[…] Insisto dunque a dire: "È l’estrema sensibilità che fa gli attori mediocri; è la sensibilità mediocre che fa l’infinita schiera dei cattivi attori; ed è l’assoluta mancanza di sensibilità che prepara gli attori sublimi". Le lacrime del vero attore discendono dal cervello, quelle dell’uomo sensibile salgono dal cuore. Nell’uomo sensibile sono le viscere che turbano eccessivamente la testa; nell’attore è la testa che reca talvolta un turbamento passeggero nelle viscere; l’attore piange come un prete miscredente che predichi sulla Passione; come un seduttore ai piedi di una donna che non ama ma che vuole ingannare; come un mendicante per la strada o sulla porta di una chiesa, che vi insulta quando non spera di commuovervi; o come una cortigiana che non sente nulla ma che va in smanie tra le vostre braccia. […] Riflettete un momento su ciò che a teatro si chiama esser vero. Significa forse mostrare le cose come sono nella realtà? Niente affatto. Il vero, in tal senso, sarebbe soltanto il banale. Che cos’è dunque il vero sulla scena? E la conformità delle azioni, dei discorsi, dell’aspetto, della voce, del movimento, del gesto, a un modello ideale immaginato dal poeta, e spesso esagerato dall’attore. Ed ecco il miracolo: questo modello non influenza soltanto il tono, modifica perfino l’andatura, il portamento. Ecco perché l’attore per la strada o sulla scena incarna due personaggi così diversi che si stenta a riconoscerli. […]
Il Secondo — Ma se una folla di uomini attratti per la strada da un incidente cominciano a manifestare improvvisamente, e ciascuno a suo modo, la loro sensibilità naturale, senza essersi concertati, essi creano uno spettacolo meraviglioso, offrono mille modelli
preziosi per la scultura, la pittura, la musica, la poesia.
Il Primo — È vero. Ma questo spettacolo sarebbe mai paragonabile a quello risultante da un accordo prestabilito, da quell’armonia che l’artista vi introdurrà trasportandolo dalla strada sulla scena o sulla tela? Se rispondete affermativamente, che cos’è dunque, vi replicherò, la tanto vantata magia dell’arte, dal momento che si riduce a guastare ciò che la natura bruta e un caso fortuito avevano fatto meglio di lei? Volete negare che si possa abbellire la natura? Per lodare una donna, non avete mai detto che era bella come una Vergine di Raffaello? Davanti a un bel paesaggio, non avete mai esclamato che era poetico? D’altronde, voi mi parlate di una cosa reale, mentre io vi parlo di un’imitazione; voi mi parlate di un attimo fuggevole della natura, mentre io vi parlo di un prodotto dell’arte, studiato, progettato, che ha un suo ritmo e una sua durata. Prendete ciascuno di quegli attori, fate variare la scena nella strada come a teatro, e mostratemi successivamente i vostri personaggi isolati, due a due, tre a tre; abbandonateli ai loro movimenti istintivi, lasciandoli padroni assoluti delle loro azioni, e vedrete che strana cacofonia ne risulterà.
E se, per ovviare a questo inconveniente, li farete provare insieme, dovrete allora dire addio alla loro sensibilità naturale, e sarà tanto di guadagnato. Uno spettacolo è come una società bene organizzata, in cui ciascuno sacrifica parte dei propri diritti per il bene della collettività. Chi calcolerà nel modo più esatto la portata di questo sacrificio? L’entusiasta? Il fanatico? No certo. Nella società sarà l’uomo giusto; a teatro, l’attore che avrà la mente fredda. La vostra scena presa dalla vita sta alla scena drammatica come un’orda di selvaggi sta a un’assemblea di uomini civili.
(da "Paradosso sull’attore", di Denis Diderot).