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Gabriella CarlucciGabriella Carlucci

UNA LEGGE PER IL TEATRO

Intervista di Mario Mattia Giorgetti

Gabriella Carlucci, onorevole appartenente a Forza Italia, è autrice della proposta di Legge sullo spettacolo che andrà finalmente in discussione in Parlamento nei prossimi mesi. Un avvenimento, se si considera che da anni il settore attende una Legge di regolamentazione. Nell’intervista che proponiamo, la relatrice accetta di parlare con Sipario della situazione generale del teatro italiano e dei principi generali della Legge

vedi LEGGE PER IL TEATRO

Sono molti anni che si annuncia la formulazione di una legge sul teatro. Come mai non si è ancora riusciti a farla? Cosa è mancato in tutti questi anni, a suo parere: la volontà politica, un’efficace organizzazione dei lavoratori del settore che non hanno mai spinto a sufficienza su questo fronte, un concreto interesse da parte delle istituzioni e della politica?

L’esigenza di avere una Legge si impone a partire dal 2001, dopo la riforma costituzionale, dove è maturata la necessità di avere regole certe anche per il teatro. Dall’indagine che ho condotto, ho potuto rilevare che si è pensato troppo spesso che la legge dovesse semplicemente fotografare la realtà e per farlo si utilizzavano i regolamenti, le circolari con le quali per anni il Ministero ha governato il settore. La circolare aggiusta e sistema l’esistente, ma non consente di avere una spinta verso il futuro. Non si riuscivano pertanto a trovare dei criteri a lungo termine. La proposta di  Legge Strehler, degli anni ‘70, che aveva delle ricadute fiscali, aveva compreso che il futuro della cultura esiste solo se si trovano altre forme di finanziamento oltre all’aiuto diretto dello Stato. Durante tutti gli anni Ottanta abbiamo diversi tentativi di formulare una Legge, un regolamento generale. Non credo quindi che il motivo di questo ritardo sia nella mancanza della volontà politica, quanto nell’incapacità di andare oltre lo stato attuale dell’arte, nell’insistere a voler fotografare il presente.

Il dispositivo della Legge

Per il cinema e lo spettacolo, in molti paesi europei, il finanziamento pubblico è sicuramente cospicuo, ma contestualmente ci sono delle misure importanti di defiscalizzazione. In Inghilterra, accanto al Ministero della Cultura, che utilizza i soldi raccolti grazie alle lotterie per finanziare direttamente cinema e cultura, c’è sempre stato un aiuto indiretto con forme di defiscalizzazione. In Italia questo non si è mai fatto.
Con la riforma del titolo Quinto della Costituzione, nel 2001, (approvata senza approfondire la questione spettacolo, basti pensare che la parola stessa non  è citata, si parla solo genericamente di sostegni alle attività culturali), si è aggiunto un problema: definire le competenze di Stato e Regioni in materia di spettacolo, una materia che non era però definita. Primo problema è stato dunque capire se nelle attività culturali sono ricompresse le attività di spettacolo e in che modo. Una volta acclarato grazie alle sentenze della Corte Costituzionale, che lo spettacolo è una “materia concorrente”, ossia lo Stato detta i principi e le regioni li attuano, è sorto un nuovo problema: chi gestisce i finanziamenti dello Stato? Questa è stata materia di discussione dal 2001 al 2006.
Dal 2001 ho cominciato a lavorare a questo tema, facendo una serie di proposte: la mia prima proposta di legge sullo spettacolo dal vivo è stata depositata nel 2001. Successivamente nel 2002. E  l’impostazione che ho dato, anche confortata dal parere di un costituzionalista, è che lo Stato debba dettare i principi, ma anche mantenere il controllo sui finanziamenti. Non si può parcellizzare il Fus, distribuirlo alle regioni, tra l’altro quale sarebbe il criterio giusto,ma è opportuno disciplinare la materia con un criterio unitario.
Dunque occorre far entrare a pieno titolo gli enti locali nella suddivisione del FUS e nella ripartizione dei finanziamenti. Nella Legge da me proposta sono indicati i criteri e i modi in cui questo può accadere. La mia proposta prevede che gli enti locali vengano attivamente coinvolti anche a livello decisionale attraverso la Conferenza Stato Regioni e attraverso il Consiglio dello Spettacolo a cui a pieno titolo partecipano stato, regioni, province, comuni e città metropolitane, e che prevede la ripartizione tra prosa, danza, circo, musica, a pari livello di competenza e di discussione. È ovvio che nel momento in cui le Regioni partecipano alle decisioni non possono più solo gestire il finanziamento dello Stato, ma devono partecipare anche economicamente.
Non solo, nella proposta di legge si dice anche che laddove gli enti locali progettino autonomamente, non devono pensare all’evento culturale, ma al progetto, ossia non solo alla realizzazione di eventi ma anche alla circuitazione delle opere, alla formazione del pubblico e alla formazione delle professionalità dello spettacolo.

Proteggere la professionalità

Vorrei affrontare ora il tema dell’occupazione nel settore teatrale. Un primo problema è costituito a mio parere dal fatto che sempre più spesso, e specialmente all’interno del teatro pubblico, assistiamo ad un’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di una sola persona che assomma i ruoli di direttore artistico, regista, adattatore, autore, attore di molti degli spettacoli che compongono il cartellone. Non trova che in questo modo si sottraggano concrete possibilità ad altri artisti e professionisti? E ancora: negli anni Sessanta per essere riconosciuti dallo Stato come Compagnia primaria erano necessari 14 elementi in una compagnia, adesso ne sono sufficienti 6. Non trova che anche in questo modo si incrementi la disoccupazione, soprattutto fra i giovani attori e tecnici?In sostanza: la legge affronterà anche questi aspetti, che mi sembrano di assoluta priorità?

Questa è una domanda molto complessa che richiede una risposta articolata. In primo luogo io ritengo che il FUS, la principale fonte di finanziamento pubblico allo spettacolo, vada mantenuto e incrementato, non solo con l’aiuto dello Stato, ma con diverse forme di credito d’imposta. Questo è un concetto incluso nella proposta di legge. A mio avviso il finanziamento dello Stato deve essere assolutamente affiancato da altre forme di finanziamento. Per quanto riguarda il finanziamento dello Stato, la mia proposta prevede che non debba più esserci una dotazione fissa che fa riferimento al finanziamento storico, ossia, poiché da sempre a quel teatro abbiamo dato una certa cifra, continuiamo ad erogare la stessa. A mio avviso, bisogna ripartire il finanziamento ai teatri in funzione di diversi criteri: la diversificazione del programma proposto, del tipo di spettacoli offerto, se un teatro propone non solo prosa, ma anche danza, concerti; la formazione del pubblico, con programmi al mattino in cui si insegni il teatro ai bambini delle scuole; la ricerca dei nuovi talenti, della nuova drammaturgia, che oggi non viene perseguita con adeguata convinzione; l’estensione del programma e delle attività del teatro, differenziando chi fa attività solo durante un periodo dell’anno da chi fa attività durante tutto l’anno. In base a questi criteri lo Stato assegna dei punteggi, sulla base dei punteggi il teatro matura il diritto a una quota maggiore o minore del finanziamento. Credo che questo possa essere un buon sistema per invogliare gli organismi a comportamenti virtuosi. Se essere una compagnia di venti elementi offre garanzia di ottenere migliori punteggi, ho interesse a costituire una compagnia di venti elementi; se fare lavorare i giovani offre maggiori punteggi, ho interesse a far lavorare i giovani. In questo modo si suscita una sana competizione tra organismi che premia chi è più dinamico e invoglia tutti a lavorare più dinamicamente.
Inoltre, il privato che volesse investire, ha interesse maggiore ad investire in un teatro in movimento, che propone cose nuove, che attira più pubblico, che cerca anche di fare ricerca di un nuovo tipo di pubblico. Quest’ultimo è un tema particolarmente importante. Non credo che si faccia abbastanza per attrarre nuovo pubblico, oltre a quello consolidato, composto da coloro, come noi, che a teatro sono sempre andati e continuano ad andare. Quindi tutto ciò che si può fare per attrarre nuovi spettatori è utile al teatro e crea maggiore appeal per chi vuole finanziare.
Purtroppo, l’impressione è che molto spesso i teatri si adagino sui criteri “quantitativi” previsti dal ministero - un certo numero di recite, un certo numero di persone impiegate, un certo numero di titoli in cartellone - e su questi impostino la loro politica. Il rischio è un certo immobilismo, una certa ripetitività dei programmi e delle proposte.

Teatro, idee, ideologie

Parliamo del valore culturale e sociale del teatro. Per molti anni, in Italia, si è ritenuto che il teatro fosse appannaggio della cultura di sinistra. Il Ministro, recentemente, ha detto pubblicamente che la cultura non è né di destra né di sinistra, ma è uno strumento di crescita sociale del paese. Cosa ne pensa? Pensa che l’ideologizzazione della cultura, parliamo soprattutto di quella teatrale, abbia nociuto in questi anni al corretto sviluppo del settore?

Il Ministro ha ragione. Come la Germania, l’Italia ha subito sessant’anni fa la “cultura dei vincitori” essendo uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale. Ciò che nacque a Milano, con Strehler, col teatro brechtiano, credo risponda a questo criterio. A questo aggiungiamo che dal secondo dopoguerra in poi, i politici del nostro paese non hanno avuto interesse a modificare la situazione perché in fondo il teatro pubblico non assorbiva molte risorse, e poteva costituire una valvola di sfogo che non impediva di governare. Questo “combinato disposto” di “cultura del vincitore” e di sostanziale “lasciar fare” della politica ha costruito la situazione attuale, che, in fondo, può dirsi un’anomalia nel panorama europeo. Da nessuna parte del mondo, credo, si dà per scontata questa posizione ideologica del teatro, che è divenuto uno strumento di propaganda. In tutta la storia del teatro abbiamo sempre incontrato la critica del potere esistente, ma unita ad una critica dei costumi, della società. Spesso il teatro è stato il luogo in cui emergevano i problemi di una società, in cui venivano denunciati i mali di una certa società in un certo periodo, ma la critica non era mai a senso unico e mai per indottrinare. Prendiamo l’esempio di Gomorra, un libro, un film, uno spettacolo teatrale di forte denuncia nei confronti di un male grave della nostra società. Invece un certo teatro, derivante proprio da Brecht, è teatro della propaganda, è comizio politico. 
Per questo mi batterò sempre per i principi che sono a fondamento della proposta di legge, perché ritengo che siano l’unica garanzia dell’effettiva libertà del teatro da qualsivoglia potere politico e dunque l’unica garanzia dell’indipendenza del teatro, che sarà sempre libero di condurre il proprio progetto di ricerca se questo incontra l’interesse di un pubblico. Non ho mai potuto sopportare la tendenza di molti uomini di spettacolo a cercarsi l’amicizia o l’appoggio del politico di turno.

La formazione: i nuovi talenti

Produzione e formazione, sono, nel settore teatrale, due ambiti che comunicano con difficoltà: le scuole preposte alla formazione degli attori diplomano allievi che fanno molta fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro, anche laddove si tratti di scuole pubbliche, come l’Accademia Nazionale, e di teatri pubblici come gli Stabili. Come si può ovviare a questo problema? La legge affronta anche questo aspetto?

Nella Legge sono previsti una serie di strumenti che coinvolgono anche il Ministro del Welfare, come la lista SpettacoloIT dei lavoratori dello spettacolo, che già esiste ma non è mai partita, l’inserimento dei lavoratori all’interno della Borsa Nazionale del Lavoro. Si tratta di una banca dati a disposizione del ministero in cui sono chiari, per ogni nominativo, provenienza, storia, competenze, unificando i dati provenienti dal Ministero dei Beni Culturali e dall’Enpals per mettere in comunicazione chi cerca con chi trova, nella massima trasparenza. Chi organizza un provino può rivolgersi alla Borsa Lavoro che provvede ad avvisare via sms gli iscritti.

Parliamo ora dell’ETI, il principale ente pubblico statale dedicato al teatro. Come vede il suo ruolo all’interno del sistema, sarà orientato più sulla distribuzione, sulla promozione?

Certo uno dei principali problemi per l’ETI è rappresentato dai teatri che ha in gestione che sono un costo molto alto. Probabilmente si potrebbe interessare gli enti locali ad acquisire la proprietà dei teatri. Un ente che spende il 90% del suo bilancio per gli stipendi e per la gestione degli immobili teatrali difficilmente potrà fare grandi cose. A mio avviso il compito principale dell’ETI è la promozione, del teatro italiano all’estero, e anche della nuova drammaturgia italiana. Per esempio non trovo giusto che l’ETI faccia dei bandi di finanziamento rivolti unicamente agli organismi di produzione, perché in questo modo si escludono una quantità di soggetti che fanno promozione, ricerca… Personalmente, vedrei l’ETI a presiedere un festival della nuova drammaturgia e dei nuovi talenti, utilizzando spazi messi a disposizione dagli enti locali, un teatro al nord pagato dalla Regione Lombardia piuttosto che Piemonte, un teatro al sud pagato dalla regione Puglia piuttosto che Sicilia. Tre mesi di festival con una rassegna dei nuovi drammaturghi, dei giovani registi, dei giovani attori.
Se l’ETI, oltre alla promozione del teatro italiano all’estero, oltre alla circuitazione degli spettacoli in Italia – cose che, se avesse più risorse, potrebbe fare più agevolmente – fosse una sorta di grande “orecchio di Dioniso” puntato sul nuovo… come hanno fatto ad Edinburgo, nel contesto del Festival.

La promozione: il pubblico

Un altro importante polo del sistema teatro è il pubblico. La legge prevede qualche aspetto riguardante la formazione del pubblico?

Nella Legge sono accennate alcune cose, che ho concretizzato in un progetto da presentare ad Arcus, un soggetto che si occupa proprio di finanziare programmi di promozione culturale. A mio parere la formazione del pubblico dovrebbe essere una delle priorità di Arcus.
Il progetto prevede di dotare alcuni soggetti con difficile accesso agli eventi culturali importanti - per esempio piccoli paesi remoti, lontani dai principali centri urbani - di schermi digitali satellitari attraverso i quali trasmettere spettacoli, per esempio le stagioni dei teatri lirici, del balletto, attraverso un accordo stipulato coi teatri stessi, ai quali viene conferito un diritto per la messa in onda. Inoltre abbiamo un patrimonio di registrazioni digitali realizzate da Rai Trade – con il teatro, col patrimonio di filmati dell’Istituto Luce, con il cinema italiano – che per ora giace negli archivi. Che circuitazione abbiamo di questo patrimonio? Nessuna. Ecco perché una priorità è che gli enti locali vengano coinvolti in questo progetto di formazione del pubblico. 
Il patrimonio della Rai è amplissimo e di grandissimo valore. La Compagnia dei Giovani, il Teatro di Strehler, i grandi autori, registrati con la grande maestria della Rai – presa diretta, cinque telecamere – e che costituiscono un patrimonio ignorato dai giovani e giovanissimi.
Come formiamo il pubblico se non partiamo anche dalla storia del nostro teatro?
Oltre allo schermo fisso, il mio progetto prevede anche uno schermo mobile che possa essere trasferito facilmente, come quello che attualmente viene utilizzato per la pubblicità.

La legge prevede dunque che vi siano investimenti adeguati anche nella diffusione di questo patrimonio?

Certo. Nella Legge parliamo di diverse forme di finanziamento, al di là del FUS. Per esempio Arcus che non è mai stata dotata di un regolamento, dotata di regole certe, possa finanziare progetti di formazione. Se noi investiamo nella conoscenza storica, investiamo sul futuro del nostro pubblico. Oltretutto molti teatri registrano gli spettacoli, quindi esistono archivi presso i singoli teatri, che vanno messi a disposizione del pubblico.

Tutelare i professionisti

Gli attori rappresentano la forza principale dello spettacolo. Abbiamo parlato prima della difficoltà al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro, vorrei parlare ora anche delle difficoltà che spesso gli attori incontrano al momento dell’uscita dal mondo del lavoro. Sappiamo come molti grandi attori, cito solo il caso di Salvo Randone, hanno attraversato serie difficoltà e un completo abbandono da parte delle istituzioni. La legge prevede qualcosa in questo senso? E inoltre: è possibile tutelare la professione dell’attore, al pari di molte altre professioni, da chi pretende di praticarla senza averne le doti e la preparazione adatta, penso, purtroppo, ai tanti divi venuti dalla televisione che sottraggono lavoro agli attori “veri”?

Oggi il sistema pensionistico dei lavoratori dello spettacolo è molto migliorato e la categoria va assimilandosi sempre più, su questo versante, a quella dei lavoratori autonomi. Un tempo se non mettevi insieme un certo numero di giornate lavorative non maturavi il diritto alla pensione. Oggi non è più così e personalmente conto di lavorare per l’aumento di quelle provvidenze e previdenze necessarie a garantire la vecchiaia per gli operatori del settore e una serie di tutele che non abbiamo, come la malattia, l’infortunio. Si tratta di garantire a chi è precario per eccellenza, a chi fa un lavoro anomalo, intermittente, le stesse tutele che vengono garantite a tutti i lavoratori.
Questo è un punto molto importante e qualificante per la legge.
Il problema della televisione che sforna divi usa e getta è molto serio: non è possibile che chiunque, per il solo fatto di essere comparso in televisione possa fare l’attore di cinema, di teatro. Bisogna trovare un sistema che coinvolga e responsabilizzi la Rai, che è il servizio pubblico e che non si deve più sottrarre al suo ruolo di promozione dello spettacolo. Il Contratto di servizio della Rai con il suo Editore, cioè lo Stato, dice chiaramente che la Rai deve fare promozione del pubblico, obbligo che essa disattende completamente.

Per esempio la Rai potrebbe utilizzare le sue sedi regionali per la promozione del teatro, dando spazio alle varie compagnie di attori – quelli veri – che potrebbero farsi conoscere. Che senso ha trasmettere i concerti di musica lirico-sinfonica dopo la mezzanotte? Non posso credere che in Italia non esistano creativi capaci di inventarsi dei programmi che presentino il teatro, la musica, la lirica in modo intelligente e accattivante. Pensiamo a professionisti come Bonolis o Fiorello: possibile che nessuno sia in grado di cucire loro addosso un format dedicato a queste arti, piacevole da guardare e capace di attirare pubblico? La Rai dovrebbe occuparsi di questo. Oggi la televisione è mera riproduzione di format provenienti da altri paesi, perlopiù di puro intrattenimento. Gli autori della televisione si lamentano di questa situazione: di essere stati trasformati in traduttori di format esteri.

 
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