carlo ninchi :
attore (1896 - 1974)
Entrò in arte alla fine della Prima Guerra Mondiale, nella compagna
del fratello Annibale, dove fu in diverse fasi dal 1920 al 1925, interpretando
ruoli da “generico primario” (Pilade in Oreste di
Alfieri, per la stagione 1920-21). Dopo una stagione con Ruggeri (1926-27),
fece parte della Rossi-Betrone (1927-28), della Benelliana (1928-29),
recitando quindi con Marta Abba (1932-33) e con la Pavlova (1934).
La sua fama di interprete sobrio e intenso lo accompagnò verso
memorabili messe in scena all’aperto: per l’INDA, diversi
testi classici, Il Mercante di Venezia (Venezia, 1936), Il
Ciclope (Taormina, 1937), I giganti della montagna (Boboli,
1937), Francesca da Rimini (Roma, 1938), Il Ventaglio (Venezia,
1939), Aiace (Siracusa, 1938), Aminta (Firenze, 1938).
Nel 1939 entrò nella compagnia del Teatro Eliseo di Roma dove
si distinse come Malvolio nella Dodicesima notte (1938) e Iago
nell’Otello (1940). Contemporaneamente cominciò a
frequentare i set cinematografici, che resero ancora più consolidata
la sua fama e la sua caratteristica figura di attore. Negli anni Quaranta
le sue apparizioni in teatro divennero sporadiche, ma nell’immediato
dopoguerra fu in primo piano nel movimento di rinnovo del teatro italiano
che lo portò a mettere in scena testi come La quinta colonna di
Hemingway (1945, regia di Visconti), La Carrozza del SS Sacramento di
Merimèe e il Candeliere di Musset (1945, regia di O.
Costa), Strano interludio di Darrel (1946-47, regia di Giannini),
passando con semplicità dalle situazioni comiche di Merimèe
alla lucida drammaticità di Darrell. Con il registro comico Ninchi
cominciò a misurarsi con continuità negli anni 1944-46,
partecipando a numerose riviste al fianco di Anna Magnani.
Dal 1948 assunse il capocomicato nella compagnia Ninchi-Tieri-Gioi, passando
poi con la Maltagliati nella stagione successiva, con la Pagnani (1953-54),
con Villi e Tieri (1952-53), con la Gioi e con la sorella Ave (1954-55),
per passare quindi allo Stabile di Napoli (1958) dove fu protagonista
di spettacoli memorabili come E’ mezzanotte, dottor Schweitzer di
Cesbron (San Miniato, 1954), Racconto d’inverno e Gli
straccioni (Taormina, 1959). Negli anni Sessanta tornò alla
rivista e al cinema, dove il suo volto non passò mai di moda.
Voce e corporatura autorevoli, viso dal vigoroso profilo
aquilino, affatto rispondente ai canoni di una bellezza virile composta,
Carlo Ninchi fu considerato per certi versi un ottimo esempio dell’attore
nuovo, non retorico, non affettato, ma piuttosto incline ad una recitazione
naturale, realistica. Sia sulla scena che al cinema, le sue doti poterono
emergere, sia con testi di impostazione classica (si ricordi al cinema
la sua interpretazione in costume di Marco Visconti nel 1941),
sia con sceneggiature moderne.