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i fatti : indice

Tropa De EliteBerlino
L’Orso premia il Brasile di Franco Sepe

Il 58. Festival della Berlinale premia “Tropa De Elite”, docu-fiction del regista brasiliano José Padilha

Foto Tropa De Elite del regista José Padilha

Ora che il festival si è concluso, i premi sono stati assegnati, il popolo della Berlinale atomizzandosi è ritornato alla sua annuale diaspora, è giunto anche il momento di voltarsi indietro e guardare a quelle dieci febbrili giornate tentando un bilancio complessivo.

Realtà e fiction

Se è vero che la decisione di accogliere nel concorso ufficiale un certo numero di opere a metà strada fra il documentario e la fiction è già da qualche anno prerogativa di questa mostra, è vero anche che l’assegnazione dell’Orso d’oro al film brasiliano Tropa De Elite del regista José Padilha non poteva non suscitare delle perplessità, rimettendo così in discussione non solo i criteri di definizione e di valutazione dei generi misti, ma anche e soprattutto sollevando una interrogazione sulla legittimità di collocare di opere ispirate a eventi drammatici, ancorché socialmente e politicamente significativi, nelle quali la rappresentazione della violenza assume un ruolo primario, a fianco delle consuete pellicole da festival. Questo vale, prima di ogni altro, per il film vincitore in assoluto della rassegna, che col pretesto della denuncia “realistica” celebra in maniera unilaterale le imprese palesemente efferate di una squadra di poliziotti-giustizieri impegnata a liquidare i narcotrafficanti annidati nelle favelas metropolitane; ma vale, anche se le ragioni sono altre, per Standard Operating Procedure, diretto da Errol Morris (già vincitore di un Oscar nel 2003 con The Fog of War), dove la tensione investigativa che nasce dalla disamina dei dossier relativi alle dodici fatidiche foto dei prigionieri irakeni torturati e umiliati, dalle interviste con soldati e sottufficiali americani, con la direttrice del carcere di Abu Ghraib e persino con i giudici, viene alterata e quasi vanificata da un acritico intento ricostruttivo che sfiora la parodia (e che tuttavia gli fa aggiudicare un Orso d’argento). Mentre a proposito della questione del rispetto del mezzo cinematografico nei confronti della Storia, soprattutto in epoche che ci riguardano da vicino, occorre chiamare in causa il film di Luigi Falorni Feuerherz (Cuore di fuoco), tratto dal romanzo sedicente autobiografico di Senati Mehari, che allestisce la vicenda pietosa di una sventuratissima bambina abbandonata dalla madre etiope e poi finita nelle mani del padre eritreo, prima di essere trasformata in guerrigliera. Anche qui, per le numerose smentite intervenute a mettere in dubbio l’autenticità di certe esperienze, drammatiche per eccesso e culturalmente inattendibili, descritte nel libro e riportate sullo schermo, il messaggio rischia di diventare mistificatorio, soprattutto nel trapasso da un genere (il documentario) che il regista ha in passato dimostrato di padroneggiare, e oltretutto passibile di verifica storica, all’altro, quello della fiction, che quasi sempre spiana la via ai tanti compromessi a cui spingono gli interessi dei produttori.


Cinema in costume

Caos calmoUn discorso, quello della attendibilità, che invece sembra non toccare il cinema in costume, quale ad esempio The other Boleyn girl del regista Justin Cadwick, storia di una saga familiare maledetta e di intrighi di corte, che può vantare, quale unico merito, di aver posto l’accento sulla irresponsabilità di un padre, sir Thomas Boleyn (Marc Rylance), in questa vicenda di figli a cui dare a tutti i costi la più ambiziosa delle sistemazioni e pertanto trattati come merce di scambio, e non solo sulla vulgata delle passioni capricciose di Enrico VIII. Il re d’Inghilterra (Eric Bana), amante di ambedue le sorelle Bolena, padre naturale del maschietto avuto da Mary (Scarlett Johansson) ma genitore snaturato di una femmina partorita dalla sfortunata Anna (Natalie Portman) e poi divenuta, a dispetto delle discriminazioni dinastiche, la futura regina Elisabetta, appare in questa messinscena opulenta di un dramma peraltro assai noto per gli innumerevoli rifacimenti come un insulso libertino, al quale, in virtù della sua libidine, è persino facile dare scacco.
Vivido affresco vòlto a raffigurare le origini epiche di certa pionieristica attività imprenditoriale sorta nelle zone più aspre ma minerariamente più ricche degli Stati Uniti a cavallo del ‘900,  è il film There will be blood (Il petroliere), vero favorito di questa Berlinale, al quale però è andato soltanto (si fa per dire) un Orso d’argento per la migliore regia e un secondo per la colonna sonora. A Thomas Anderson è riuscito di fare un film convincente solo a metà, perché il personaggio di Daniel Plainview, il petroliere solitario interpretato da un eccellente Daniel Day-Lewis, sclerotizzandosi nel suo burbero misantropismo, acquisisce una caratterizzazione monocroma che fa convergere i vettori del dramma in una acuta e soffocante visione solipsistica e centripeta dei fatti narrati. La straripante ricchezza che premia il cercatore d’argento per caso felicemente imbattutosi nell’oro nero e mosso, almeno inizialmente, da ideali di progresso, conduce troppo macchinosamente a una malvagità senza scrupoli che, con l’uccisione del falso fratello e del predicatore invasato, finisce per diventare sete di crimine. Vengono sacrificate così le istanze sociali (e socialiste), gli scandali politici e in buona parte la componente superstiziosa presenti nel romanzo Petrolio! di Upton Sinclair, a cui il film è ispirato.

Adulti e bambini

Se nella figura di questo magnate avido e egoista non vi è posto per la colpa, per il pentimento e per l’amore, tutti e tre questi motivi li ritroviamo invece sparsi in altre opere di diversa provenienza. Nel film Julia, diretto da Erick Zonca, si assiste al rapimento anomalo di un bambino ad opera di una donna alcolizzata, la Julia (Tilda Swinton) del titolo omonimo, conclusosi poi in Messico, dopo una lunga odissea, con il salvataggio del bambino dalle mani di una banda criminale, che riesce a sua volta a sottrarglielo e a incassare i soldi da lei ottenuti per il riscatto lasciando incolume l’ostaggio nella sua stretta divenuta nel frattempo “materna”. Di bambini rapiti, non per richiesta di riscatto, bensì da far fruttare in commerci pedofili, racconta Gardens of the night di Damian Harris. Due infanzie violate, quella della bionda Leslie, e del piccolo Maddie, scuro di pelle, con il quale la bambina divide per anni una prigionia tratteggiata nel film in maniera fin troppo soft – come del resto la figura del più anziano dei rapitori, Alex (Tom Arnold), premuroso verso la bambina e capace di tenerezze quasi sincere, e dunque in qualche modo sostenuto nonostante la sua ambivalenza. Personaggio questo che a un certo punto, non si sa come, sparisce insieme all’altro complice, lasciando che la storia continui con i due ragazzi divenuti nel frattempo adolescenti e dediti adesso, per naturale conseguenza degli abusi, al vagabondaggio, alla prostituzione, alla droga. Esperienze che, come dimostra il fallito ritorno in famiglia di Leslie, saranno destinate a pesare sulla loro vita futura come un’irrevocabile condanna.
Sul dolore e l’impossibilità di espiarlo è incentrato Il y a longtemps que je t’aime di Philippe Claudel, storia di due sorelle che si ritrovano dopo che la maggiore, Juliette (Kristin Scott Thomas), ha scontato quindici anni di carcere. L’infanticidio di cui si è macchiata la donna, un tempo medico, grava sulla sua vita e su quella di Léa (Elsa Zylberstein), la sorella minore presso la cui famiglia è ora ospite, come una nube soffocante di silenzi e di reticenze. Finché, col riapparire del sorriso e della fiducia sul volto altrimenti blindato di Juliette, non giunge per la donna anche il difficile momento della verità: la soppressione del proprio bambino, ingiustificabile per principio e la cui colpa nessuna detenzione potrebbe mai mitigare, si è rivelato un atto di eutanasia necessario, per mettere fine a un male progressivo e devastante di cui solo lei possedeva le prove cliniche.

Storie e personaggi

A questo film, di grande sensibilità interpretativa e drammaturgicamente efficace – peccato che nel finale la soluzione moralmente più accettabile, quella che scagiona la donna dall’arbitarietà del delitto, abbia cancellato quel margine di dubbio che non avrebbe certo intaccato la bellezza del personaggio – si potrebbe contrapporre Caos calmo di Antonello Grimaldi, ben accolto dal pubblico del festival ma stroncato dalla stampa tedesca, che vede confermata la tesi di un cinema italiano ormai da un paio di decenni incapace di esportare nuovi capolavori e destinato per chissà quanto ancora a languire. Se il personaggio di Pietro (Nanni Moretti), che ha senz’altro del commovente, porta istintivamente a simpatizzare con lui, una sottile irritazione nasce da quel minimalismo astruso, tanto abusato proprio da certo cinema di impronta “morettiana”, fatto di episodi talvolta mal saldati all’insieme (come quello dell’esuberante amplesso con la Ferrari, discutibile ma non certo per ragioni etico-religiose), o comunque non indispensabili nell’economia del racconto.
Dolore per la perdita subìta, è anche quello a cui si abbandona nostalgicamente l’anziano David Kepesch (Ben Kingsley) del film Elegy, diretto dalla regista spagnola Isabel Coixet. La storia d’amore tra il prestigioso critico letterario all’apice della sua carriera e una giovane studentessa (Penélope Cruz), affidata interamente a due interpreti di indiscussa bravura, disegna una parabola sentimentale che ricorda troppo Love story, sebbene qui il romanzo di ispirazione rechi la firma di uno scrittore del calibro di Philip Roth.
Dell’affetto mancato tra un padre e un figlio, che per realizzarsi si affida a una epifania, quella del giovane Tzach (Ran Danker) cresciuto solo con sua madre e partito, dopo essere stato espulso dalla milizia, per andare a stanare Mosh (Moshe Ivgy), il genitore a lui ancora sconosciuto, nel locale newyorkese dove questi si esibisce come poeta,  narra il  film Restless del regista israeliano Amos Kollek, fiacco nell’intreccio e posticcio nel finale; mentre con una speranza d’amore sfumata si chiude Ballast, diretto da Lance Hammer, storia desolata (di piglio documentaristico) fra una madre, un figlio e lo zio paterno, tre neri del Mississippi, che cercano invano di ricongiungere le loro linee parentali stravolte dall’odio.

Segnali positivi di un amore per la vita tanto più grande quanto più disinteressato giungono invece da Happy-go-Lucky, scritto e diretto da Mike Leigh, e felicemente interpretato da Sally Awkins (vincitrice di un Orso d’argento quale migliore protagonista femminile). Il film, privo di una vera e propria trama, è tutto incentrato sulla figura di Poppy, una insegnante londinese spensierata e vitale capace di relazionarsi agli altri trasfondendo le piccole gioie e gli immancabili drammi propri e altrui in un mondo fantasioso e incantato da porre accanto alla vita reale senza soluzione di continuità.
 
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