuperato i backup.
ERIC. Tutti.
TITTA. E hai aperto ogni file?
ERIC. Uno solo. Proprio quello, e sai perch? Mi ha colpito
il titolo: La guerra dei murales. Affascinante. (una sottile vena di ironia,
ma molto amara) Non lo sapevi? Essere un writer il mio sogno. Da sempre.
Adesso so anche perch.
Titta
si mette a sedere davanti al computer, vinto.
TITTA. E adesso sai
ERIC. Adesso so tutto quello che avrei dovuto sapere. So chi
sono. E so chi sei tu. So che cosa sei. E che cosa hai fatto. Ma, quel che
peggio, adesso so che cosa devo fare io.
Estrae
una pistola e la punta contro Titta, che non si scompone.
TITTA. Hai trovato anche quella?
ERIC. Ogni sbirro ne ha una. Basta cercare.
Una
breve pausa.
ERIC. E come per il computer. Bastava cercare.
TITTA. (vinto) Daccordo.
Eric
spiazzato dallarrendevolezza del vecchio.
TITTA. Daccordo. (si volge verso il ragazzo, che si ritrae,
intimorito, pur avendo in mano la pistola) Sono stato un agente segreto, al
servizio del Sistema. Titta era il mio nome in codice. Mi fu affidata una
missione delicata, avevo mansioni speciali. Divenni un membro di un fatiscente
movimento anti-regime il cui reale scopo era tenere docchio i sovversivi,
quelli veri, quelli che chiamavano fuoriusciti. Fra i sospetti cera un
giovane artista, di nome Gil Vaime. Mi affidarono lui. Per essere credibile nel
mio ruolo, vissi per quasi due anni sotto una falsa identit. Mi finsi un
barbone, un senzatetto. Come mi era stato ordinato, persi ogni contatto diretto
con il Sistema: non fosse stato per quel computer, avrei completamente
dimenticato chi ero e cosa stavo facendo. Con il tempo, piuttosto che schedare
i sospetti fuoriusciti, iniziai a collezionare interviste, racconti, documenti
di vita cos veri e cos belli, che decisi di tenerli nascosti al Sistema. Poi
diedi ad ogni storia un titolo, nellillusione di potermi calare
definitivamente nella mia nuova finta identit di cantastorie. Mi cercai un
nascondiglio, che credevo sicuro. Lo divisi anche con Gil. E poi con Susanna.
Tutto inutile, naturalmente. Quando fu il momento, il Sistema mi riagganci, e
il povero, vecchio Titta ridivenne ci che era sempre stato.
ERIC. Una spia.
TITTA. Ho rimesso il mio mandato il 16 settembre dellanno
XV, il giorno in cui Susanna venuta a stare qui. Puoi controllare: la
lettera di dimissioni porta quella data. Fino a quel giorno sono stato un
servo. Lo riconosco. Ma dopo no. Dopo la mia missione stata unaltra. Per
arrivare fin qui, ho dovuto affrontare di nuovo il Sistema.
ERIC. Il Sistema, certo. Tutto in nome del Sistema! La tua
obbedienza, la tua lealt, tutto te stesso al servizio del santo Sistema! E a
quale prezzo? Quanto costavi, Titta? A quanto ti si poteva comprare, agente
Titta?!
TITTA. Ti prego, Eric, calmati!
ERIC. E tale la tua devozione al padrone, che gli hai
venduto mia madre, mio padre, e poi anche me!!!
TITTA. (esplode) Il Sistema non sa nemmeno che esisti!!!
Un
silenzio.
TITTA. Per loro nemmeno esisti. Hai capito, ragazzino? Non
sanno nemmeno che esisti. La tua nascita non registrata in nessuna anagrafe.
Sei schedato sotto falso nome. Labbiamo fatto per proteggerti.
ERIC. Lavete fatto? Tu e chi?
TITTA. Era lunico modo per evitare che Avrebbero voluto
anche te, se avessero saputo. Ma
non sanno. Era lunico modo, ormai. Non cera altro da fare. Gil sapeva di non
avere pi speranze. Si fidava di me. Mi chiese di aiutarlo di aiutarlo a proteggerti.
Gli ho dato la mia parola. E le ho tenuto fede. E il prezzo il prezzo che
stato pagato, servito a coprire te. Per questo per questo la storia della
guerra dei murales non va raccontata. Non pu essere raccontata.
Eric,
sconvolto, rivolge la pistola contro di s.
TITTA. No, no Eric, no!!!
Buio.
Nel
buio si sente uno sparo.
Fine.