Di Pavarotti si conosce tutto. Mai artista è stato così indagato, in tutti i sensi: nel privato, negli affari, nel lavoro.
Amato da milioni di persone, il pubblico che ha emozionato con il suo canto, meno amato da alcuni colleghi, pressoché ignorato dai grandi maestri, quelli che soprattutto soffrono d’invidia per la popolarità raggiunta da Pavarotti.
Salutato con una cerimonia d’addio degna di un capo di Stato, anche se ci sono state “strane” assenze dai cosiddetti compagni di viaggio. Non occorre fare i nomi i per comprendere a chi alludiamo. Ma tant’è. Il pubblico dei sentimenti, quello che nella canzone vive le emozioni, quello che si affida al carisma e che s’immerge nell’alone del mito che circonda il personaggio, quel pubblico ha pianto, ha detto grazie Luciano. I politici nostrani, e no, hanno partecipato, si sono resi visibili, hanno dimenticato anche quei contrasti, quei comportamenti di big Luciano, sorti intorno a quello che oggi è il tema centrale del dibattito politico: l’evasione fiscale. Di fronte a ciò che Pavarotti ha consegnato all’immagine dell’Italia nel mondo, all’immagine del bel canto, sono quisquigliole, bazzecole, e quindi non vale la pena di soffermarcisi, ma, comunque, andava detto.
Adesso, in questo spazio, ci interessa analizzare sommessamente dove risiedeva l’arte, il valore, il patrimonio vocale di Pavarotti, che ha affascinato platee, moltitudini di persone.
Cominciamo dal corpo. La fisicità imponente dell’artista ha sicuramente rappresentato un disagio sul fronte dell’interpretazione di certi personaggi del repertorio operistico. Pochi sono quelli che potevano essere tagliati addosso a lui. Altri erano impossibili, rischio la non credibilità, il comico.
La sua fisicità, sicuramente, ha condizionato registi, costumisti, ma soprattutto quei registi che si definiscono innovatori della scena lirica, che pretendono dagli artisti, genuflessioni, contorsioni, corsette, andirivieni da una parte all’altra del palcoscenico per arricchire l’interpretazione del personaggio dell’opera. Insomma, per loro un corpo scomodo. Anche se ogni tanto veniva sottoposto a rigorose diete, sempre fallite, non per mancanza di volontà, ma perché Pavarotti alla fine si era convinto che la sua unica, meravigliosa, inconfondibile voce non poteva che abitare in quella stazza, in quella cassa armonica, la sua cassa armonica. In quello “spazio”, la sua voce trovava la sicurezza, le sfaccettature, i timbri, gli appoggi, i colori, gli spessori, la tessitura, i ritmi, l’incisività necessaria per scolpire nelle anime degli ascoltatori semplici i segni, le tracce che arrivavano al cuore, che determinavano l’ammirazione, il divino, il mito.
Un corpo che Pavarotti ha saputo imporre, usare in maniera magnifica: stava lì, fermo nello spazio scenico, sia esso palcoscenico o auditorium, sia stadio che studio televisivo. Messo nel punto focale dell’attenzione del pubblico, braccia distese lungo il corpo, mani abbandonate ai fianchi, al massimo un bel fazzolettone in mano, quel corpo lo si abbandonava subito con la vista per concentrarsi solo ed unicamente nel punto in cui la voce, uscendo dagli interstizi, diventava suono, canto, musica. Ci si concentrava su quel volto, grande come un mondo, con gli occhi puntati sul quel punto da cui Pavarotti lanciava il suono che nasceva da lui per noi. Quel luogo di confine tra lui e il mondo, da cui il suono, che entrava nello spazio, si faceva esso stesso corpo. Corpo del canto. È stata questa la scelta meravigliosa: di lasciare tutto a quella sorgente sonora che, come si è detto, si faceva canto, energia, sentimento, conquista degli animi.
Quando Pavarotti ha deciso di sconfinare dal canto lirico alla canzone sapeva di esporsi ad un rischio, al rischio di una severa critica dei melomani che non gradiscono le contaminazioni. Sapeva anche che la sua voce avrebbe servito questo genere che trova ampio ascolto tra un pubblico nuovo, quello che non può frequentare i teatri lirici, quello a cui non è stata data l’educazione all’ascolto dell’opera lirica. Sapeva che questo sconfinamento avrebbe comportato certi rifiuti, ma sapeva anche che avrebbe fatto da battistrada per altri, che metteva a contatto la sua voce con gente priva di sovrastrutture critiche.
E poi, sapeva anche che la sua credibilità era condivisa da altri artisti che lo hanno assecondato nel suo progetto di divulgazione, perché, intrecciando il genere della canzone popolare con la lirica, avrebbe aperto un percorso di iniziazione del pubblico. Pavarotti sapeva tutto questo, e chi stava vicino a lui conosceva i meccanismi del business, degli affari. Le due cose sono andate a braccetto. Con successo su entrambi i fronti.
Dicevamo che Pavarotti ha dato al suo corpo l’immagine di uno strumento musicale che ha il compito solo di esprimere suoni. Via qualsiasi tentativo di accompagnare le interpretazioni canore con linguaggi del corpo. Solo il canto era il protagonista, e quando Pavarotti terminava un’aria di opera lirica, o canzone che fosse, sembrava che improvvisamente, con i suoi scatti di chiusura, tornasse da una trance, da uno stato onirico alla realtà, tornasse da un viaggio che solo lui conosceva, superando tutti gli ostacoli di uno spartito, di note carogna, di note attese all’appuntamento da appassionati esigenti, come quando si guarda un atleta in un esercizio da brivido e si aspetta la sua caduta. La sua battaglia interpretativa stava lì, solo lì, nel canto. E per lui, che confessava pubblicamente di non conoscere la musica, di non frequentare il solfeggio, la conquista nel superare le difficoltà di quelle tessiture musicali era una doppia conquista: lo si vedeva seguire il flusso dei suoni con il proprio sguardo, focalizzato nella sua mente dov’era registrato tutto ciò che doveva fare per governare quel suono, quella voce che madre natura gli aveva consegnato e che lui, con grande responsabilità e generosità, ha messo a disposizione degli altri.
Ed è per questo che dobbiamo dire: "Grazie, Luciano".