Ogni attore cerca di legare il punto più alto della sua carriera all’intepretazione di un personaggio classico, che per le sue caratteristiche sia sopravvissuto ai secoli. Chi non vorrebbe attraversare il tempo, passare alla storia, associato a personaggi quali Amleto, Otello, Liolà, Saul, Re Lear, o Giulietta, Elettra, Medea, Antigone, e via discorrendo? Tutti e tutte. Sarebbe il coronamento di una vita artistica. Ma anche quando l’interpretazione non è legata a un personaggio mitico, l’attore spera di trovarne uno nuovo nel percorso della sua carriera da consegnare con la propria interpretazione alla storia, per sopravvivere con esso. È una legittima speranza che giustifica l’aspirazione di ogni artista.
Desiderio d’immortalità
Ammettendo che l’attore riesca a trovare il suo personaggio, noto o no, che cosa succede poi? Succede questo: i grandi personaggi sopravvivono nel tempo perché sono portatori di drammi, tragedie, che mettono in evidenza un universo che appartiene all’essere umano in quanto tale, e dunque all’umanità intera. Un personaggio riuscito, partorito dalla fantasia di un drammaturgo, non muore mai. Ci sarà sempre un attore che nel tempo a venire lo riproporrà, bene o meno bene, non ha importanza, quello che è importante è che si aggiungerà ancora un tassello al suo farsi mito, che lo spingerà sempre più nel limbo dei sopravvisuti, dei grandi personaggi che continuano a dialogare con gli uomini di ogni tempo.
Se il personaggio viene consegnato alla storia perché ha le dimensioni drammatiche, problematiche, psicologiche eccetera che appartengono al genere umano, sopravviverà, ma dell’attore che sarà? Sarà inscindibile dal personaggio? Non direi. Col passare del tempo, di generazione in generazione, arriverà un nuovo attore, una nuova interpretazione di quel personaggio che scalzerà la precedente: è un principo della fisica, “corpo scaccia corpo”. Per l’attore la sopravvivenza è relativa, dipendente. Chi fu il primo interprete di Amleto? Di Giulietta, di Nicia nella “Mandragola”? Solo per grandi personaggi creati da una drammaturgia contemporanea l’osmosi tra attore e personaggio potrà avvenire.
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Chi scrive per gli attori
Cosa vuol dire tutto questo discorso? A cosa vuol giungere? È presto detto. Se è vero che i grandi personaggi sopravvivono nel tempo, se è vero che ogni attore ha l’ambizione di restare nella memoria del tempo, allora l’attore stesso deve essere ricercatore di una drammaturgia nuova, stimolare i grandi scrittori a scrivere qualcosa per lui, per lei. Sollecitare ciò significa offrire un contributo rigenerativo alla costellazione dei personaggi mitici, o avremo attori che si rifugeranno in quelli consolidati, e la nuova drammaturgia rimarrà al palo.
Alcuni esempi: Pirandello ha scritto per Marta Abba, Terron ha scritto per Paola Borboni, per Anna Proclemer, Diego Fabbri ha scritto per Rossella Falk e così via. Chi scriverà per Luigi Proietti, per Giorgio Albertazzi, per Mario Scaccia, Gianrico Tedeschi e per quei pochi altri grandi attori che ci sono rimasti? Ogni attore, è un invito, dovrebbe fare operazione di convincimento verso lo scrittore che più stima e ne è contraccambiato. Come fece a suo tempo Laura Betti che invitò scrittori a scrivere per lei, per lo spettacolo “Girotondo”. Come ha fatto Eduardo per Pupella Maggio in “Filumena Marturano”, Massimo Dursi con Gassman e “I tromboni”, e via di seguito. Gli esempi non mancano. Attualmente mancano gli attori che facciano opera di persuasione sugli autori. Coraggio, fatevi cucire addosso il personaggio della vostra vita artistica. E che il personaggio sopravviva.