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Discorsi sull'Attore
         
         
  Discorsi all'attore  
    a cura di Mario Mattia Giorgetti    
       
   

Professionisti e non

   
   

Attore professionista, attore amatoriale: due aspetti della medesima realtà. Questo tema si è affrontato nel corso di una recente tavola rotonda, in occasione della prima festa del Teatro organizzata dalla Fita Lombardia.
Da tempo si usa questa genere di distinzione, da quando sono subentrati: i contratti di scrittura, le iscrizioni agli enti proposti alla tutela dei diritti sociali e assistenziali dei lavoratori dello spettacolo. Questa distinzione, si deve desumere, che sia abbastanza recente, non si perde certo nel tempo. Pertanto, occorre approfondire quali siano stati i motivi che hanno determinato questa necessità di distinguere. Evidentemente c’è sempre qualcuno che sente il bisogno di catalogare: da una parte coloro che per professione, meglio sarebbe dire per mestiere, hanno scelto di campare con il lavoro dell’attore, spaziando dal teatro, al cinema, alla pubblicità, al doppiaggio, alla radiofonia; e dall’altra, invece, gli attori che al teatro dedicano il loro tempo libero.
Questa distinzione, che una volta si poteva dire netta, riconoscibile, oggi è tesa sempre più a fondersi, impastarsi, fino a far sorgere il problema: professionismo o dilettantismo?
Questa distinzione, sicuramente, è nata per giustificare i risultati artistici dell’una e dell’altra categoria, come se ci fosse la necessità di entrambe le parti di proteggersi, di farsi riconoscere, d’informare sulle qualità delle proposte.
Una distinzione, se vogliamo, un po’ classista, discriminante, ma che il pubblico voleva. Che i professionisti volevano. Guai essere confusi con i filodrammatici. Significava scadere nel banale.
Ma oggi le attività degli uni e degli altri s’incrociano, si amalgamano, c’è voglia di uscire allo scoperto per affermare che non è più tempo di distinzioni. Oggi è tempo di risultati, di proposte, di contenuti.

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Una rete organizzatissima

Se facciamo un salto indietro, ci accorgiamo che il teatro è nato come forma amatoriale: dai tempi dei tempi, gli attori partecipavano alle rappresentazioni, sia di tragedie, sia di sacre rappresentazioni, sia di teatro di corte, come puri dilettanti, originando così la storia che conosciamo. E’ grazie a questo diletto che noi possiamo conoscere il teatro antico, quello medievale, quello rinascimentale. Quindi dobbiamo a loro, a questi dilettanti, se oggi questo genere di attività ha raggiunto anche un profilo professionale. Ma la vita teatrale del dilettante, una volta, era circoscritta in ambiti precisi, negli anfiteatri, nel teatro di corte, nella piazza o nelle strade della propria città, difficilmente, salvo rare eccezioni, la compagnia effettuava “giri”, debutti in centri molto distanti. Oggi le compagnie amatoriali, durante la stagione annuale, si spostano con mezzi attrezzatissimi di servizi tecnici, materiali scenografici, oggetti di scena, costumi. E, nei fine settimana, effettuano tante di quelle repliche da far invidia alle compagnie di giro, alle compagnie stabili. Inoltre, esistono svariati festival di teatro amatoriale; e non c’è angolo di qualsivoglia regione che non sia bazzicato. Insomma, c’è alle spalle del gruppo amatoriale una organizzazione capillare: ci sono le federazioni, ci sono gli incontri sistematici per scambi, per discutere di problematiche comuni, esiste un sistema di relazioni e di intrecci che hanno dato ai gruppi la consapevolezza del loro lavoro, l’importanza che devono aver le loro proposte. Grazie al volontariato, ogni gruppo riesce a raccogliere buone entrate, che poi vengono riversate nella organizzazione tecnica, nella realizzazione scenografica, nella costumistica, nella promozione: raffinati programmi di sala, ottimi manifesti, pubblicazioni mirate ecc.
Insomma, è cambiata radicalmente l’ottica. Ci sono gruppi amatoriali che tendono a coinvolgere registi professionisti, ci sono gruppi amatoriali che riescono a farsi inserire nei calendari di rassegne dedicate al teatro cosiddetto ufficiale. Ci sono organismi stabili privati che sono sorti da una sistematica attività amatoriale. Come si vede, c’è uno sconfinamento, giustamente meritato, che oggi ci pone il problema di cosa è il teatro amatoriale, e quindi se esiste l’attore amatoriale.
Se da un lato si assiste a questo fenomeno, cioè quello di vedere gruppi amatoriali che hanno efficienza e presenza pari a gruppi professionisti, dall’altro si assiste ad un altro fenomeno.
Data la precarietà che il mestiere dell’attore porta con sé, molti attori tendono a rifugiarsi in nicchie di protezione: molti si rifugiano nel doppiaggio, abbandonando sistematicamente le tournées, altri si specializzano nello speakeraggio, rifiutando scritture, ma questo fenomeno, determinato dal timore, dall’insicurezza, ha provocato anche un cambiamento di atteggiamento da parte di quegli attori che hanno deciso di lasciare il teatro ufficiale. Oggi ci sono attori, cosiddetti professionisti, che fanno il teatro per diletto, restando nella propria città e nei ritagli di tempo che il doppiaggio o la pubblicità concede loro, si dilettano a fare teatro, recitando occasionalmente in spazi alternativi.
Come si vede, si sono rovesciate le parti. Ma tant’è.
Quello che ci interessa sottolineare, è che ci stiamo avvicinando sempre più ad un teatro amatoriale fatto da professionisti.

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Essere in scena

Al di là di queste osservazioni, che possono anche essere contraddette, c’è una cosa che occorre dire: l’evento teatrale, quando vive in palcoscenico, non porta con sé l’etichetta: questo è amatoriale, questo è professionistico. L’evento teatrale per il pubblico è l’evento di per sé, a prescindere da chi lo ha prodotto. Mi è capitato di assistere a spettacoli realizzati da attori amatoriali più efficienti, meglio recitati, costruiti meglio che da sedicenti gruppi di professionisti che recitavano da cani; mi è capitato anche il contrario. Cosa voglio dire con questo? Voglio dire che il palcoscenico vive l’attore con le sue capacità comunicanti, creative, interpretative. Il pubblico vive questo rapporto in un solo modo: funziona o non funziona, mi prende o non mi prende? Non va a cercare motivi giustificanti, non è tenuto farlo.
In palcoscenico si porta un evento, a volte artistico a volte scadente, ma evento è: il pubblico osserva questo evento nel suo insieme e lo vive. Sarebbe il colmo se andassimo a stabilire delle fasce di attori: quelli di giro, quelli degli stabili, quelli delle cooperative ecc.
Ormai le scelte del pubblico sono determinate in prevalenza da chi sono gli attori, da chi è il regista, da chi è l’autore. Il resto - chi lo produce, la provenienza e l’origine degli interpreti - non interessa.
Secondo me, questo fenomeno di simbiosi tra teatro professionistico e amatoriale è un evento di grande portata, perché può consentire di amalgamare le tendenze, i gusti, nella speranza che ci sia una competizione ad alzare il tiro sia nella scelta del repertorio, sia nella scelta dei contenuti.
La forza e la filosofia dei gruppi amatoriali, secondo il mio punto di vista, dovrebbe essere concentrata verso nuove proposte di drammaturgia, a scovare novità, a dare spazio ai giovani autori, a svolgere un lavoro di proposizione, di stimolo, poiché dalla loro parte hanno il loro pubblico che nasce da rapporti di familiarità, di amicizie, da aggregazione di comunità già consolidate da altri motivi: penso al pubblico degli oratori, ai colleghi di lavoro, agli amici di quartiere. Questa fase potrebbe essere una valida verifica per proporre il nuovo. E’ un peccato vedere questi gruppi rifugiarsi in un repertorio ormai conosciuto, frequentato dai professionisti, solo per dare soddisfazione dell’ego di qualche responsabile di compagnia.
Inutile negarlo: il teatro amatoriale ha una forte capacità di muovere molto pubblico: secondo i dati SIAE è grazie a loro se c’è un incremento di pubblico. Gli autori italiani lo sanno, per questo corteggiano i gruppi amatoriali, o semiprofessionisti, o semplicemente i gruppi che offrono il loro talento, le loro energie al teatro.
Il pubblico che frequenta questi gruppi è un pubblico che partecipa con maggiore affetto, con più partecipazione, con più voglia di esserci. Mentre dall’altra parte il pubblico è ormai stemperato, smagliato, privo di motivazioni forti, scomposto, poco incline a “vivere” il momento teatrale in maniera collettiva.
Anche questo sentimento, che si raccoglie frequentando le rassegne amatoriali, è un segnale: che il teatro deve ritrovare la sua componente non di un evento da consumare come prodotto mercificato, ma da vivere come momento di conoscenza e di crescita collettiva.
Concludendo, l’attore amatoriale, oggi, tende a raffinare i suoi mezzi, grazie al conforto, grazie alla diffusione delle informazioni, grazie al proliferare di stage, incontri di studio, di ricerca.

Statisticamente parlando, sono molti gli attori nella storia del teatro che provengono da esperienze amatoriali, che hanno segnato positivamente l’evolversi del nostro teatro. Quello che mi preoccupa è che, mentre nei gruppi amatoriali i giovani attori crescono grazie alla pratica, i neo attori delle scuole di pratica ne fanno molto poca perché puntano non tanto a farsi le ossa grazie alla cosiddetta “gavetta”, ma passando dai tubi catodici per rimbalzare poi sui palcoscenici. E a un certo tipo di pubblico viene spontaneo dire: recita come un dilettante, ribadendo ancora una volta quello stupido concetto che essere dilettanti significa essere artisticamente deficienti. Per fortuna, se ora ne parliamo, vuol dire che questo concetto sta per essere bandito.

   
   

 

   
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