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Francesco Ernanifrancesco ernani

Responsabilità e impegno creativo
Intervista a cura di Mario Mattia Giorgetti

"Tuttavia, se lo Stato, poi, ha tagliato i fondi pensando che il privato sostituisse l’intervento pubblico, questo è stato un errore che, nei governi succedutisi, ha portato difficoltà particolarmente gravi..."


Incentivare la creatività, investire di più e in qualità, responsabilizzare gli amministratori: queste alcune delle primarie necessità per riformare il teatro italiano, secondo il parere del sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma.

Vorrei cominciare da un suo parere sulla recente Legge Asciutti.
"Il nostro Paese ha bisogno, a mio parere, di assunzioni di responsabilità che, dopo la trasformazione degli enti lirici in fondazioni di natura privata, non devono trovare nel sistema cartolare o legislativo le risposte, ma dovrebbero trovarle nelle modalità di gestione con cui ciascuna istituzione è tenuta ad operare".

Enti e Fondazioni
"Una volta che si conoscono i contributi dello Stato, degli Enti Locali, dei Privati e i ricavi che derivano dalla biglietteria e dalle sponsorizzazioni, chi è chiamato a gestire, il consiglio d’amministrazione e il management dell’Istituzione, deve garantire che il programma delle attività corrisponde alle risorse a disposizione per quell’anno o per quegli anni in cui è in carica. Questo è l’impegno che, a mio parere, ciascun organismo dirigente dovrebbe assumere. Personalmente avrei modificato il provvedimento legislativo Asciutti già da tempo, affinché lo Stato finanzi il contratto collettivo nazionale di lavoro, avendo approvato i cosiddetti "regolamenti organici" o le "dotazioni funzionali" di ciascuna istituzione. I contratti aziendali, laddove essi siano stati sottoscritti, rientrano nella responsabilità di ciascun teatro d’opera e del relativo consiglio Teatro dell'Operad’amministrazione. Laddove non si raggiunga un pareggio di bilancio sarebbe necessario intervenire attraverso il commissariamento, o anche attraverso la messa in liquidazione dell’istituzione che non fosse stata capace di conseguire gli impegni autonomamente assunti".
Le fondazioni hanno agevolato la dinamica delle decisioni e delle partecipazioni, rispetto alle precedenti forme di organizzazione degli enti, hanno portato dei benefici reali?
"Certamente. La trasformazione degli enti lirici in istituzioni di diritto privato ha consentito il migliore intervento del privato e delle imprese, anche perché sempre più, in questo nuovo secolo, si sta raccogliendo l’attenzione verso il valore sociale dell’attività delle imprese. Questo è stato un esito molto positivo. Tuttavia, se lo Stato, poi, ha tagliato i fondi pensando che il privato sostituisse l’intervento pubblico, questo è stato un errore che, nei governi succedutisi, ha portato difficoltà particolarmente gravi nei teatri del centro-sud, dove la sensibilità e le possibilità d’intervento dei privati non sono ancora allo stesso livello del centro-nord. Con le evidenti conseguenze, e i problemi gravi evidenziatisi in alcuni teatri come il San Carlo, il Teatro di Palermo. E egualmente il nostro Teatro dell’Opera, che ha accesso ad interventi di natura ben diversa rispetto a una Scala, a un Regio di Torino".

Il Fondo Unico per lo Spettacolo
Rispetto ai costi di produzione, enormemente lievitati, c’è stato un adeguamento del Fus oppure è rimasto legato a vecchi parametri di produzione? Mi sembra che ci sia uno squilibrio tra i costi e le disponibilità, in questo senso.
Caracalla"Gli ex enti lirici, trasformati in fondazioni di natura privata, dal 1985 grazie al Fus, sono passati dal finanziamento specifico totalmente a carico dello stato, al finanziamento da parte dello stato di una quota pari al 47% circa del contributo. A chi sostiene che le fondazioni liriche assorbono il 50% del Fus io dico che bisognerebbe cambiare, bisognerebbe che lo Stato decidesse il finanziamento dei teatri d’opera anche al di fuori del Fus, con la chiarezza necessaria, perché i teatri d’Opera, dagli anni Venti in avanti e poi con la Legge 800 del 1967, sono istituzioni che hanno costi fissi altissimi, con le dotazioni organiche di orchestre, coro, corpo di ballo, personale di sala, operatori tecnici. Costi fissi che ormai il contributo dello stato non riesce a coprire. Quindi la situazione richiede un’attenzione legislativa tutta particolare. C’è in atto una discussione sulla riforma costituzionale? Occorre chiarire, allora, quali sono le competenze specifiche degli enti territoriali e dello Stato nel campo della cultura, quali sono le istituzioni che lo Stato ritiene di mantenere a livello nazionale coprendo tutto il costo del personale stabile, al quale spetta il compito di conservare il patrimonio della lirica italiana confrontandosi con quello che avviene sul panorama internazionale. Se non si affrontano queste cose con grande chiarezza si fa una mistificazione di fatti, con grande pericolo di degrado di una delle forme d’arte ancora importanti del nostro paese, chè se l’italiano è lingua franca lo si deve in larga parte all’opera e alla musica. Mi auguro che chi ha responsabilità politiche nazionali avverta bene questa realtà, tenendo presente quello che diceva Camillo Benso di Cavour, che "non s’intendeva di timpani e di violini, ma sapeva che l’opera era un bene importante per il paese" e, su suggerimento di Giuseppe Verdi, già allora cercò di dare le risposte più opportune all’opera".
I sindacati e le maestranze denunciano che sono aumentate le entrate, ma che non vi è stato un conseguente adeguamento dei contratti. È vero o si tratta solo di rivendicazioni?
"Il personale è ormai da considerare soggetto d’istituto del teatro d’opera, insieme al consiglio d’amministrazione e al pubblico, tutti chiamati a partecipare al buon funzionamento istituzionale. La partecipazione dei lavoratori è fondamentale per perseguire la missione e le finalità dell’istituzione di diffusione della musica sul piano territoriale e di educazione all’arte e alla musica della collettività. Ciò premesso, bisogna dire che ciascun teatro ha le proprie specificità di situazione. Se un teatro ha un incremento delle entrate va verificato se è opportuno investire sul patrimonio, piuttosto che sul personale, tenendo presente che i contratti nazionali sono stati tutti sempre rinnovati e che il problema dell’accordo aziendale va riferito ai risultati di bilancio di ciascun teatro. Dunque si tratta di una richiesta legittima, ma che va commisurata ai risultati di bilancio del singolo teatro".

Il pubblico

Parliamo del pubblico. Tradizionalmente, il pubblico dei teatri d’opera è costituito di persone di una certa età. Sta cambiando un po’ la situazione? Si sta facendo qualcosa per rinnovare il pubblico? Ci sono strategie che possano avvicinare i giovani a questa forma d’arte?
"Penso che nella società del ventunesimo secolo non si possa più pensare di riempire le sale d’opera unicamente con un pubblico maturo. Il Teatro dell’Opera di Roma ha avuto, nella scorsa stagione, circa quarantamila ingressi di spettatori giovani, abbiamo diversi progetti importanti dedicati ai giovani, siamo stati premiati per il progetto "Magia dell’opera" dove i bambini delle scuole elementari, accompagnati dalle loro maestre, hanno cantato insieme all’orchestra alcuni brani della produzione dello scorso anno Il Turco in Italia e di quella di quest’anno La figlia del reggimento, in francese. Il problema allora è quale politica ciascun teatro porta avanti nel proprio territorio e, a mio parere, quella rivolta ai giovani è fondamentale. Purtroppo in Italia l’educazione musicale non è a livelli adeguati alla storia musicale del nostro paese: a questo bisogno dobbiamo dare una risposta adeguata. Mi auguro che questo aspetto sia molto sentito da chi ha responsabilità politiche nazionali.
Francesco ErnaniL’altro aspetto riguarda l’investimento che facciamo nei conservatori di musica. Se è vero che abbiamo cinquantamila giovani iscritti nei conservatori di musica e non diamo loro risposte adeguate c’è da preoccuparsi. Quando si legge la lettera di una professoressa del Conservatorio Verdi di Milano che dice che da aprile non percepise la propria retribuzione, è chiaro che siamo di fronte ad un problema drammatico e ad una situazione che richiede con forza una soluzione".

Negli ultimi tempi stiamo anche assistendo ad un rinnovamento del repertorio da parte di numerosi teatri, anche dell’Opera di Roma. Questo aspetto, che dal punto di vista della creatività è molto confortante, viene assecondato dal pubblico o viene accolto con diffidenza?
"Io sono convinto che la creatività vada sempre agevolata. E son convinto che il compito di chi guida un’istituzione sia quello di verificare con le attività creative il miglior modo di presentare il prodotto al pubblico. È chiaro che la responsabilità della direzione è di verificare se un progetto artistico presentato da un regista possa funzionare in relazione al proprio teatro, è chiaro che è difficile pensare che in un teatro abituato ad un certo repertorio il pubblico possa apprezzare qualcosa di totalmente estraneo alle abitudini. Quindi personalmente non appoggerei proposte che stravolgessero completamente la drammaturgia di un’opera. Le appoggerei invece all’interno di un contesto diverso da quello dell’Opera di Roma, un festival come il Maggio Musicale o Spoleto, per esempio. È bene pertanto investire sulla creatività. Il Teatro dell’Opera di Roma sta comunque muovendosi in questa direzione, mettendo in scena opere nuove di autori contemporanei, penso, per esempio, a Gianluigi Rendine".

I corpi di Ballo

Gli enti lirici che hanno anche il corpo di ballo sono ormai pochi in Italia. Si ha l’impressione che il ballo sia quasi un peso, per molti organismi, e che la tendenza sia quella di liberarsene. È davvero così?
"Forse, più che un’impressione, è una realtà. Molti enti lirici hanno cancellato il proprio corpo di ballo, preferendo affidare le proprie produzioni di balletto a compagnie esterne, o addirittura preferendo ospitare produzioni estere. Io ho sempre pensato che il ballo sia un valore aggiunto essenziale per un Teatro d’Opera, e dovunque ho operato, a Milano, a Verona, a Firenze e a Roma, dove c’erano corpi di ballo, ho sempre lavorato per potenziare la compagnia, investendo sulle giovani leve provenienti dalle scuole del paese affinché sviluppassero le proprie potenzialità divenendo primi ballerini o addirittura étoile di livello internazionale. Credo molto all’importanza della danza, come bene culturale per l’Italia".
Teatro dell'Opera di RomaIn effetti bisogna riconoscerle il merito di avallare per la danza progetti anche molto innovativi, progetti che meritano e hanno meritato attenzione e stima da parte del pubblico e della critica. Da dove le proviene questo entusiasmo, questo coraggio?
"Nasce dalla consapevolezza che non si possono deludere i giovani che frequentano le scuole di danza. Ricordo che quando arrivai alla Scala, negli anni Settanta, la scuola aveva grandi problemi di spazi e di organizzazione. Partecipavo alle riunioni con Paolo Grassi, con la allora direttrice, la signora Prina, ma parlavo anche con gli allievi. Allora un giovane diplomato non aveva molte alternative, se non andare immediatamente all’estero, poiché anche il sistema burocratico non consentiva ad un giovane ballerino di fila di essere scritturato per ruoli di primo ballerino. Non si può tradire le aspirazioni e le capacità creative e interpretative di questi giovani. Questo è un impegno professionale che ho sempre portato avanti e che ancora porto avanti. A Roma abbiamo una scuola dove seguiamo i giovani dagli otto ai diciotto anni. Non possiamo deluderli. Quello della danza è uno studio molto duro, che richiede molti sacrifici. Persone che sacrificano la propria vita per l’arte, non possono essere deluse e abbandonate".

Teatro e televisione

Ha citato Paolo Grassi, che è stato un grande animatore culturale. Sia come direttore del Piccolo prima, poi come sovrintendente della Scala ha saputo intuire immmediatamente le potenzialità del mezzo televisivo, promuovendo la presenza del teatro e dell’opera in televisione. Oggi cosa è rimasto di questa grande intuizione?
"A me pare che tutta la cultura italiana della prosa ma anche della musica e della lirica non abbia gli spazi che merita e che, a mio avviso, il pubblico richiederebbe. Ricordo che da ragazzo ascoltavo tutto il teatro di prosa che la televisione trasmetteva, ero diventato un appassionato di Gilberto Govi e di Eduardo. Oggi, a mio parere, non si dà importanza all’esigenza dello spettatore che vorrebbe una rete per la cultura, con orari accessibili, che consenta il soddisfacimento dei bisogni culturali anche a coloro che hanno poco tempo per muoversi da casa. Nulla di questo sta avvenendo".
Il ministero della pubblica istruzione ha qualche iniziativa sistematica per avvicinare i giovani alla musica, alla lirica, alla danza?
"Recentemente ho avuto un incontro al Ministero della pubblica istruzione con l’ex ministro Berlinguer, che attualmente è presidente di una commissione per la musica. Si è parlato di progetti di carattere nazionale, dell’educazione alla musica dei ragazzi fino ai quattordici anni, e mi auguro che questo progetto abbia corso, che i giovani fino alle medie possano finalmente accedere ad un livello di formazione musicale all’altezza di quello degli altri paesi europei".
Ma non esiste già un protocollo attivo fra le scuole e il Ministero e gli enti lirici?
"No, con gli enti lirici non esiste. C’è l’iniziativa di cui parlavo sopra, che deriva da una disposizione legislativa e regolamentare, mi è stato riferito, che potrebbe darci sul piano nazionale degli importanti miglioramenti".

Italia ed estero

Attualmente, come Teatro dell’Opera, avete due sedi ufficiali. Ci sono delle novità su questo versante, anche in relazione a quanto lei diceva prima a proposito del fatto che ogni progetto creativo deve trovare il suo spazio adeguato?
"Per l’Opera di Roma, dopo la concessione del Teatro Nazionale, si è riusciti ad attivare una collaborazione col Teatro Costanzi. Questo porta anche a meglio investire sui progetti artistici, potendo, con un teatro di cinquecento posti, meglio accontentare il pubblico che gradisce l’innovazione e la contemporaneità, laddove il pubblico del Teatro Costanzi è più legato al repertorio.
Così alle Terme di Caracalla il nostro teatro è chiamato a presentare un repertorio capace di accontentare un pubblico che proviene da altri paesi e che si aspetta di assistere all’opera così come la nostra tradizione l’ha diffusa. Questo impegno è fondamentale, se consideriamo che il turismo culturale è circa il 30% del turismo mondiale. Se viene catturato da eventi artistici di qualità, non può che portare benefici notevoli a tutto il territorio e al paese. Quand’ero sovrintendente per l’Arena di Verona ricordo la lettera di una signora che mi ringraziava dello spettacolo a cui aveva assistito e mi ricordava di avere imparato l’italiano attraverso i libretti d’opera".
Abbiamo circa 90 istituti italiani di cultura all’estero. Frequentandoli, ci si accorge che l’italiano viene studiato e che questi Istituti sono il veicolo per la nostra lingua e la nostra cultura. Esiste un progetto diretto verso questi organismi, affinché i giovani nei paesi stranieri vengano avvicinati alla cultura musicale e operistica italiana?
"Non ritengo che ci siano dei collegamenti organici. Ci sono iniziative che di volta in volta vengono attivate su richiesta di singoli soggetti. Un collegamento sarebbe importante. Nell’annuario della Società Dante Alighieri del 2006 ho fatto un intervento nel qual parlavo dell’importanza dell’opera e della necessità di coinvolgere il piano internazionale nel modo più opportuno su questa forma d’arte che rappresenta il patrimonio italiano. Su questo fronte tuttavia c’è ancora molto da fare".
Un sogno o un progetto?
"Mi piacerebbe riuscire a dare a questo paese una sua forza sul piano mondiale. Quello che a me dispiace è assistere al degrado della lirica italiana. Mentre nel passato accadeva che dall’estero venissero in Italia a chiedere consigli, chiarimenti, oggi parliamo sempre più inglese, diamo valenza alle strategie dei teatri extraeuropei ma non siamo capaci di mantenere la nostra singolarità nel campo della musica, della danza, del canto. Mi piacerebbe allora che questi valori venissero riaffermati con forza. Attraverso un approfondimento delle strategie affinché i nostri giovani e il loro talento si esprimano in Italia. Giuseppe Mazzini diceva che se anche un solo giovane italiano avesse spirito creativo, dovremmo fare qualcosa per lui. Questo è il mio sogno".


 
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