Chi frequenta i teatri avrà potuto notare che è sempre più difficile comprendere perfettamente quel che gli attori dicono sul palcoscenico. Si direbbe che agli interpreti, e ai registi che li guidano, non interessi molto che le parole giungano chiaramente allo spettatore. In parte il fenomeno può essere attribuito a una scelta estetica: la rappresentazione è oggi affidata a una metafora gestuale, visiva e auditiva, nella quale la parola ha più la valenza di simbolo sonoro che una portata logica. Ma ci sono anche i casi in cui, per la natura del testo, non sarebbe così scandaloso se le parole giungessero con chiarezza. Ancora oggi, per molti spettatori, andare a teatro e non sentire è ancora più noioso che andare a teatro e sentire.
Due sono le modalità usate dagli attori per evitare che quanto dicono sia percepibile in tutto il suo valore semantico: o urlando o sussurrando. Nel primo caso emettono suoni ad alta frequenza e a glottide contratta, come fanno certi insegnanti di scuola media che si sgolano e si fanno venire la laringite cronica; nel secondo caso parlano rilasciati come se si rivolgessero alla innamorata in una panchina dei Giardini Pubblici. In entrambi i casi non sanno usare, o comunque non mettono in funzione il diaframma, muscolo che non ha soltanto la meccanica funzione di separare la cavità toracica da quella addominale, ma anche quella fisiologica di partecipare al meccanismo della respirazione. A una giovane attrice, qualche anno fa, venne chiesto se usasse il diaframma, e pare che abbia risposto: "No, preferisco che si metta qualcosa lui". Se sia vera questa storia non so, ma so che potrebbe esserlo.
La funzione respiratoria è automatica: come si sa, si respira senza volerlo; ma la respirazione si può controllare attraverso il diaframma che è un muscolo volontario. Il diaframma consente, abbassandosi, di incamerare aria profondamente e di "tenerla" attraverso la contrazione dei muscoli addominali; e consente anche l’operazione opposta, ossia innalzando lentamente il diaframma (a muscoli addominali sempre "tenuti") e di mandare fuori l’aria dai polmoni a poco a poco.
Accompagnando a questa tecnica respiratoria un’emissione vocale a bassa frequenza (toni gravi) ma di sufficiente volume sonoro, è possibile farsi sentire da tutti: era quel che i vecchi attori chiamavano "timbrare la voce". Il controllo respiratorio del diaframma permette anche di parlare a lungo senza tirare il fiato frequentemente, cosa preziosa quando si deve dire una lunga battuta, una "tirata" che sarebbe illogico interrompere troppo spesso per inspirare.
Senza una respirazione di questo tipo non sarebbe possibile suonare uno strumento a fiato ma è possibilissimo recitare. Lo sanno anche gli attori non più giovani, che sarebbero in grado di "timbrare" ma non lo fanno per risparmiare fatica. Perché sprecare energie quando nessuno ti chiede di farlo? Recitare come si conversa in un salotto è molto meno faticoso. Qualcuno mi ha detto che così facendo la recitazione risulta più naturale, più vera. Non c’è dubbio, ma soltanto per chi parla; per chi ascolta la recitazione non è né vera né falsa, dal momento che non si percepisce che un vago mormorio, il famoso "rabarbaro".
D’altra parte il cinema, la televisione, il doppiaggio, la pubblicità, comportano l’uso di microfoni, e dunque non è necessario apprendere una tecnica che non serve quasi mai. E allora perché non usare il microfono anche a teatro? Già lo si fa, un po’ segretamente: lo si faccia dunque in maniera palese, e tenendo conto che è sempre possibile buttare via le battute, non pronunciare le finali, agganciare la seconda metà di una parola alla prima di quella seguente, in modo da ottenere lo stesso un eccellente effetto di straniamento.