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Giuseppe Ferrazzagiuseppe ferrazza

Dove va il teatro

di Mario Mattia Giorgetti

Rinnovare e alleggerire la struttura, ridefinirne compiti e obiettivi allo scopo di razionalizzare le risorse a disposizione: questi gli intenti del Presidente dell’Ente Teatrale Italiano, Giuseppe Ferrazza


L’Eti è un organismo che, oltre a gestire direttamente alcuni teatri come il Quirino, il Valle, il Duse, la Pergola, in parte distribuisce le produzioni di altri organismi riconosciuti dal Dipartimento dello Spettacolo. Inoltre, dopo la riforma recentemente approvata, si dedica anche alla promozione. Quali sono i progetti in atto in questo ambito?

"L’Eti fino a questo momento si è occupato di dare contributi e di programmare teatri. Cioè ha fatto tutto quel lavoro che un Ente pubblico non dovrebbe mai fare. Nel 2002 è stato emanato un nuovo statuto che riorganizza l’Eti in un modo completamente diverso, trasformandolo da ente sovventore, da ente di gestione in un ente di forte promozione per il teatro. Ora il processo però non è ancora stato completato, molto non è stato ancora fatto, i tempi di trasformazione sono lunghissimi per mancanza di mezzi finanziari, delle mentalità giuste, sia all’interno dell’Eti che all’esterno, dalla parte del teatro italiano, dove ancora molte compagnie continuano a volere contributi. Occorre spiegare che l’ente non può dare contributi per l’attività esterna, al limite può finanziare la propria. Quello che si sta cercando di fare, dunque, è dare una svolta complessiva alla nuova missione dell’Ente. Su questo ho già intrattenuto rapporti molto cordiali con i responsabili politici, perché insieme dobbiamo studiare indirizzi nuovi per l’Eti, che confermino le sue prerogative.

Rinnovare la struttura

"Personalmente ritengo che l’Eti dei propri teatri debba fare un uso completamente diverso, innanzitutto deve dare loro un’identità precisa. Il Valle potrebbe continuare ad essere un punto di riferimento per il nuovo teatro, quello che non ha altri sbocchi. La Pergola, che è l’altro teatro di proprietà dell’Ente, visti anche gli spazi che ha a disposizione, potrebbe diventare un centro di documentazione, potenziando la biblioteca, creando una videoteca in cui vengono raccolti tutti i video teatrali realizzati in Italia, mentre il palcoscenico potrebbe essere la sede di tutti i progetti internazionali, ferma restando un’apertura verso la città di Firenze.
Per quanto riguarda i teatri che abbiamo in gestione, il Quirino difficilmente può essere dismesso perché soffre di un problema comune a tutti i teatri dell’Eti: l’eccesso di personale. Il problema è che dobbiamo salvaguardare queste persone. L’idea è quella di fargli fare cose diverse. Per esempio, il Teatro Vittorio Gassman potrebbe diventare il teatro degli artisti, cioè un teatro dove l’artista può mettere in atto per prima la propria creatività. Il Duse di Bologna, invece, è un teatro che dovrebbe lavorare in stretta sinergia col territorio, costruendo accordi forti col Comune, con la Regione, per diventare un "teatro di servizio". Analogamente a quello che è la Pergola per la prosa, potrebbe essere il Duse per la danza: luogo di formazione, di confronto, dotato di una biblioteca, videoteca, senza per questo andare a competere con le altre realtà dell’Emilia, che sappiamo essere una regione molto attiva sul fronte della danza.
Questo in sintesi è un po’ il progetto che stiamo cercando di portare avanti e che andremo a discutere anche col Ministro".

Dal punto di vista economico l’Eti è stata coinvolta nei recenti tagli alle risorse culturali?

"L’Eti è un Ente pubblico soggetto a norme della finanziaria che ci impediscono in sostanza di svolgere il lavoro regolare. Perché noi siamo considerati come l’INPS e siamo sostenuti esattamente come un organismo di ambito territoriale. Quindi da una parte siamo soggetti ai tagli della finanziaria sugli enti territoriali, ma anche ai tagli sul Fondo Unico per lo Spettacolo".

In termini di percentuali, come è suddiviso il budget dell’Eti, ossia quanto va per la gestione della struttura e quanto per le iniziative?

"Diciamo che questo Ente costa molto in termini di funzionamento della struttura. Il contributo ordinario che riceviamo dallo Stato, e forse anche qualcosa di più, viene assorbito per le spese di gestione. Le spese per le iniziative vengono coperte dal contributo della Società Arcus che ci ha sostenuto negli ultimi due anni. L’Eti, come ho già detto prima, ha 220 dipendenti e il peso maggiore è costituito dai teatri: Quirino, Valle, Duse, Pergola hanno 186 dipendenti. Persone che non possiamo certo mandare in mezzo alla strada. Dopodiché, bisognerebbe fare un’operazione di ristrutturazione dell’Eti e fare in modo che si costruiscano i presupposti affinché si liberino risorse".

Ho l’impressione che siamo di fronte ad una macchina complicata…

"Ma non sarebbe neanche tanto complicata se non trovassimo sempre ostacoli sulla nostra strada. Alcuni anche comprensibili, prendiamo i nostri dipendenti dell’Eti, è chiaro che ad ogni cambiamento politico sono terrorizzati e si chiedono che cosa succederà loro. Bisogna tranquillizzarli, che non succederà niente, però devono capire che la struttura va rimodernata".

La politica verso i teatri

Oggi gli spettacoli delle produzioni riconosciute vengono distribuiti dai circuiti teatrali regionali. Che tipo di rapporto si è determinato fra l’Eti e questi circuiti?
"Attualmente in Italia c’è un sistema misto. Parte della distribuzione viene fatta attraverso i circuiti, parte dai teatri stabili, comunali, e via dicendo. Per quanto riguarda il rapporto con i circuiti, era funzionale al contributo. L’Eti dava un contributo ai circuiti variabile a seconda del soggetto (sappiamo che un ente pubblico per assegnare delle sovvenzioni è costretto a fare dei bandi). Io ritengo che questa modalità sia sbagliata. I contributi sono prerogativa del Ministero, l’Ente non dovrebbe procedere con la stessa logica. Esiste un problema di risorse, tuttavia, di fronte al quale occorre dare una risposta. Stiamo quindi cercando di elaborare delle strategie per non privare la distribuzione delle indispensabili risorse per funzionare. In particolare a quel settore difficile della distribuzione che si occupa dell’innovazione, della drammaturgia contemporanea. L’idea è quella di formulare degli accordi con le regioni, i soggetti più adatti a verificare lo stato del territorio. Alcuni ne abbiamo già stipulati, con le regioni Calabria, Toscana, Lazio, in via di perfezionamento sono quelli con l’Abruzzo e le Marche. L’idea prevede che il contributo venga dato su un progetto, che formuliamo di comune intesa con l’ente locale e venga realizzato in collaborazione con gli operatori teatrali locali".
I Teatri Stabili hanno creato un sistema di reciproco scambio istituendo di fatto una rete di distribuzione. L’Eti ha qualche relazione con questo sistema?
"Con i Teatri Stabili l’Eti non ha alcun rapporto. Può capitare che uno spettacolo che ci interessa inserire nella programmazione provenga da uno Stabile, ma non c’è nessun impegno, nessun accordo. Se li ospitiamo, lo facciamo alle stesse condizioni di qualsiasi altro teatro".

Dal suo punto di vista i Teatri Stabili Pubblici hanno rispettato il mandato per il quale sono stati istituiti, oppure il mercato, le esigenze diverse che li attraversano li hanno snaturati?

"Non credo che si possa generalizzare. Credo che il loro compito lo abbiamo svolto e lo svolgano, per lo più. Un teatro stabile si deve rapportare con il proprio territorio: diverso è fare lo stabile a Bolzano, diverso farlo a Genova. Strutture molto diverse (si va da teatri di millecinquecento posti a teatri da cinquecento), in realtà territoriali molto diverse. La funzione generale della ricerca del nuovo, dei nuovi attori, dei nuovi registi, dei nuovi autori, gli Stabili la devono svolgere, perché se non la svolgono loro chi la deve svolgere? È chiaro che anche fra gli Stabili c’è chi lo fa in maniera forte e chi in maniera meno forte".

Non c’è nella normativa con cui è regolata l’attività degli Stabili un obbligo di realizzare tante recite, tanti borderò, e via dicendo, che obbliga, in un certo senso, i teatri ad andare in giro?

"Sì ci sono degli obblighi, ma i numeri sono talmente bassi che non hanno nessuna difficoltà ad essere rispettati. Il problema è un altro: è la funzione in ambito nazionale che i teatri svolgono. I teatri stabili pubblici dovrebbero diventare, secondo la mia opinione, il sistema teatrale nazionale, il nocciolo duro del teatro italiano, in termini di risorse creative e finanziarie".

Parliamo di drammaturgia italiana. In una recente trasmissione televisiva, e lo ha confermato anche durante la nostra intervista, lei ha affermato che il Teatro Valle dovrebbe essere destinato al teatro italiano. Si tratterà solo di ospitalità a copertura economica garantita, oppure le compagnie agiranno a proprio rischio? Vi saranno anche produzioni apposite, o solo ospitalità? E inoltre, in ogni caso, chi deciderà i cartelloni?

"Non possiamo permetterci grandi risorse, pertanto la produzione sarà esclusa. Le compagnie verranno a rischio. La scelta del cartellone sarà effettuata dalla dirigenza dell’Eti, il Direttore Generale, darà gli indirizzi preventivi, si predispone un progetto che verrà portato in consiglio di amministrazione, il quale prenderà le decisioni. Il Direttore Generale avrà un doppio ruolo, assommando anche quello di una direzione artistica".

Reperire risorse

Un recente intervento di Curzio Maltese sul "Venerdì" di Repubblica, che Sipario ha commentato, rivela un dato sorprendente: che il pubblico dei teatri si aggira intorno ai dodici milioni di spettatori, molto di più del pubblico che ruota intorno agli stadi di calcio. Questo dato è stato confermato anche da un intervento di Angelo Della Valle, sempre su Repubblica…
"Ho polemizzato con Angelo Della Valle su questi dati. Riferendosi a Roma si parla di un incremento delle vendite del 21% e di un incremento degli incassi del 27%. Se così fosse, avremmo risolto il problema dei tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo. In realtà quei dati non si riferiscono a tutto il teatro, ma ad un particolare settore: quello dell’intrattenimento e dei grandi eventi. Il teatro tradizionale e d’innovazione a Roma soffre terribilmente. Se confrontiamo i dati d’incasso del Teatro Argentina con quelli dell’anno precedente verificheremo un decremento, lo stesso sui teatri dell’Eti. Ho anche polemizzato sul fatto che venga identificato in questo teatro di successo un modello da esportare: questo non è un modello da esportare affatto".

Perché nel teatro non si riesce a fare una politica di sponsorizzazioni sistematica?

"Dalla mia esperienza posso dire che lo sponsor non è interessato ad un progetto teatrale. Spesso è più interessato ad acquistare uno spettacolo da utilizzare per la propria promozione". 

Si potrebbe però cercare il modo di incentivare l’intervento degli sponsor, attraverso i canali fiscali…

"Questo è un altro problema al quale da anni in Italia si cerca di dare una soluzione. In Italia il sistema è diverso, lo Stato ha il controllo dell’intervento finanziario, è lo Stato stesso che prende il controllo delle entrate per destinarle come meglio crede. Il modello americano dove il privato finanzia quello che preferisce e dove ognuno trova le risorse come meglio crede da noi non può attecchire. Almeno finché lo Stato italiano resta uno Stato molto dirigista. I vari sistemi di cofinanziamento con la partecipazione di sponsor privati sono dei palliativi, che non incidono sul sistema generale. Certo se il sistema del tax shelter fosse applicato e se lo Stato fosse un po’ più liberista, probabilmente i fondi privati arriverebbero.
Credo che in Italia occorrerebbe cambiare profondamente la mentalità, anche di chi fa teatro. Il sistema dei finanziamenti pubblici infatti è molto garantista e difficilmente i teatranti stessi ci rinuncerebbero".

Purtroppo la mancanza di rischio abbassa anche la capacità creativa…

"Infatti difficilmente in Italia si vedono novità. Quello che manca fortemente in Italia è la produzione di nuove idee, come ha detto anche il presidente Napolitano, l’Italia ha grande bisogno di novità, di nuovo. Il nuovo sia in termini di attori, di registi, di idee… In Italia abbiamo due estremi, un teatro di convenzione, e la ricerca estrema, non c’è il teatro che propone novità.
Un altro aspetto che vorrei sottolineare è che il sistema teatrale del cosiddetto "teatro di giro" è un teatro troppo dispendioso, perché più del 50% delle risorse non vanno sul palcoscenico, ma per il montaggio, smontaggio, spostamento dello spettacolo, tutti soldi sottratti alla scena.
Ci sono poi una quantità di risorse che non rientrano nel FUS, ma che vengono impiegate male. Pensiamo a quanto spende un comune per un singolo spettacolo, magari del teatro leggero: venti, venticinquemila euro. Quel comune, poi, non avrà più soldi da spendere per altre proposte.
Questo è un compito che lo Stato dovrebbe assumersi, analizzare meglio gli interventi finanziari, fare delle nuove regole che tengano conto di tutte le situazioni nelle quali il teatro lavora, dare in questo modo nuovi indirizzi al teatro".

Nuove leve, gli attori, gli autori

Veniamo al problema dei giovani e delle scuole. In Italia c’è stato un proliferare di scuole, che ogni anno immettono sul mercato centinaia di attori. Negli ultimi tempi stiamo registrando un grande disagio fra queste nuove leve che incontrano grande indifferenza da parte di chi produce e dei registi che lavorano all’interno dei teatri. L’Eti ha in animo qualche progetto per proteggere questi giovani?

"Oggi probabilmente ci sono troppi attori. Proprio questa mattina ho avuto un incontro con Alberto Francesconi, dell’Agis, con il quale abbiamo in animo di mettere in piedi una sinergia Agis-Eti finalizzata alla promozione e alla formazione dei giovani, attori e tecnici. Tutti insieme bisogna lavorare affinché questi giovani trovino spazio. E lo spazio sono i teatri, le compagnie, i produttori. Una volta era molto diverso: nelle compagnie c’erano i primi attori e gli attori giovani. Oggi no. Oggi i Comuni che organizzano il singolo spettacolo vogliono il nome di grido, e questo è sbagliato: bisogna fare lavorare i giovani. Bisogna cambiare anche la mentalità del pubblico e degli organizzatori che determinano i programmi".

Il problema è che riducendo l’organico delle compagnie, che sono molte, si sono lasciati a casa un gran numero di attori: se prima occorrevano 14 elementi per ottenere il riconoscimento del Ministero, ora ne bastano 6.

"Con il meccanismo della salvaguardia, l’intervento dello Stato è legato ai contributi che uno versa, più addetti ci sono, più contributi si versano. Ma adesso c’è un altro problema. Abbiamo dato spazio ai cosiddetti spettacoli dei monologhisti. Quello che fanno Paolini, Celestini, e altri, benché bravissimi, non deve diventare per i giovani attori il modello dell’unico teatro possibile.
Regista, autore e attori, non lavorano più insieme. Prima cosa accadeva: si trovavano per un mese, un mese e mezzo, a lavorare sul testo. Oggi non accade più".

In molti paesi stranieri, in Germania per esempio, le compagnie finanziate dallo Stato hanno un drammaturgo residente, che lavora con la compagnia e gli attori. Oggi anche gli autori, se non hanno qualche canale privato in cui inserirsi trovano tutte le porte chiuse.

Dove va il teatro

Prima di essere Presidente dell’Eti, Lei è stato a lungo funzionario del Ministero, dove si è occupato sempre di teatro. Lei è quindi anche un qualificato testimone del mondo teatrale italiano. Posso chiederle una riflessione distaccata dal suo ruolo pubblico, sulla base della sua lunga esperienza: lei pensa che le condizioni del mondo teatrale, in questi anni, siano migliorate oppure viviamo in una fase di incertezza produttiva, creativa, e così via?

"Ho vissuto tutte le varie fasi del teatro recente, dal 1975 ad oggi, devo dire che ci fu un periodo in cui venne emanata la circolare cosiddetta ‘Carraro’ che davvero rivoluzionò il teatro italiano, sfoltendo tutte le cose inutili, riducendo gli organismi sovvenzionati da settecento a trecento. Oggi mi sembra che siamo tornati indietro nel tempo, come se quella rivoluzione fosse stata cancellata. Lo Stato interviene troppo, su troppi organismi, quindi deve selezionare su quali organismi intervenire e deve fissare attraverso regole chiare le funzioni che ognuno deve svolgere. Il Teatro Stabile Pubblico deve avere un certo tipo di funzioni, lo Stabile Privato altre, lo Stabile di Innovazione altre ancora, la Compagnia altre ancora. Per inciso, bisognerebbe chiarire anche che cosa significa Stabile Pubblico, Privato, d’Innovazione: forse la differenza grande dovrebbe essere tra teatro stabile e teatro non stabile, tra pubblico e privato. Quindi, assegniamo le funzioni che ciascuno deve svolgere, chi le svolge prende il contributo dello Stato, chi non le svolge non lo prende. Che funzione è quella degli Organismi di Promozione e Formazione teatrale, i cosiddetti Circuiti? Se vediamo il bilancio di uno di questi enti ci accorgiamo che spende molto di più per pagare le compagnie che per fare promozione per il pubblico".

 
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