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Dino Risi
foto Claudio Porcarelli

Un amico fragile e pungente

Dino Risi era un uomo molto elegante, nella vita come nel lavoro, e aveva un suo stile inconfondibile nella scrittura cinematografica: sotto un'apparente leggerezza nascondeva una straordinaria capacità corrosiva di analizzare il mondo, di rendere pungente ogni film, non solo quelli più celebrati. Dino, per me, era innanzitutto un amico, uno dei pochi con cui ero certo di divertirmi, che amava punzecchiarmi ed essere punzecchiato, senza remore di alcun tipo, come quando scherzavamo su chi tra noi sarebbe morto per primo. Ora che non c'è più sarebbe riduttivo dire che con lui scompare un'altra personalità della generazione che ha fatto grande il nostro cinema. La realtà è un po' più complessa: Dino, come me, appartiene a quella generazione che non solo faceva il cinema, ma ha proprio fatto l'Italia, un'Italia che riemergeva faticosamente dalla guerra e dalle macerie della dittatura. Negli ultimi tempi era diventato più fragile, tanto che ormai ci sentivamo solo al telefono. Del resto era medico, ed era perfettamente conscio dell'equilibrio instabile del suo fisico e per questo si era un po' rinchiuso, non usciva più volentieri, aveva scelto un isolamento che per lui non era così insolito. Non ha mai amato la vita mondana, Dino. A ben pensarci, ha sempre rifiutato di crearsi un'immagine pubblica, lasciando parlare solo il suo lavoro. Una scelta rara, nel nostro mondo. Vederci, però, era un bisogno inevitabile, perché condividevamo tante cose: lavoravamo con gli stessi sceneggiatori, da Sonego a Benvenuti e De Bernardi e poi chiamavamo a recitare gli stessi attori, come Gassman e Sordi, e alla fine è stato naturale fare un film insieme, «I nuovi mostri». Oggi Dino non c'è più, io ho 93 anni e 65 film alle spalle, tocca ad altri girare commedie. Da parte mia, e so che anche Dino era d'accordo, sono felice che di recente ci siano stati due felici sussulti del nostro cinema: «Gomorra» e «Il divo» hanno dimostrato che l'Italia può contare su due autori che hanno saputo assimilare e riproporre i temi d'impegno civile su cui Francesco Rosi ha dato tanto con film come «Salvatore Giuliano» e «Le mani sulla città».

Mario Monicelli
(da Il Mattino, 8 giugno 2008)

profilo di Dino Risi

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