In un periodo "annuvolato", comunque il teatro va oltre e, lontano, gli scenari di avvenimenti peggiori. La crisi finanziaria, come una metastasi che si allarga su tutta l'Europa, ha attanagliato anche il Festival di Belgrado, più noto con la sigla Bitef. Ma qui, anche se la città non nasconde i segni di un grande disagio economico, al contrario di ciò che accade da noi, non si è "tagliato" senza pietà; qui si è "rimodellato" il Festival secondo la disponibilità del budget. E questa operazione di riduzione (da 20 spettacoli come avveniva mediamente in precedenza si è passati a 10) ha permesso allo staff diretto da Jovan Cirilov di concentrarsi su produzioni significative, puntando su una progettualità mirata su alcuni soggetti e su una altrettanto significativa ricorrenza: i 150 anni della nascita di Anton Cechov. Si è data ampia visibilità alla compagnia belga "Needcompany" di Bruxelles, con due sostanziosi spettacoli rappresentati a distanza di un giorno l'uno dall'altro. Si tratta di una compagnia che lavora alla costituzione di un repertorio da mantenere nel tempo, tanto è vero che questi spettacoli sono in repertorio dal 2004; e sono: La stanza di Isabella e Kuca Jelena, ovvero La casa del daino dell'autore e regista Jan Lauwers. E la ricorrenza di Cechov ha visto in programma Zio Vania della Compagnia del Teatro tedesco di Berlino, regia di Jurgen Gosch e Le tre sorelle della compagnia russa Teatro Okolo La casa di Stanislavskj di Mosca, regia Yury Pogrebnichko.
Il calendario comprendeva sette ospitalità straniere (Italia, Germania, Polonia, Ungheria, Belgio, Slovenia, Russia) e tre produzioni di nazionalità Serba. Uno spettacolo al giorno. Per 10 intensi giorni, senza sovrapposizioni, lineare, che hanno consentito al pubblico e critica di non basculare da un teatro all'altro come avviene quando i festival vogliono dimostrare grandezza di proposte, ma di concentrarsi su ogni evento senza dispersione di energie, di mezzi, e, infine, e ciò non guasta, più economico per le casse del Bitef.
Per la promozione si è scesi dall'alto degli striscioni (assai costosi) che solitamente sventolano attraverso le strade, alle botole dei tombini dei marciapiedi che oltre ad indicare i percorsi che portano ai teatri stanno a dirci: "come siamo caduti in basso".
Il pubblico, ricco di giovani, sempre presenti, numeroso, ha dimostrato interesse e affetto per questa manifestazione che da 44 anni anima la città di Belgrado e coinvolge l'intero sistema teatrale internazionale.
Assenza totale di organizzatori di festival, direttori di teatri e critici italiani.
Sarà l'effetto dei tagli che ognuno ha subito che non permettono di assistere a questa importante vetrina del teatro del Mondo.

La stanza di Isabella, regia Jan Lauwers
Il Bitef si è aperto con La stanza di Isabella, spettacolo centrato sulla presenza dell'attrice Viviane De Muynck, una vera istituzione belga, tanto che intorno a lei, per il suo carisma, per la sua carriera, per la sua immagine massiccia e inquietante, l'autore regista Jan Lauwers ha costruito una trilogia.
Più che una stanza di Isabella, potremmo chiamarla il suo bazar: uno spazio popolato di tutto un po’ con oggetti esposti sui tavoli, negli angoli, per terra: oggetti esotici, quadri, amuleti, utensili, attrezzi vari, maschere, collane, foto, quadri, proiezioni e sul fondo del palcoscenico un enorme schermo bianco che si univa ad un pavimento altrettanto bianco. Il tutto per conferire allo spazio scenico un valore astratto, emblematico, su cui dipanare i racconti di Isabella. Dopo che un attore ha presentato al pubblico la compagnia (11 attori totali: ballerini, cantanti, narratori) e avvertito di come si articola la struttura dello spettacolo, o meglio della narrazione, inizia il viaggio raccontato direttamente al pubblico dai tanti episodi che animano il bazar di Isabella, visualizzati dai numerosi momenti di danza, azioni pantomimiche, dialoghi, canzoni, monologhi. Le danze, vere e proprie contorsioni, più che elementi chiarificatori del racconto erano azioni autonome tanto per riempire lo spazio, per appagare anche gli occhi sgranati degli spettatori, qualora i "narrativi" non prendessero l'attenzione. La protagonista, seduta quasi per tutto il tempo al centro della scena, catturava il pubblico con la sua voce rauca, grumosa, evocativa di una vita vissuta senza pregiudizi.
Nello spettacolo gli oggetti costituivano gli "imput" di un episodio, segni determinanti per lo svolgersi delle sequenze. L'autore-regista, molto compiaciuto del suo progetto "pot-pourri," trova consensi fin dal 2004 perché in un momento in cui la drammaturgia è alla ricerca di linguaggi da contaminare nella speranza di creare prodotti da esportare, intrecciando temi dai contenuti diversi, (drammi sociali, politici, umani, sentimentali), il pubblico rimane avvinto più che dalla formula narrativa, dalla capacità interpretativa degli artisti. E qui, in questa Stanza di Isabella, gli attori di diverse razze ce la mettono tutta con la loro vocalità, il loro corpo, con energia che passa ed entra nella pelle dello spettatore.

Kuca Jelena, regia di Jan Lauwers
Il secondo spettacolo della "Needcompany", come si è detto, è stato Kuca Jelena che costituisce la terza parte della trilogia di Jan Lauwers. Il testo si ispira alla violenta morte di un reporter di guerra, fratello di un attore della Compagnia, durante il conflitto armato nel Kosovo. Ma l'opera non ci rimanda ai fatti specifici di una guerra ma è piuttosto il suo ritratto di assurdità che l'umanità continua a ripetere secolo dopo secolo. Se nella Stanza di Isabella si guardava al passato, nella Casa del daino si parla del presente in due direzioni: ciò che accade intorno a noi in senso politico e storico e ciò che noi viviamo in prima persona, perché attira la nostra attenzione. Per raccontarci il fatto tragico del reporter ucciso, l'autore ci porta dentro un ambiente dominato da un ammasso di daini bianchi uccisi (ecco la metafora della guerra che vive tra fiaba e tragedia), che fanno da sfondo ai momenti narrativi. Oltre a queste inquietanti immagini di denuncia, sulla scena il dolore dei personaggi viene accompagnato da significativi momenti di danza. Anche qui, Lauwers si avvale di più linguaggi intrecciati tra loro per conferire teatralità alla tessitura del racconto. Gli interpreti, già acclamati nel precedente spettacolo, hanno riconfermato la loro duttilità ed ecletticità di artisti che meritano di essere menzionati: Grace Ellen Barkey, Annake Bonnema, Hans Petter Dahl, Viviane De Muynck, Misha Downey, Julien Faure, Yumiko Funaya, Benoit Gob, Eleonore Valere, Tijen Lawton, Maarten Seghers, Inge Van Bruystegem. Ovazioni del pubblico.

Frankenstein Proget, regia di Kornel Mundruczo
La compagnia ungherese Proton Cinema LLC di Budapest ci ha offerto un insolito spettacolo dal titolo Frankenstein Proget, drammaturgia Viktoria Petranyi e regia di Kornel Mundruczo, portandoci in un locale in pieno centro di Belgrado in fase di ristrutturazione, completamente scarnificato dai lavori in corso, popolato di colonne di cemento, pavimento divelto. Lungo un lato del locale sono state distribuite un centinaio di sedie traballanti che fronteggiano i quattro ambienti scenici collocati tra le colonne e pareti ricavate da pallet, ovvero pedane che servono per caricare la merce. Quattro ambienti suggestivi, allarmanti, diversi: una cucina malandata, sporca; una stanzetta dove si può fare un po’ di ginnastica con relativi attrezzi; una cameretta spoglia di mobilio ma con tanti, tanti orologi di ogni specie alle pareti e munita di una grande radio e sincronizzatore per fare un po’ di musica; un'altra cameretta, anch'essa misera. Ambienti, in successione come delle sequenze di un film, in cui vive un nucleo familiare in completo disagio economico, psicologico, sociale. Come la nostra società, sembrano dire.
Sulla lingua di spazio che separa il pubblico dai quattro ambienti, si è svolta la prima fase dell'opera centrata tutta sull'attività di un regista che, con tanto di telecamera, sta "provinando" aspiranti interpreti per il suo prossimo film di horror, Frankenstein, appunto, che, secondo il regista non s'ispirerà all'opera classica di Mary Shelley (1818), quanto piuttosto al frutto di un pazzo scienziato figlio della famiglia e della società. E quindi una figura tragica che la società, per il suo essere diverso, non accoglie, generando in lui azioni violente di rivalsa.
Dalla ricerca degli interpreti (momenti esilaranti, patetici, comici, come avviene sempre quando si fanno i provini) si passa ad una serie di storie, rapporti, tra l'interprete scelto per la parte di Frankenstein e i componenti la famiglia composta da una madre, una figlia e un marito ubriacone ormai alla deriva. Frankenstein s'innamora della figlia ma per la sua diversità non è contraccambiato e da lì compie una vera carneficina. Frankenstein, oltre ai componenti la famiglia, uccide anche il regista del film. La compagnia, eccellente, disinibita, agisce con energia ed emotività in questi spazi angusti e inagibili. Il pubblico ha partecipato con forte attenzione, tributando alla fine intensi applausi.

Tristi Tropici, di Virgilio Sieni
L'Italia era rappresentata dalla Compagnia di Virgilio Sieni con lo spettacolo Tristi Tropici, ispirato all'omonimo libro dell'antropologo Claude Levi Strauss. Ottima scelta, perché ha consentito al fiorentino coreografo, che da tempo dà lustro all'Italia nei molti Paesi in cui è accolto e conosciuto, con le sue performance di danza e non solo, di restituire in uno spazio mnemonico (una stanza tutta bianca) il percorso, la genesi dell'uomo, con un'accurata e scientifica ricerca sulla strutturazione del movimento da quello primordiale a quello contemporaneo, smontandolo e ricomponendolo in ogni piccolo segmento, consegnandoci una serie di episodi, sequenze, ricche di atmosfere surreali, grazie al sapiente uso delle luci, degli effetti, con simboli evocativi che ci riconducono al singolare viaggio, agli incontri, alle suggestioni, degli studi di Levi Strauss.
Con una fresca, concentrata compagnia di cinque elementi, Sieni in un'ora circa di spettacolo rarefatto e poetico ha conquistato il giovane e numeroso pubblico assiepato in ogni ordine di posti. Ottimi e insistiti gli applausi.

Teorema di Pier Paolo Pasolini, regia Grzegorz Jarzyna
Con uno spettacolo singolare, ispirato a Teorema di Pier Paolo Pasolini, la Polonia, con la compagnia TR Warszawa, di Varsavia, ha avuto una bella accoglienza, grazie a una drammaturgia originale di Rita Czapka, affidata alla regia precisa di Grzegorz Jarzyna.
In uno spazio ampio, rappresentante una lunga sala lignea che funge da grande contenitore dei diversi ambienti che di volta in volta vengono organizzati tra un buio e l'altro (in verità oltre trenta cambiamenti, un po’ troppi a nostro avviso) si snodano tanti "quadri" dove si parla pochissimo ma dove, in ciascuno, si narra una situazione: si parte con una serie di sequenze volutamente ripetitive per inquadrare un nucleo familiare di borghesia medio-alta, composto da un padre professionista con tendenze omosessuali, una moglie tutta laccata, come una indossatrice che posa ad ogni passo, un figlio anch'esso fragile sessualmente, una figlia con l’hobby delle foto. Un successivo quadro ci mostra l'incontro del professionista con un giovane dall'aspetto di artista un po’ bohemienne, che il professionista si porta in casa, come gradito ospite. Gli altri "quadri", sempre molto silenziosi ma sempre accompagnati da appropriata musica e cambi di luce per scandire la successione temporale, ci mostrano il giovane artista che inizia il suo "viaggio" erotico con tutti i componenti: la vecchia governante, in un momento in cui lei ha un malore, poi seduce il figlio facendogli conoscere il suo essere gay, si lascia sedurre dalla moglie che poi dimostrerà di essere una sfegatata ninfomane. Insomma, la presenza del giovane artista scompagina l'equilibrio formale e perbenista del nucleo familiare fino alla sua totale disgregazione. A questo stato di cose, ormai scoperte, l'artista viene cacciato, ma la famiglia ormai è distrutta e ciascuno si perde nel proprio destino di degrado. Poi ci vengono mostrati altri "quadri" di vita esterna: il fallimento dell'artista di strada, il branco che stupra, la morte del padre, la figlia che vagola come una novella Ofelia. Un teatro che si racconta per episodi in cui ogni azione ci comunica in maniera chiara il contesto, la sintesi di un momento di vita. Anche se un po’ macchinoso, il regista ha dimostrato un gran coraggio nel proporre questo spettacolo, giusto negli intendimenti, rigoroso nell'organizzare le scene, perfetto il cast, forte il messaggio se trasliamo il concetto di famiglia a quello di società. La diversità sconvolge la logica di una organizzazione sociale barricata in steccati di comoda moralità.

Le Baccanti, regia Staffan Valdemar Holm
Le Baccanti del regista svedese Staffan Valdemar Holm, (che porta in sé influssi di altri maestri, ma soprattutto quelli di Peter Stein), messe in scena per la Compagnia del Teatro Nazionale di Belgrado (ma in realtà questo regista con queste Baccanti gira il mondo (oltre 60 produzioni impiegando in ciascun Paese attori del posto) ha dichiarato questo testo "di" Euripide, ma con tutta sincerità avrebbe dovuto dire "da" Euripide, poiché in scena ci sono tante invasioni di campo: balletti, canzoni e azioni varie che con il testo euripideo non c'entrano un'acca. Non siamo contro le rivisitazioni, le innovazioni, anzi, ma è bene essere corretti nell'informazione. Non si può dire "di" Euripide perché chi incontrasse per la prima volta le Baccanti verrebbe tratto in inganno.
Precisato ciò, lo spettacolo, dove la libertà del regista non manca, per noi è un ibrido di linguaggi: il testo di Euripide e le immagini, e i luoghi che esso comunica cozzano, creando una fastidiosa dicotomia, con gli abiti di oggi che il coro delle Baccanti indossa e altri personaggi con costumi che "vorrebbero" richiamare l'antica Grecia. Tutto il miscuglio viene collocato in una scena "non scena": un fondale in compensato scuro che attraversa trasversalmente tutto il palcoscenico, con alla base una lunga panchina, anch'essa attraverso la scena; nient'altro; e non si capisce in che luogo si trovano i personaggi. Ci sono scene che rasentano il teatro di varietà tanto sono recitate in maniera macchiettistica, come a voler dire che le Baccanti sono tutto quello che si è detto, prima di arrivare alla tragica fine di Penteo da parte di Agave. Insomma una girandola di entrate e uscite da commedia comica, grottesca. A parte le nostre riserve sull'impostazione arbitraria del regista, gli attori serbi impiegati sono duttili e con grande capacità interpretativa. Il pubblico, comunque, sembra apprezzare questa edizione dove il comico, il grottesco, la pantomima si intrecciano con la tragedia.

Tre sorelle, regia Juri Pogrebnichko
La chiusura del Bitef/Festival è stata riservata alla compagnia russa Moscow Theatar Neard di Stanislavsy House OKOLO, diretta da Juri Pogrebnichko, con l'attesa edizione delle Tre sorelle in omaggio alla ricorrenza di Anton Cechov. A dire il vero l'attesa era tanta, visto che si trattava di uno spettacolo di un regista che ha messo in scena quasi tutto il teatro del grande drammaturgo russo. Ma questa attesa è andata un po’ delusa non solo per noi ma anche da gran parte del pubblico. Forse perché in realtà anche qui c'è stata una sovrapposizione di interventi teatrali fuori testo che al regista sono serviti per "far teatro" e raccontare la Russia di allora: il contesto politico e sociale; forse perché una certa simbologia di azioni e materiali era un po’ oscura e indecifrabile ai più; forse perché il regista ha trasformato l'ambiente scenico, unico, in un teatrino dove tutti salivano e scendevano dalle sedie, dal lungo tavolo al centro del salone per cantare, ballare, monologare; forse perché ha ecceduto nei numerosi interventi di musica di sottofondo compreso il finale dei ringraziamenti sulla voce di Charles Aznavour che canta un suo grande successo. Forse tutto ciò ha "sbarellato" l'attenzione del pubblico che si aspettava, come noi, una credibile e penetrante messa in scena delle Tre sorelle. Tutto ciò non toglie importanza alle proposte scelte per questa 44esima edizione del Bitef. |